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Tacere o parlare della fede?

Uno scrittore russo che vive in Occidente da una ventina d’anni ha detto in un’intervista che nelle questioni di fede «sono un uomo occidentale, qui la fede è una questione estremamente personale, chiedere a uno di parlare dei suoi rapporti con Dio è indelicato».

Ma è davvero così? E perché? La maggioranza degli ortodossi russi parla volentieri della propria fede…
Innanzitutto da questo punto di vista non esiste un solo Occidente. Ad esempio, la situazione in Gran Bretagna è molto diversa che in Italia. In generale in Europa l’ambiente intellettuale – universitario, politico – evita di discorrere in pubblico di questioni di fede. Lo Stato preserva gelosamente la propria laicità. Anche l’Unione Europea è concepita come una formazione secolare (nella sua Costituzione non è stato inserito l’articolo sulle radici cristiane dell’Europa, com’era stato proposto da alcuni).

Ma ci sono altri ambienti dove non si accetta che la fede sia ridotta a un fatto esclusivamente personale, intimo. Sono i cristiani praticanti. Io ne conosco molti, chierici e laici, che appartengono a movimenti cristiani in Italia e in Francia. Loro parlando di fede, pensano e agiscono secondo la fede senza minimamente nasconderlo.
In questi movimenti cattolici, come Comunione e Liberazione o la Comunità di sant’Egidio, ci sono molti intellettuali e persino politici. Però, a differenza dei nostri politici che si dichiarano ortodossi, non sono dei retrogradi né dei fustigatori di costumi. Questo nuovo cattolicesimo postconciliare (intendo il Vaticano II) da noi è totalmente sconosciuto. Ha rappresentato un immenso cambiamento di paradigmi. Non prende a modello il medioevo ma la Chiesa dei tempi apostolici.
Quanto ai nostri che «parlano volentieri di fede», di solito non sopporto di ascoltarli. Perché parlano spesso in modo davvero indecoroso.

Per altro, noi abbiamo una nostra tradizione di tacere della fede. Nessuno la ricorda più. Viene dai tempi dell’ateismo sovietico, quando questi argomenti erano assolutamente vietati. La fede viveva di nascosto. Ai bambini mettevano la crocetta appuntata con l’ago da balia sulla maglietta di sotto. E pure gli adulti… Se un medico, ad esempio, vedeva che portavi la crocetta al collo, com’era uso, restava di sasso (a me è capitato più volte), era una provocazione! Parlo degli anni ’60-70. Negli anni ’80 andava già meglio. Ma a parte i divieti, il tacere in mezzo a un ambiente ostile era un modo per evitare la doppia coscienza.
Un mio professore d’università, N. Tolstoj, inculcava ai suoi figli che a scuola è meglio non parlare della fede, perché è una questione intima come l’amore. Così facevano molti credenti. Era malizia? Non credo. Noi ci riconoscevamo anche senza parole. Ma e la missione, la testimonianza della fede? Un cristiano se non confessa la fede non è cristiano. Noi condividevamo la fede con quelli che si mostravano interessati ad ascoltare.

C’era anche un’altra via, il linguaggio indiretto. Le lezioni di Sergej Averincev sull’Estetica bizantina, all’Università di Mosca, richiamavano folle, e molti uditori si sono convertiti e sono entrati nella Chiesa. L’anno successivo le lezioni furono proibite come «propaganda religiosa». Ma non era una propaganda nel senso classico del termine: erano delle brillanti lezioni accademiche, una raffinata analisi del pensiero teologico. Averincev non lanciava proclami. Solo faceva ammirare ai suoi uditori e ai suoi lettori la profondità, la paradossalità di quel mondo, li faceva entusiasmare così che arrivassero a scoprire la fonte, il centro da cui irradiava tutta questa grande civiltà. In pratica tutti gli scritti di Averincev erano una sorta di nuova apologetica. Paragonato a questo, il livello attuale del discorso sui temi religiosi non è che una misera parodia.