26 Ottobre 2018

Ricordiamo quando ci venivano a prendere…

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

Fra pochi giorni sarà il 29 ottobre. Troviamoci al solito posto, presso la pietra delle Solovki. Leggeremo un lunghissimo elenco commemorativo, lungo quanto un’intera giornata, e ciò nonostante citeremo solo una piccola parte dei nomi.
Quelle persone camminavano per le nostre strade, avevano in casa gli stessi aggeggi che avevano i nostri nonni.

Qualcuno di loro, poche ora prima dell’arresto, aveva letto una fiaba al figlio.
Qualcuno la sua ultima sera aveva suonato il pianoforte.
Qualcuno stava festeggiando il compleanno quando avevano bussato alla porta.
Qualcuno è stato accompagnato fuori mentre ascoltava un concerto o è stato fatto scendere dal treno, mentre stava partendo per una vacanza lungamente attesa.
Qualcuno era convinto che non lo avrebbero toccato mai perché lui era un fedele funzionario al Ministero del vattelapesca, o era un membro devoto del Partito e solo qualche giorno prima, durante un’assemblea, aveva prontamente smascherato i veri nemici.
Mentre qualcun altro, al contrario, aveva già pronta la «valigetta per la prigione».

Uomini, donne, giovanissimi e anziani, uomini giusti e persone discutibili, eroi della rivoluzione e loro vittime, buoni e cattivi, onesti e mascalzoni…
Persone «di origine nobiliare», operai, sacerdoti, accademici, mullah e rabbini, insegnanti, contadini, generali, funzionari del Partito, commercianti, armeni, georgiani, russi, ebrei, ucraini, lituani, bielorussi, polacchi, tedeschi… colpevoli di fronte al potere inumano solo di appartenere al genere «umano».

Venite. Non è questione di politica, non è questione di «eroi» e nemmeno del passato. È questione dell’oggi e di noi, se vogliamo restare uomini.

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