9 Marzo 2017

Bielorussia: difendiamo i nostri morti

Andrej Strocev

Kuropaty è un luogo terribile: ci riposano oltre 100mila fucilati. Ma il business post sovietico ci vuole costruire degli uffici. E i bielorussi, figli dell’ultimo regime comunista d’Europa, si oppongono. Inattesa rinascita di una società civile.

La fine dell’inverno e l’inizio della primavera in Bielorussia sono stati segnati da una parola ricorrente «Kuropaty». Di Kuropaty si è parlato, si è discusso su facebook, ci si pensa di continuo. A Kuropaty si è cantato, si preparava da mangiare, si recitavano poesie, si pregava. Qualcuno ci ha anche dormito e si è risvegliato nelle ultime due settimane. Ma cos’è Kuropaty?
Si chiama così un bosco appena fuori Minsk. Nel 1988 gli storici Zenon Poznjak ed Evgenij Šmygalëv pubblicarono l’articolo Kuropaty, la strada della morte, in cui gli autori riportavano i racconti degli abitanti della zona, secondo i quali prima della guerra in quel bosco ogni notte si sentivano gli spari delle fucilazioni. L’articolo fu letto da molta gente e fu impossibile ignorarlo. Allora la Procura della Bielorussia sovietica aprì un’inchiesta e iniziarono gli scavi. Nel bosco trovarono più di 500 fosse che contenevano resti umani, abiti, pallottole. L’inchiesta concluse che in quel luogo erano seppellite almeno 30mila persone, tutte fucilate dagli organi dell’NKVD nel 1937-1941. La conclusione venne confermata dagli abitanti della zona e da alcuni ex agenti dell’NKVD.
Allora, negli ultimissimi anni sovietici, per la nostra società fu un vero shock. Nel 1988 a Kuropaty si svolse una dimostrazione di massa che condannava apertamente lo stalinismo. Le forze dell’ordine dispersero il corteo usando anche i lacrimogeni. Ma questo non fece che moltiplicare l’interesse per Kuropaty, che divenne un simbolo importante della lotta per l’indipendenza nazionale. Nel 1989, per la Festa dei nonni, tradizionale giorno della memoria che coincide con la festa religiosa di Tutti i Santi, venne fatta una prima processione e nel bosco fu piantata una grande croce. Da allora questa processione si è ripetuta ogni anno, ed ora sul luogo si trova circa un migliaio di croci.


La tensione politica attorno a Kuropaty non è mai venuta meno. In Bielorussia è diventato per antonomasia il luogo della memoria delle vittime sovietiche, anche se qualcuno ha tentato più volte di affermare che in realtà nel bosco sono sepolte non le vittime dell’NKVD staliniano ma dei nazisti, uccise durante la seconda guerra mondiale. Tuttavia nuovi scavi hanno dimostrato innanzitutto che le fucilazioni risalgono alla fine degli anni ’30, e poi che le vittime sono molte più di 30mila. In base a vari calcoli, potrebbero essere 100 e persino 200mila. Ma il numero preciso è ignoto poiché i vecchi archivi dell’NKVD sono chiusi, e l’odierno KGB bielorusso si rifiuta di aprirli. O meglio, non si sa neppure se esistano ancora, gli archivi. Per questo stesso motivo non si può dire chi, fra tutti i morti ammazzati tra il 1937 e il 1941, si trova proprio qui; sono stati recuperati con certezza solo pochi nomi.
Kuropaty oggi ha uno status duplice, imprecisato. È un monumento storico statale, un territorio tutelato. Però dal 1994 né il presidente né nessun membro del governo bielorusso ha mai visitato anche una sola volta questo luogo in veste ufficiale, a differenza dei presidenti di Stati Uniti, Polonia, dei nunzi apostolici vaticani e del patriarca Aleksij II. Molti anni fa era stata presa la decisione di costruire un memoriale e una cappella, ma ancora non si è visto niente; né si parla di Kuropaty nei nuovi testi di storia bielorussa. Diverse volte dei vandali hanno abbattuto le croci, ma nessun responsabile è mai stato identificato. In compenso la gente frequenta costantemente il sito, qui pregano i cristiani di tutte le confessioni, i volontari mantengono pulito il bosco. Di fatto, Kuropaty ora non è solo un luogo della memoria, ma un luogo dell’opposizione politica e ideale.
Uno degli episodi più rilevanti è accaduto nel 2001-2002, quando diedero inizio ai lavori di rifacimento della vecchia circonvallazione di Minsk. Negli anni ’50, quando nessuno ancora sapeva quel che era successo a Kuropaty, la superstrada venne fatta passare proprio in mezzo al bosco; ma nel 2001, quando ormai tutti sapevano delle fosse comuni, l’amministrazione decise di allargare la strada da due a sei corsie, accantonando il progetto di una nuova strada che aggirasse il sito. Ma quando diedero avvio ai lavori gli attivisti di alcuni movimenti civili piantarono le tende sul luogo, per impedire lo scempio. La polizia cercò in tutti i modi di sgomberare i manifestanti ma quelli rimasero sul posto 250 giorni, compreso tutto l’inverno. Alla fine la strada fu ampliata ugualmente.
Ed ecco che ora Kuropaty è tornata di nuovo al centro dell’attenzione, in modo inatteso. È successo che in questo luogo è stata progettata la costruzione di un Centro direzionale su un terreno acquistato nel 2013, che allora rientrava nella zona tutelata. Poi nel 2014 questo terreno è stato escluso dalla zona di interesse storico-culturale. Secondo gli esperti, ad esempio Anton Astapovič, direttore della Società per la tutela dei monumenti, l’operazione fu illegale, e di conseguenza è illegale costruire su questo terreno. Molto probabilmente in quel punto preciso non ci sono delle fosse, ma resta comunque l’obbligo di difendere il sito in quanto tale.

Inizia il braccio di ferro

Le proteste sono iniziate ai primi di febbraio. Gli abitanti della zona hanno raccolto le firme contro la costruzione e le hanno consegnate all’amministrazione del presidente, ma non è seguita alcuna risposta. Il 16 febbraio sono arrivati gli operai a preparare il cantiere. I cittadini hanno chiamato la polizia perché li fermasse, ma senza ottenere niente.
Domenica 20 febbraio alcuni membri del movimento «Fronte giovanile», guidati dall’ex detenuto politico Dmitrij Daškevič, sono venuti al cantiere e hanno piantato una tenda. Dapprincipio gli operai non sapevano che fare, ma poi sono sopraggiunti una decina di uomini che hanno scatenato la rissa con gli attivisti, hanno divelto la tenda e proseguito a piantare la recinzione. Alcuni manifestanti hanno allora deciso di passare la notte in loco, e il giorno dopo hanno rimesso in piedi la tenda, dando inizio a un’azione di difesa a lungo termine, come quella del 2001-2002.

Già il 22 febbraio l’accampamento di Kuropaty ha cominciato ad attirare l’attenzione dei media bielorussi, i giornali, anche quelli statali, ne hanno scritto. La pubblica amministrazione si è affrettata a dichiarare che il cantiere era legale, ma la protesta no. Però nel giro di ventiquattr’ore i giornalisti hanno scoperto che l’acquisto del terreno era stato fatto in violazione delle norme.
Poi, la notte fra il 22 e il 23 febbraio degli uomini mascherati hanno assalito e picchiato con bastoni i dimostranti nelle tende. Al commissariato di polizia, dove le vittime hanno fatto denuncia, i poliziotti non si sono scaldati molto, in compenso hanno raccolto tutti i dati personali delle vittime. E qui la loro azione si è esaurita. Ma l’aggressione, invece di scoraggiare i partecipanti, ne ha attirati di nuovi, e sui media l’argomento Kuropaty ha incominciato a scottare.
Intanto al cantiere la rete di recinzione è stata sostituita da pannelli metallici. Quando, il 24 febbraio, sono arrivate le scavatrici, la gente ha cercato di fermarle; un insegnante di storia, Sergej Pal’čevskij, si è agganciato con delle manette a un camion ed è rimasto per qualche ora steso a terra per impedire che si muovesse. Quando il pronto intervento lo ha liberato, dei personaggi senza divisa né segni di riconoscimento hanno cercato di portarlo via con sé. Ma la reazione della folla è stata decisa, e lo ha impedito. Da quel momento il cantiere si è fermato.
I primi cinque giorni sono stati decisivi. Per cinque volte sono scoppiate risse tra gli operai, o personaggi non identificabili e i difensori di Kuropaty. Ma questi ultimi non se ne sono andati neppure dopo l’assalto notturno. È stato il gesto disperato di Pal’čevskij che ha attirato l’attenzione generale su Kuropaty. In ogni caso non ci sono stati tentativi ufficiali da parte delle autorità di disperdere i dimostranti. Nel frattempo la gente accampata veniva sostenuta dagli abitanti dei dintorni.

Alcuni si espongono

Hanno incominciato a moltiplicarsi le prese di posizione a favore dei dimostranti e contro la costruzione. L’accampamento è stato visitato da poeti e musicisti; è arrivato persino un pianoforte da concerto. Alcuni sacerdoti di varie confessioni inizialmente hanno preso posizione a titolo personale, ad esempio l’addetto stampa della Chiesa ortodossa bielorussa Sergej Lepin, vescovi battisti e luterani. Il metropolita cattolico Tadeusz Kondrusiewicz ha chiamato Kuropaty «il Golgota bielorusso del XX secolo», mentre sul sito dei cattolici è comparsa una Via Crucis con meditazioni sulle fucilazioni staliniane. La scrittrice premio Nobel Svetlana Aleksievič ha sostenuto calorosamente i difensori di Kuropaty, e ha detto che sono loro il futuro del paese. Persino i media statali si sono «ricordati» di Kuropaty, e sul primo canale si è tenuta addirittura una tavola rotonda sull’argomento, dove si è detto diplomaticamente che bisogna ricordare il passato; qualcuno ha proposto ancora di fare del luogo un sacrario della memoria. Ma le parole più sorprendenti le ha pronunciate il vicepresidente del KGB, Igor’ Sergeenko, che alla tavola rotonda ha detto con forza che le repressioni sovietiche non sono solo il 1937 [cioè il Grande terrore] ma che dobbiamo ricordare tutto quel che era avvenuto prima, a partire dagli anni ’20.
Nel weekend del 25-26 febbraio il cantiere è rimasto fermo, intanto però l’attendamento cresceva, il perimetro del territorio da difendere è stato delimitato da tante croci di legno, mentre sulle lamiere che circondavano il cantiere si è creata una specie di mostra spontanea, con manifesti, poesie, disegni di bambini, foto e nomi dei fucilati. E la gente deponeva fiori e accendeva lumini. Chi ha l’auto portava legna e cibo. Alcuni siti internet hanno cominciato a trasmettere in diretta dal campo. Il sabato è arrivato il pastore pentecostale Bokun con la sua congregazione, e ha guidato la preghiera per tutti. La domenica mattina è stata organizzata una visita guidata del sito, e la sera è stato proiettato un documentario su Kuropaty usando come schermo la lamiera della recinzione.
Il lunedì successivo è stata annunciata una grossa mobilitazione per impedire l’inizio dei lavori, ma gli operai che si sono presentati hanno detto che erano venuti solo a raccogliere le loro cose, e tra gli applausi hanno portato via le scavatrici e i camion.
In compenso quello stesso giorno l’amministrazione di zona ha approvato ufficialmente il progetto di costruzione. È stato un momento di grande tensione; molti hanno pensato che, essendo ormai il progetto legalmente approvato, l’indomani sarebbero arrivate le truppe speciali a disperdere la folla. Invece non sono comparsi né gli agenti né gli operai, il giorno dopo l’amministrazione comunale di Minsk ha invitato i dimostranti a una trattativa. Della delegazione faceva parte anche il leader del partito d’opposizione Democrazia cristiana bielorussa, Pavel Severinec. Questi ha poi riferito che la trattativa è finita in stallo: il Comune ha detto che il cantiere resterà fermo fintanto che verrà esaminata attentamente tutta la documentazione, ma chiede di sgomberare l’accampamento. La controparte non ha accettato, e ha chiesto che il territorio torni ad essere comprensorio del parco storico. Per il 3 marzo i dimostranti hanno comunque invitato tutti gli abitanti della capitale a venire a Kuropaty.
Il 2 marzo il costruttore Igor’ Aniščenko ha improvvisamente invitato a un colloquio Dmitrij Daškevič iniziatore della protesta. L’uomo d’affari ha detto che non sapeva cosa fosse il terreno che aveva acquistato anni prima a un’asta, e ha promesso che rinuncerà a costruire. Ed effettivamente gli operai hanno cominciato a sgomberare i materiali da costruzione. Daškevič dal canto suo ha comunicato che l’accampamento sarebbe comunque rimasto sino a lunedì, per verificare se la promessa veniva mantenuta.

Gallery (foto www.tut.by)

Fragile e irriducibile resistenza

Il meeting del 3 marzo si è svolto ugualmente, e vi hanno partecipato alcune centinaia di persone. Il clima generale era di trionfo e di gratitudine per tutti coloro che avevano partecipato alla difesa di Kuropaty. L’incontro si è aperto col canto dell’inno spirituale della Bielorussia, «Dio onnipotente» e col Padre nostro, e si è concluso con una preghiera e un concerto. Per tutto il fine settimana hanno suonato, e tutto è stato tranquillo. Infine, lunedì 6 marzo circa due settimane dopo l’inizio della protesta, come avevano promesso i difensori di Kuropaty hanno smontato il campo. Hanno tolto le bandiere, spento il falò, portato via le tende, spazzato il terreno e fatto l’ultima foto insieme. C’era un po’ di tristezza ma nel complesso gli spiriti erano alti.
Molte cose restano comunque non chiarite. Il recinto attorno al cantiere è ancora lì, anche se si spera che lo tireranno via presto. Il cantiere è stato chiuso per iniziativa del costruttore, ma le autorità municipali ancora non hanno espresso la loro decisione finale riguardo al terreno, che non è stato reinserito nella zona protetta, per questo in teoria può sempre accadere che il comune lo ceda a un altro costruttore. Manca qualsiasi reazione da parte del presidente Lukašenko, per lui è come se questo posto non esistesse, e sicuramente il suo è un silenzio molto eloquente.
La storia ha avuto un nuovo colpo di scena martedì 7 marzo, quando è stato arrestato Sergej Pal’čevskij, quello che aveva impedito col proprio corpo il passaggio dei camion. Per di più la polizia per alcune ora ha negato il fermo; ma alla fine si è saputo che sconterà 10 giorni di arresti domiciliari per «partecipazione a manifestazione non sanzionata». La cosa assurda è che non si capisce se la manifestazione non sanzionata sia l’accampamento a Kuropaty o la marcia contro la «tassa sulla disoccupazione» che si è svolta a Minsk il 17 febbraio, cui Sergej aveva pure partecipato. Si è anche saputo che dei poliziotti stazionavano all’ingresso della casa di Dmitrij Daškevič, l’iniziatore della protesta di Kuropaty, ma che si sono dileguati non appena sono arrivati i giornalisti.
Nonostante le reazioni scomposte da parte dell’autorità, si può dire che a Kuropaty c’è già stata una grande vittoria morale. L’hanno ottenuta i difensori di Kuropaty: gli attivisti di movimenti e partiti politici nazionali, verdi, anarchici. Ma anche poeti e musicisti, pittori. E i cristiani di tutte le confessioni. Gli abitanti di Minsk e la società civile bielorussa.
È stata politica, ma non solo. È stata lotta alla corruzione, ma non solo. Non è stata semplicemente una protesta nazionale, civile, sociale. Non è solo il fatto che a Kuropaty la gente ha difeso la memoria dei suoi padri perché, a ben guardare, non conosce i nomi dei morti che ha difeso. Come ha detto il sacerdote greco-cattolico Andrej Bujnič, si lotta per la concezione stessa dell’uomo, che per la macchina staliniana era solo un bullone mentre per il cristiano è immagine di Dio. Ed è simbolico che questi fatti accadano nel 2017, a cento anni dalla rivoluzione bolscevica e a 80 dal Grande terrore. Lo vediamo coi nostri occhi che non sono solo questioni del passato, oggetto di studi degli storici, ma che è un tema vivo, dolente, del giorno d’oggi.
Quasi trent’anni fa Kuropaty, come una ferita aperta, mise a nudo la memoria del passato bielorusso. Diciassette anni fa a Kuropaty ci fu un’altra protesta, e della gente trascorse le notti nel bosco per quasi nove mesi. Ma allora la società quasi non se ne accorse, e non soltanto perché allora non c’era la ripresa in diretta. Si può constatare che il problema non è affatto risolto. Abbiamo ancora da percorrere un lungo cammino per far sì che in Bielorussia chi preserva i luoghi di fucilazione di massa non venga guardato dal potere come un delinquente potenziale, e che non si parli più di costruire centri direzionali in luoghi di questo tipo. Ma già quel che è successo in queste due settimane è stato un fatto veramente inatteso, e ci infonde una grande speranza.

L’area di Kuropaty, a nord-est della capitale bielorussa

Andrej Strocev

Nato a Minsk (Bielorussia) nel 1994. Ortodosso. Ha il diploma in disegno, attualmente frequenta l’Università di Vilnius (Lituania), corso di laurea in Culturologia. Studia la storia della Bielorussia, si interessa di folclore, teologia.

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