28 Gennaio 2019

La Giornata della memoria, e le altrui colpe

Vladimir Zelinskij

Sacerdote ortodosso (Esarcato russo del Patriarcato di Costantinopoli), è filosofo, teologo e traduttore. Dal 1991 vive in Italia, ha insegnato lingua e civiltà russa all’Università cattolica di Brescia e di Milano.

27 gennaio. Giornata della Memoria, ovvero dedicata alla speciale commemorazione della Shoah. È stata indetta dall’Assemblea generale dell’ONU nel gennaio 2005, nel sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa. In Italia questa commemorazione è stata ufficializzata cinque anni prima, con un’apposita legge.
Secondo me ci sono due cose che gli italiani non possono perdonare a Mussolini: la guerra in Russia e le leggi razziali… Queste leggi sono state una vergogna nazionale. Per cui il 27 gennaio non si commemora solo Auschwitz, ma piuttosto la propria colpa nazionale. Non sempre espressa a livello verbale. E per questo resta così difficile collegare ad essa qualcosa che non sia successo in Italia, ma da qualche altra parte.

C’è una memoria condivisione, una memoria pentimento. C’è la memoria vulnerabilità. Quasi nessuno in Occidente è stato ferito dal GULag, non dico adesso ma tra la generazione passata, dal GULag di cui l’Europa di sinistra condivide, ad ogni buon conto, una parte (sia pur piccola ma assolutamente evidente) di colpa. La Shoah ha i suoi «revisionisti»: una certa scuola di intellettuali afferma che non è successo niente di quel che si dice, e che se anche è successo, non è stato come si dice. E che insomma si tratta di un mito che serviva a Israele e alla lobby ebraica.

Del GULag non si dice niente di simile: no, non si tratta di un mito. Il GULag è riuscito a trovarsi una comoda nicchia nella coscienza occidentale: la colpa altrui non è difficile da accettare. Si fa strada a fatica il tema del Holodomor, qualcuno è disposto a parlarne ma anche questa è una cosa lontana. Il tema del genocidio armeno è più vicino, se non altro viene ricordato, non certo come la Shoah ma tutti lo conoscono. Invece la persecuzione attuale dei cristiani in genere è rimossa dalla memoria, si perde nel rumore dei titoli di giornali e di internet. Naturalmente parlo della massa, senza considerare quei pochi che sono pronti a parlare di questi argomenti, sempre.

La compassione, per arrivare a toccare la coscienza dell’altro, deve percorrere la distanza dall’informazione all’immagine, dall’immagine all’empatia, ma spesso l’esclusione comincia già sul piano della semplice acquisizione del fatto.

Ciascuno ha i suoi dolori, separati da precisi confini, ha i propri fiumi nazionali della memoria, che praticamente non interagiscono con quelli degli altri. Non fare paragoni, ciò che vive è incomparabile, dice Mandel’štam. Non fare paragoni. Chi salva una vita salva il mondo intero. Chi uccide una vita distrugge l’universo. Ma da qualche parte, nel profondo della memoria, davanti alla Croce tutti questi fiumi non si riversano forse in un solo, comune flusso umano?

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