28 Novembre 2018

La guerra, non in nome mio

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

I miei vecchi, che hanno vissuto la battaglia di Oranienbaum e di Leningrado, l’assedio, l’evacuazione, vivevano con un pensiero: «Mai più guerra». Con questo pensiero si teneva duro davanti alle quotidiane umiliazioni della vita, alla mancanza di soldi, di diritti, alle «temporanee difficoltà», alla mancanza di libertà. «In qualche modo ce la faremo, ma mai più guerra».
E anche io, oggi, scorrendo le ultime notizie, mi sorprendo a pensare: «Purché non scoppi la guerra. Quella ibrida già la viviamo da qualche anno. Ma che non scoppi del tutto… Per il resto troveremo una soluzione».
È banale? È terra terra? Amen. Purché non si scateni la guerra vera, con gli spari che ammazzano la gente. Sulle idee potremo discutere fino in fondo. Se saremo vivi.
E vado avanti, scusate se sarò dura.

Io non voglio la guerra. Né sulla mia terra, né in Ucraina, né in Georgia, né in Siria, né in Israele. In nessun luogo. Contro la guerra ho manifestato… Alt. Dove e quante volte e contro cosa ho manifestato riguarda solo la mia coscienza, e solo a lei devo render conto. A voce alta posso solo ripetere: non voglio la guerra.
Perché io sono una pacifista convinta. Perché ho molta paura degli spari e del dolore. Perché non voglio morire per una pallottola o una bomba, e non voglio che facciano questa fine coloro che mi sono cari, che sono tanti e sparsi un po’ dappertutto. Perché la guerra porta sempre dolore e male, tira fuori dagli uomini il peggio che hanno dentro. Talvolta tira fuori anche azioni elevate, ma è la bassezza che vince. Perché molti di noi diventerebbero profughi.

Un’ora fa, mentre tornavo a casa, ho pensato d’un tratto: «Ma c’è un posto dove scappare?».
Mi sono occupata a lungo (e mi occupo tuttora) della storia dell’emigrazione russa, e posso dire con certezza che sia nella prima che nella seconda «ondata» migratoria ci sono stati molto dolore, offese, rancore, contrasti e molto altro ancora, ma da nessuna parte c’era il godimento per il male altrui, né per quelli che erano rimasti nella «Russia bolscevica», né per quelli che non erano riusciti a venirne fuori subito ma una decina d’anni dopo, per miracolo. Come pure per coloro che sono arrivati all’inizio degli anni ’90. C’era sospetto, ma non maligna soddisfazione.
E adesso?

I profughi da un paese aggressore porteranno su di sé, a prescindere, il marchio dell’aggressore solo perché sono scappati da quel paese? Oppure bisognerà munirsi di credenziali che certifichino la qualità delle nostre idee e la posizione sociale?

La guerra, oltre a tutto il resto, mette alla prova la solidarietà. Supereremmo noi questa prova? Alienati come siamo, abituati a «fare ognuno per sé», che non ci fidiamo di nessuno, che vediamo nell’altro solo uno che viola i nostri confini personali o le nostre idee su come si debba comportare l’intelligencija, prima di riconoscere in lui il volto umano, o di ricordarci che lo abbiamo visto, una volta. Prima della guerra.
Non lo so cosa faremmo, e questo mi fa ancora più paura. Se adesso, nelle nostre discussioni, non sempre riusciamo a mantenere un livello di elementare umanità, figuriamoci nel caso…
E dunque sta qui la cosa principale. Cari amici israeliani, tedeschi o che vivete in altre terre, ripeto: io non voglio la guerra e sono totalmente solidale con chi non la vuole. Non posso farne a meno.

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