11 Maggio 2021

Dio non è roba da spiritualisti

Svetlana Panič

Filologa, traduttrice, è ricercatrice presso l’Istituto Solženicyn “Casa dell’Emigrazione russa”, Mosca.

Quelli che dicono: «Come si fa a parlare di politica durante il periodo di Pasqua?», partono dal presupposto che Dio sia fuori dalla storia, nel bozzolo impenetrabile dell’assoluto.

Così si può pensare a una sorta di «essere supremo» astratto, ma il Dio di Abramo, il Dio della Bibbia non solo si manifesta e agisce nella storia, – cosa di cui parla appunto tutta la Sacra Scrittura – ma per bocca dei profeti, che erano tutti dei ribelli, chiama anche l’uomo ad agire dentro di essa: a insorgere contro l’ingiustizia, a denunciare i governanti iniqui: «Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso…» (Is 1,17).

Queste sono le Teofanie del XX secolo: Dio sulla forca di un campo di concentramento, di cui dà testimonianza Elie Wiesel nel suo romanzo La notte; «Dio nel forno di Auschwitz», di cui parla Roman Brandstaetter; Dio accanto ai moribondi in un campo del GULag, come lo ha visto Gustaw Herling-Grudziński.

All’inizio del XXI secolo – come sempre del resto – il Dio che agisce nella storia, e grida a coloro che preferirebbero cercare in Lui la pace dello spirito, si trova a fianco degli ingiustamente perseguitati, di quelli che sono in carcere innocenti, che vengono perquisiti, arrestati, processati illegalmente. La storia, la storia reale, si concentra attorno a loro, si compie là dove si resiste al male – che è senza Dio per antonomasia – e dove c’è la libertà che è dono di Dio.

Perciò pensare a loro significa pensare a Dio, che fu imprigionato, «sottoposto a inchiesta» e ingiustamente condannato a morte.