21 Febbraio 2018

Dedicato a tutti i fustigatori

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

Penso che ricordare, richiamare dal non essere le vittime sia molto più importante che esecrare i carnefici.

Il carnefice, il delatore, il traditore sono già castigati da quello che hanno fatto, dal tradimento, dalla delazione. Anche se esteriormente prosperano e mangiano caviale e salmone affumicato, la notte, almeno qualche notte, dormono male e la loro è un’insonnia terribile.

Una volta, nel periodo in cui facevo la giornalista, mi fu proposto di fare un servizio su un carnefice, che aveva fatto parte di una squadra di fucilatori. All’aspetto era un signore anziano molto decoroso; vedendolo per la strada non avrei sospettato di nulla. Dopo la morte del vampiro coi baffi aveva cambiato professione, stava in un ufficio e faceva cose burocratiche poi, come si conviene a una persona perbene, aveva raggiunto la meritata pensione.
«Ma vorrà incontrarmi?», chiesi io.
«Sì – rispose un suo amico, – ha bisogno di parlare di queste cose. Preferibilmente con uno sconosciuto».

Avevo molta paura. Mentre ci andavo immaginavo che mi avrebbe raccontato i particolari delle fucilazioni, di come buttava giù un bicchiere di vodka prima di sparare nella nuca, delle macchie di sangue e degli schizzi di materia cerebrale… ed effettivamente mi raccontò tutto questo, ma soprattutto raccontava quale tormento era stato tutti quegli anni patteggiare con la coscienza, cercare di convincerla che «quelli» – compreso quel ragazzino dal collo magro, quella donna, e pure la sua ex-amante – erano veramente dei nemici e lui non faceva che eseguire il suo compito patriottico, e cercava di mirare in modo da ammazzarli sul colpo, e non li scherniva come facevano altri…

Si potrebbe pensare che la coscienza avrebbe dovuto placarsi, invece col passare degli anni urlava sempre più forte, convincerla diventava sempre più difficile, e neppure uno dei privilegi che gli spettavano come membro anziano del partito gli faceva piacere, e la vita se ne andava pian piano attraverso questo imbuto. Così non si era mai sposato; aveva convissuto per un po’ con una donna ma poi l’aveva mandata via perché a un certo momento aveva incominciato a ricordargli una donna che, andando alla fucilazione, cantava; un po’ alla volta si era allontanato dagli amici… Su consiglio dello psichiatra prendeva dei sonniferi, poi aveva cominciato a mandar giù alcol, ma quasi ogni notte o verso mattina la coscienza si agitava come uno spillo arroventato, e bisognava daccapo ricominciare una contrattazione estenuante…

Non ci riuscii a scrivere un pezzo forte, di denuncia come avrei voluto. Tutto quello che cercavo di scrivere su di lui risultava disperatamente scialbo, un giudizio spocchioso, elargito da una posizione di «infallibilità». Sì, quell’uomo cercava di giustificarsi, ma quel giorno capii per la prima volta che vivere in un eterno sforzo di autogiustificazione è molto più atroce di qualsiasi accusa.

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