21 Febbraio 2017

Cosa serve a un pellegrino?

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

A Gerusalemme fa freddo. La neve prevista ancora non viene ma è umido, e i gatti cantano un «miau» (con l’accento sulla U) tristissimo.
Ho per vicini una famiglia polacca. Ci salutiamo: dzień dobry – dzień dobry, jak to miło – jak to miło.
Scendo a colazione. Nella sala c’è un gruppo di persone, uomini e donne. Saluto. Niente risposte: né un cenno né un sorriso. Volti di pietra, come nelle riunioni di partito. Una donna dice qualcosa, i restanti prestano attenzione.
Mi verso il caffè, mi arriva un frammento del monologo e capisco che è effettivamente una riunione di partito. Oppure l’istruzione politica mattutina della cellula. «Quando siamo entrati in Crimea, gli abitanti si inginocchiavano davanti ai nostri ragazzi…».
Vado a occupare un tavolo lontano, mi sforzo di non ascoltare. Guardo dalla finestra: pioggia, una casa in stile coloniale inglese, e dietro una yeshivah. Un mandorlo in fiore.

«It is so cold», mi lamento col simpatico cameriere marocchino (la casa di accoglienza è tenuta da marocchini).
«People aren’t thankful – mi risponde col tono del catechista, – d’inverno ci lamentiamo che è freddo, viene il sole e ci lamentiamo che è caldo. Non siamo mai contenti. Vogliamo sempre quel che non ci spetta».
Grazie, angeli del paradiso.
Per fortuna l’istruzione politica finisce presto, il gruppo se ne va rumorosamente, e mi giunge all’orecchio che staranno qui ancora due settimane.
Nei testi medievali sui pellegrinaggi, tra le componenti indispensabili per la permanenza in Terra Santa si nominava anche l’esercizio della pazienza.
In compenso la colazione con l’hummus, la bryndza e le olive non ha uguali.