26 Settembre 2016

Se io fossi l’opposizione…

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

Dirò qualcosa di assolutamente impopolare sulle elezioni alla Duma.
«E verrà la grazia che la Rus’ sognava…». Proprio così. Adesso si può dare addosso quanto si vuole a «questo popolo» che ha bisogno soltanto del foraggio e del giogo, e se ne sbatte delle nostre nobili idee.
E possiamo chiederci l’un l’altro in mille modi: «Ma lei, perché non se n’è ancora andato?», e disprezzare quelli che se ne sono andati. O che non se ne sono andati.
Soprattutto disprezzare: il popolo, il governo, l’opposizione, chi è andato a votare e chi a votare non c’è andato, chi è partito e chi è restato ecc., chi la pensa in altro modo.
M’arrischio persino a supporre che quel che è successo in fondo va bene così, perché legittima una volta di più l’irresponsabilità, l’irrisione, il disprezzo reciproco, l’inerzia e la disperazione.

In fondo, se ci pensiamo bene, è successo quel che ci si poteva aspettare, ma non perché il popolo «ha preso una cantonata», non in seguito a macchinazioni, e nemmeno perché molti di quelli che «aspettavano cambiamenti» hanno preferito tirarsi fuori e aspettare sul famigerato divano di casa, confermando con ciò stesso che «è vero, non c’è scelta».
Secondo me, che sono estranea dalla politica, i risultati delle votazioni non si spiegano tanto con l’effetto magico della televisione, né soltanto con un disfattismo che scivola dolcemente nel menefreghismo, ma anche col fatto che le due parti in lotta si somigliano come due gocce d’acqua quando usano disprezzo e malevolenza come biglietto da visita politico, e come modo per affermarsi.
Sarebbe fuori posto dare consigli, ma a me sembra che l’opposizione non abbia bisogno solo di programmi politici e slogan per confermare la sua opposizione (ossia la radicale diversità rispetto al governo) ma ha bisogno anche di un ethos qualitativamente diverso, e di una lingua che esprima la sua presenza nella quotidianità. Perché la fiducia cresce soltanto dall’esperienza della quotidianità. Come ha giustamente osservato Ol’ga Lechtonen «solo la solidarietà può darci speranza».
Non si tratta di essere onnivori, ma di tentare di togliere quegli schermi artificiali che impediscono di sentirsi alle persone che parlano della stessa cosa ma stanno da parti opposte.