19 Giugno 2019

A Bucarest per rispondere alle carestie d’amore

Angelo Bonaguro

In visita al Centro Don Orione di Voluntari, vicino a Bucarest, una struttura che vuole rispondere al «grido di fronte alle carestie di amore del nostro tempo, di fronte all’individualismo e all’indifferenza», come ha ricordato papa Francesco nel suo recente viaggio in Romania.

La piccola Ana ci prende per mano a turno, costringendoci a fare qualche metro con lei nel corridoio al secondo piano del Centro Don Orione di Voluntari, un grosso borgo alla periferia di Bucarest. Ormai risucchiato dalla capitale, prende il nome dai soldati volontari che combatterono per la Romania e ai quali al termine della Prima guerra mondiale furono concessi degli appezzamenti per costruire le proprie abitazioni.

Nel maggio scorso il Don Orione ha festeggiato il 25° anniversario di attività nella capitale romena. La presenza della congregazione orionina in Romania – ha raccontato in un’intervista padre Pierre Kouassi, consigliere generale dell’Opera – è cominciata dopo l’89, come risposta all’invito rivolto da Giovanni Paolo II alle congregazioni religiose ad andare verso l’Europa orientale: non era sufficiente che il comunismo fosse caduto, occorreva ricostruire una nuova civiltà offrendo esperienze di fede e di carità. Così nel 1991 a Oradea, in Transilvania, è stata aperta una scuola per giovani di diverse confessioni religiose, si è dato vita a un oratorio e ad un gruppo scout. Nel 1994 gli orionini sono arrivati a Bucarest, dove grazie allo zelo del compianto don Belisario Lazzarin è iniziata un’attività caritativa a favore di famiglie povere, ragazzi di strada e anziani soli. Nel ’98 c’è stata l’apertura della terza comunità a Iași, vicino al confine con la Moldavia, dove accanto al seminario per la formazione dei futuri sacerdoti sono sorti un oratorio, una casa per orfani, un asilo misto con bimbi rom e romeni, e un centro per il recupero degli alcolisti.

Alla fine degli anni ’90 è iniziata anche la costruzione del centro di Voluntari, destinato ad accogliere persone particolarmente bisognose, dapprima una trentina di ragazze orfane e alcune signore anziane, e successivamente è stato ampliato in «Piccolo Cottolengo» in cui dimorano una sessantina di anziani e una quindicina di bambini con handicap gravi, oltre a fungere da centro diurno per bambini autistici. È in progetto anche l’avvio dell’oratorio in collaborazione con le suore cattoliche e la parrocchia ortodossa perché «la porta del Piccolo Cottolengo – diceva don Orione – non domanda a chi entra se ha un nome, una religione, o un credo politico, ma soltanto se ha un dolore, perché la nostra carità non serra porte».

Il centro di Voluntari, in cui lavorano un’ottantina di dipendenti, è stato realizzato soprattutto grazie al sostegno proveniente dall’Italia, ai vari amici e benefattori, dall’imprenditore che ha regalato le porte e gli infissi, agli Alpini che hanno contribuito efficacemente alla ristrutturazione degli edifici e, da ultimo, hanno rifatto il vialetto che conduce alla chiesa proprio per il 25° anniversario. Quasi nulla invece è venuto dall’amministrazione statale che finora si è limitata a «stupirsi» e «incoraggiare» il Centro.

Il vero lavoro è cambiare la mentalità

Mentre attendiamo suor Luisa, un minibus scarica un gruppo di studenti del liceo turco di Bucarest, vengono a fare caritativa con gli anziani e i bambini, e il loro arrivo per gli ospiti del Centro è una festa.

Suor Luisa è una delle 4 suore della Congregatio Iesu che operano nella struttura. Ci accompagna al primo piano dove c’è il reparto per gli anziani, più o meno tutti autosufficienti, collocati in camere ampie, con due o tre letti, bagno e balconcino – sì, fa molto ospedale, però sono dei fortunati, se sono qui è perché possono pagarsi la retta, visto che lo Stato non aiuta. Anziani, disabili e orfani restano ai margini della società romena: i reportages dedicati ai minori e agli adulti abbandonati a se stessi che sopravvivono nei cunicoli sotterranei del riscaldamento cittadino li abbiamo visti anche in Italia. Per i bambini disabili lo Stato sta cambiando politica e dagli istituti-caserma con numerosi ospiti si sta passando alla creazione di case-famiglia. Per il cittadino medio però queste situazioni di disagio e handicap sono un peso e un problema.

L’accoglienza degli anziani – si legge nella presentazione del Centro – è cominciata in un freddo inverno, quando alla porta dell’istituto si è presentato un tizio dicendo: «Sono qui con un’amica, un’anziana. È là fuori in auto. Finora ci siamo presi noi cura di lei, ma ora non abbiamo più la possibilità di farlo. Se la volete, la lasciamo qui, ma anche se non la volete dobbiamo lasciarvela, perché non abbiamo alternativa».
Oggi la lista d’attesa per il ricovero a Voluntari è lunga, perché in città mancano strutture simili dotate di giardino, ascensore, spazi ricreativi e… nipotini molto particolari con i quali condividere momenti di ricreazione.

Suor Luisa con Alexandra e Mariuca.

Saliamo al piano dei bambini mentre dietro di noi si spegne in sottofondo L’italiano di Toto Cutugno. Eccoci al cuore del piccolo Cottolengo. Ci viene incontro Ivana, una ragazzina spastica e molto vivace: «Attenzione che questa ci picchia!» – scherza Luisa.
Sul divano davanti alla tv sono sedute le gemelline nate da madre quindicenne, una di loro è cieca. Comincia il balletto di Ana, come altri sempre in cerca di qualcosa da mangiare: cibo ne hanno a sufficienza qui, ma è la loro storia, il loro istinto di sopravvivenza a non farli sentire tranquilli.
Nel letto con le sponde gialle sono distese Alexandra e Mariuca, che sembrano così piccole tanto sono rattrappite e invece sono adolescenti. «Alcuni operatori restano qui qualche giorno ma poi se ne vanno, non ce la fanno a resistere», osserva suor Luisa, alla quale basta poco per farle sorridere: «Alexandra, frumoasă!» – Alexandra, sei bella!

La sala da pranzo dei bambini.

Bisogna dare un futuro

Don Roberto Polimeni ha diretto l’opera per un certo periodo: «Il Centro aveva appena aperto il reparto per i bambini disabili – ha raccontato tempo fa al Sole24Ore. – La prima sfida è stata provare a specializzare il lavoro: il bambino disabile deve essere recuperato e non solo trattenuto, quindi curato nel modo in cui si veste, nel modo in cui è lavato, in cui mangia, anche curato con amore perché questo c’era e c’è sempre. Il problema è che il recupero sta nella sua autonomia, nella sua capacità di autostima, nella sua capacità di recupero in modo da “tirare fuori” dal bambino tutto quello che può esserci nella sua persona… Manca tutta la parte educativa, la parte di sviluppo, già dalla tenera età. Questo produce adulti che sono un peso. Avevamo 8 bambini quando sono arrivato, li abbiamo portati a 20 in poco tempo, però tutti erano lavati, vestiti e imboccati; poi abbiamo trovato dei terapisti con mentalità nuova, e in alcuni mesi già sei bambini mangiavano da soli».

Don Roberto era preoccupato anche del loro futuro: «Dopo il centro per i bambini è stato aperto quello per i giovani adulti disabili e in questa fase si è sviluppata la strategia per l’avviamento al lavoro e per superare il retaggio dell’era comunista per cui il disabile resta soltanto un peso… La sfida più importante è quella di uscire. …A me piacerebbe che i nostri ragazzi uscissero la mattina per andare a lavorare e tornassero la sera dopo il lavoro, ma questo è difficile perché gli industriali non sono disposti a prenderli dato che non sono preparati, un po’ per la mentalità, un po’ per l’idea in sé e un po’ perché è pur vero che le strutture statali romene e anche noi non siamo ancora in grado di preparare i ragazzi al mondo del lavoro».

Sul muro accanto alla saletta è appeso un cartellone scritto a mano: «In questa casa ridiamo molto, diciamo “mi dispiace” e ci perdoniamo, ci aiutiamo a vicenda».
La quiete del piano viene presto interrotta dall’arrivo degli altri bambini accompagnati dagli studenti turchi, è quasi ora di pranzo e la ricreazione in giardino è finita. Sono tutti vivacissimi, soprattutto Nico, che è uno dei più grandicelli e può dare una mano a stare con gli altri.
Con la carrozzina si avvicina Robert, che passa il suo tempo a strappare strisce sottili dai suoi vestiti, a giocarci e masticarle. «Abbiamo 5 bambini che vanno a una scuola speciale – spiega suor Luisa, – capiscono di essere stati maltrattati da piccoli, portano con sé dei traumi e ne soffrono molto». Facendo leva contro il muro, dal suo lettino con le rotelle cerca di avvicinarsi un altro bambino, appena deposto oltre le sbarre da un giovane che è qui a sua volta per un percorso rieducativo dopo un passato di tossicodipendenza.
Aurel è cieco, «vuole camminare, se ti prende non ti lascia più», vuol essere abbracciato in continuazione e accompagnato fuori – tanto più oggi che è una bella giornata calda. «Quando capita che sei stanco, arriva uno di loro, ti abbraccia… e passa tutto, sono così innocenti!», esclama Luisa.

C’è tempo per visitare la chiesa – anch’essa sorta per volontà di don Lazzarin – e poi la serra, dove le coltivazioni sono curate dagli adulti e dagli anziani – da lontano si vedono gli asinelli per l’onoterapia.
In un edificio staccato dal complesso principale vivono le ragazze orfane, alcune delle quali sono problematiche e violente, anche verso se stesse, sono state raccolte dalla strada senza niente e senza un luogo dove andare, dopo essere passate dagli orfanotrofi statali. In quei posti – osserva Luisa – il comunismo ha lasciato in eredità la mentalità del furto: «devi» rubare qualcosa per arrotondare lo stipendio, così in molti casi il personale arraffa parte del cibo destinato agli ospiti. Non a questi livelli, tuttavia i problemi legati al soldo ci sono anche a Voluntari: i momenti di confronto all’interno del personale esistono, ci assicura Luisa, c’è una costante formazione professionale e spirituale, ma la parte del leone la fanno le questioni economiche, e anche i volontari si aspettano la paghetta.

La chiesa dedicata a s. L. Orione.

Nel 2014, in occasione dellinaugurazione del nuovo reparto residenziale per ragazzi disabili, il superiore generale degli orionini don Flavio Peloso ha ricordato che «il Centro è un’opera di Dio, è Dio il motore che fa funzionare questa istituzione provvidenziale animando i confratelli e suore, i dipendenti che servono, gli amici, i benefattori, gli organismi di solidarietà civili ed ecclesiali che danno il loro contributo. Il vedere come qui si ama la vita debole di persone anziane o piccole o con gravi disabilità fa capire quanto la Chiesa ami la vita, sempre, perché è sempre degna, sempre di Dio. Il rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia e di ogni legge e costume che scarta il più debole o il limitato non viene da motivi ideologici o da chiusure mentali, ma dall’apertura alla dignità di ogni persona, sempre e comunque, perché “nel più misero degli uomini brilla l’immagine di Dio”».
«Abbiamo bisogno di aiutarci a non cedere alle seduzioni di una “cultura dell’odio”, di una cultura individualista che, forse non più ideologica come ai tempi della persecuzione ateista, è tuttavia più suadente e non meno materialista», ha ammonito papa Francesco parlando al santo sinodo ortodosso durante la sua recente visita in Romania.

L’anno prossimo uno dei viaggi organizzati da Russia Cristiana sarà proprio in Romania.

Per chi volesse contribuire:
Asociația Don Orione

www.asociatiadonorione.ro

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

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