8 Febbraio 2019

La dignità vince il filo spinato

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

Per una strana aberrazione, il senso della propria dignità viene inteso sempre più spesso come la capacità di far abbassare la cresta agli altri e di tenerli a distanza. L’insegnamento di Puškin, nella sua poesia Exegi monumentum, presume, a me sembra, un’altra cosa: non si può «entrare in discussione con gli sciocchi» usando il loro linguaggio e il loro sistema di categorie ma si può rispondere proponendone un altro. Non è dato sapere se lo capiranno, ma proporlo bisogna. Non per consentire alla stupidità, ma per tutt’altra ragione.

Ricordo che, a un convegno di argomento religioso, un uomo con la camicia alla cosacca, sogghignando in tono beffardo, chiese a Sergej Averincev se fosse ortodosso e, se sì, come mai citava così spesso l’Antico Testamento, non era per caso che le sue simpatie andavano segretamente verso i «guidei»?

«Come lei certo saprà – esordì Averincev, – già nei primi Padri della Chiesa troviamo chiaramente espresso il pensiero che esiste la successione profetica…». Seguì una risposta dettagliata, circostanziata, molto rispettosa, a quella che era stata palesemente concepita come una provocazione. Naturalmente, chi aveva posto la domanda non sapeva nulla di quanto Averincev aveva menzionato, ma io osservai la metamorfosi che avvenne in lui: il sorrisetto di sufficienza si trasformò in imbarazzo, l’imbarazzo in curiosità, in stupore, e a poco a poco sul suo volto apparve qualcosa che lo rendeva un volto umano.

Ricordo un’attrice a cui di tanto in tanto ponevano delle domande, a mio parere indiscrete, sulla sua burrascosa giovinezza. Lei sorrideva con mitezza e si metteva a raccontare con tanta dignità, purezza e sincerità che gli intervistatori (me compresa, per cui lo posso testimoniare) avrebbero voluto sprofondare sotto terra dalla vergogna per la loro morbosa curiosità.

Infine vorrei ricordare una vecchia battista che incontrai a metà degli anni ’90 e che, secondo me, parlava solo per citazioni del Cantico della Rinascita, la raccolta di inni religiosi dei protestanti russi. E tuttavia rispondeva con tanta mitezza, e dignità, in modo convincente e vivo alle nostre dotte e, secondo noi, acute frecciatine che, guardandola, ho visto per la prima volta cosa significhi rendere ragione della propria speranza.

Queste tre persone, diversissime, si assomigliavano molto per la dignità sconfinata (in tutti i sensi) del loro pensiero e del loro modo di parlare, che scopriva nell’altro, pur beffardo, superficiale, presuntuoso e stupido, una profondità a lui stesso sconosciuta, una pari dignità, e lo innalzava a un’altezza a noi difficilmente immaginabile. Io non ne sono capace. Ma, a mio avviso, imparare questo rispetto, che è la caratteristica delle persone veramente libere, non è meno importante dell’arte di tracciare confini e di decorarli col filo spinato.