11 Dicembre 2020

Se pensiamo di non valere nulla

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

Quando viaggi in treno di notte dopo una giornata difficile ma non inutile, può capitare che nella mente ritrovino un senso pensieri che magari da anni cercavi di ordinare. La mia non è una velata richiesta di consolazione, e neppure voglio dare «consigli utili»; è un tentativo di ragionare a voce alta.

Io mi sono sentita inutile sin dal momento in cui ho preso coscienza di me stessa. La causa è stata una penosa esperienza infantile, di cui ho avuto notizia solo molti anni dopo, e tuttavia attorno a me succedevano delle cose così interessanti che mi spiaceva lasciare spazio ai miei traumi.

Ma siccome la consapevolezza chiara e persistente di essere inutile non è un sentimento di origine professionale ma piuttosto esistenziale, tenace e amaro-salato, che risorge più forte nei week end e durante le feste e non sparisce mai del tutto, bisognava pur venirne a capo.

Dapprincipio ho cercato di «essere brava» e di mostrare con tutte le mie forze che a qualcosa servivo; ma se nella sfera professionale più o meno ci riuscivo e ci riesco, nella sfera esistenziale ho constatato molto presto l’assoluta vanità dei miei sforzi.

A quel punto mi sono afflitta, impotente nella mia inutilità; ma questa occupazione non mi ha fatto guadagnare nulla se non frequenti mal di testa. Allora ho deciso di conviverci, così come si convive con una caratteristica congenita; in altre parole, ho deciso di considerarla un «segno» del mio personale destino.

Il pensiero stesso che essere inutile possa avere un senso positivo è stato per me una scoperta vivificante. All’improvviso ho capito con assoluta chiarezza che, a prescindere dalla mia inutilità, in ogni evento della mia vita c’è un senso, ed io ho il compito di scoprirlo e realizzarlo; non di dimostrare, guadagnare o meritare un’utilità, ma di conservare la dignità di persona libera, capace di rispondere a ciò che richiede una risposta.

Non appena ci accorgiamo di questo, smettiamo di almanaccare se siamo o non siamo necessari a parenti e amici; è ben più importante il fatto che loro sono necessari a noi, e questa è una felice asimmetria.

Comincio a capire meglio la frase di Galič: «chi aveva un sorriso partecipe»: ogni domanda «come va?» che non sia legata al lavoro, ogni passeggiata o invito a pranzo, ogni persona che mi entra in casa o che mi viene incontro, diventa un dono insperato e straordinario.

È chiaro che devo imparare ancora molto, ad esempio a non scambiare il cuore di pietra per forza interiore; ma ora so che se accetto la mia inutilità esistenziale, e forse anche professionale (pur se meno evidente), se non ci vedo un triste equivoco o un’anomalia psicologica ma parte della mia vocazione, imparo a far camminare sulle acque il mio lavoro, e me stessa.

Dove e perché andrò camminando, sarà Dio a decidere. Come diceva Natal’ja Trauberg: non è un bambino, sa quel che fa.