9 Maggio 2019

Non parliamo, per favore, di «guerra santa»

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

Si può combattere per la pace, ingaggiare una battaglia «santa e giusta per la pace sulla terra», e per amor suo distruggere gli avversari anche senza armi, bastano le parole.

Si può volere la guerra per amore della pace, e trovare soddisfazione in questo «relitto»…

Oppure si può custodire la pace. Non soltanto a livello delle «iniziative globali» ma con la quotidiana sollecitudine per tutto ciò che è vivo: per la terra, il fiore, la persona anche quando non vive o pensa come vorremmo noi.

Allora la guerra come somma di volontà malvagie, a livello del sistema o individuali, non troverà dove metter radici. E allora la sua memoria non sarà obbligatoria, eroicizzante, assordante con l’urlo degli slogan e il rombo degli armamenti che macinano l’asfalto, ma quieta e dolorosa, proprio come dev’essere la memoria delle perdite, che mai e con nessuno si possono «ripetere».

E a questa memoria quieta e pensosa si intreccerà la vita, col canto degli uccelli, il frinire dei grilli, il rumore dell’erba, le voci umane.

Pace a tutti i vivi. Ed eterno riposo ai caduti.