13 Aprile 2017

Un vagone di metro, la sera

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

Ieri sera tornavo a casa su un vagone pieno di gente infelice. Magari negli altri vagoni c’erano passeggeri diversi, ma nel mio erano tutti così. Passavo in rassegna i sedili, cercando di cogliere uno sguardo non dico felice, ma almeno tranquillo. Ahimè, niente. Senza differenze di sesso, età o razza. Inaspriti, spaventati, abbattuti, preoccupati per qualcosa di triste, tesi, pronti a difendersi prima che qualcuno li attacchi. Quelli un po’ più accurati si proteggono con un filo spinato di arroganza. Quelli più sconsolati sono come l’erba abbattuta dall’uragano. Scoraggiati e certi ormai che non c’è consolazione possibile. Trascinano un’esistenza opaca come il deportato trascina le catene.
Può darsi che siano queste le famigerate «percentuali» pronte, per disperazione, a inchinarsi a qualsiasi idolo della forza, ad accettare qualsiasi giustificazione – tanto più se «ci nobilita» – davanti a perplessità e sofferenze; ma non ce la faccio a dire nemmeno a me stessa, ben gli sta, è colpa loro, io sono diversa.

Anch’io certe volte ho quello sguardo. Pur con tutte le differenze di storia, professione, ambiente, preferenze e opinioni, siamo misteriosamente ma chiaramente legati da una parentela di dolore. Alcuni si attaccano al fantasma della forza, altri agli idoli dell’eccellenza, della superiorità morale, della perspicacia… Gli idoli che ci agganciano sono tanti, ma il dolore è di tutti.
Questo mi incoraggia, paradossalmente.
«In quel tempo disse il Signore: … e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?» (Gn 4,11).