8 Maggio 2019

Jean Vanier, luce di un padre

Vladimir Zelinskij

Sacerdote ortodosso (Esarcato russo del Patriarcato di Costantinopoli), è filosofo, teologo e traduttore. Dal 1991 vive in Italia, ha insegnato lingua e civiltà russa all’Università cattolica di Brescia e di Milano.

È mancato Jean Vanier. A 91 anni, la sua dipartita sarà stata probabilmente serena.
Incontrarlo per me è stato qualcosa di paragonabile a una conversione.
Naturalmente non ci fu un solo incontro ma tanti. Il primo, mi sembra fossimo nel 1988, avvenne in casa di Andrej e Karina Černjak, dove Jean era stato invitato per parlare durante un incontro di preghiera. Ricordo che raccontò a lungo della Samaritana, con affetto, come fosse sua sorella, e del dialogo presso il pozzo, che per lui era importantissimo. Disse che se un giorno gli fosse stato donato il Regno dei cieli, avrebbe voluto incontrare lei per prima.
Ma il Regno dei cieli già risplendeva in lui in modo evidente, fisicamente visibile. Un cristiano trasfigurato, un laico per di più, rara avis tra noi ortodossi.

«Sono stato ufficiale della marina militare canadese – ricordava. – Era un ambiente amichevole, fondato sulla solidarietà. Poi sono stato filosofo (alla fine della vita aveva pubblicato un libro su Aristotele). E ovunque vedevo gente che voleva salire più su, almeno di un gradino. Allora ho deciso di scendere un gradino più giù. Di scendere tutti i gradini, e così sono arrivato all’Arca».

In quel periodo avevo già letto parecchi libri sullo splendore della verità ortodossa. E ancor oggi, senza porli in dubbio, li porto e li conservo dentro di me. Ma la convinzione che le altre verità fossero ricoperte di nera fuliggine l’ho abbandonata dopo aver conosciuto l’Arca.

L’Arca è situata non lontano da Parigi, nel villaggio di Trosly-Breuil, dove mi è capitato di soggiornare con tutta la famiglia l’anno successivo, il 1989. E poi altre volte, mi sembra.
All’Arca Vanier raccoglieva persone e bambini con deficit intellettivo, e ne era diventato il capitano. All’inizio voleva semplicemente aiutarli ma poi, come diceva lui stesso, non era stato lui a convertire loro, bensì loro lui. Sempre la natura produce una certa percentuale di materiale umano inadatto alla vita. Ed è stato là in mezzo che Vanier ha trovato il suo ultimo gradino nella scala gerarchica. «Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti…». E non il servo di tutti ma dei più reietti. E ciascuno di questi reietti, anche se quasi mai era in grado di esprimerlo, voleva essere felice, amato, riscaldato nelle palme di Dio. Questo calore lo si percepiva addirittura fisicamente, trasmesso dai loro sorrisi di down.

E poi c’erano, accanto a loro, gli educatori, i custodi, le terapiste. A dire il vero, erano loro a colpirmi soprattutto. Erano di entrambi i sessi, giovani, simpatici, pieni di forze, intelligenti (alcuni erano laureati), ben messi, super accoglienti, avevano l’età per sposarsi, per metter su famiglia. Invece la loro vita era lì, senza compensi e, dunque, senza prospettive concrete di fare famiglia. Questi ragazzi assistevano per ore questi corpi contorti, davano loro da mangiare, li lavavano, li mettevano sul vaso, facevano lunghi esercizi in acqua, nella piscina.
Certo per ciascuno di essi Dio aveva stabilito una vocazione personale, ma tutti l’hanno ricevuta dalle mani di Jean Vanier. Lui era nato, o era diventato, apostolo delle altrui vocazioni. È un segno di santità.

E poi c’era il movimento «Fede e luce» per i genitori di questi figli infelici.
Ricordo con nostalgia la sua casa, sua madre, che era molto alta come lui, vecchia, allegra, ciarliera, infinitamente socievole. Ha vissuto molto a lungo, ben oltre i 90.

Lì vicino, a pochi chilometri, si era fermata la storia. Nelle vicinanze si trovava infatti la stazione più tenebrosa di Francia: a pochi chilometri dall’Arca, nel bosco di Compiègne si era fermato il famoso vagone in cui fu firmato il trionfale armistizio del 1918, e poi quello infame del 1940.
Viene spontaneamente da pensare: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia».
Il 7 maggio, secondo martedì dopo Pasqua, nella Radonica o Giorno dei morti, per primo ho ricordato il defunto Giovanni.