7 Novembre 2016

Damnatio memoriae e ritorno alla vita

Ol'ga Sedakova

Come ogni anno, il 29 ottobre a Mosca, presso la Pietra delle Solovki, l’associazione «Memorial» ha organizzato l’azione detta «Restituzione dei nomi», memoria delle vittime delle repressioni politiche. A che scopo? Ce lo racconta la poetessa O. Sedakova.

Per me questo è il giorno più importante del calendario. In piazza Lubjanka, quando si leggono i nomi degli innocenti che sono stati uccisi, si prova allo stesso tempo un profondissimo dolore e una profonda purificazione, come nella tragedia greca. Non c’è altro evento pubblico che faccia provare una cosa del genere.
È molto importante che a leggere i nomi vengano sia persone per le quali queste vittime fanno parte della propria memoria personale e familiare, sia persone che non hanno avuto vittime fra i parenti. Tra i familiari più stretti io non ho nessuno che sia morto così. E mi piace che questo vada oltre la memoria familiare, mi piace che si leggano i nomi di persone assolutamente sconosciute. Altrimenti si potrebbe considerare tutto questo come una faccenda privata: i discendenti di coloro che sono stati repressi, gli «offesi», ricordano i «propri» cari. Invece è qualcosa che coinvolge tutta la nazione.
Questo dolore è comune, anche se in famiglia non hai nessuno che ne sia stato vittima. Mi è capitato di vedere, per tre volte, delle persone che, dopo aver letto i nomi a loro capitati, hanno detto inaspettatamente di appartenere «all’altra parte», che i loro nonni erano coloro che avevano perseguitato e giustiziato queste persone. E ora questi discendenti chiedevano perdono per loro. Ogni volta si è trattato di un pentimento di una tale sincerità e forza che colpiva tutti.

Il gesto di leggere elenchi di nomi è ben noto a tutte le persone di Chiesa. Lo facciamo ad ogni liturgia: scriviamo e leggiamo i nomi di coloro per cui chiediamo la salute o la pace eterna. Ma c’è un’enorme differenza: le persone che ricordiamo nella liturgia sussistono nella memoria. Questi nomi non hanno bisogno di essere «restituiti».
Qui invece succede proprio questo: vengono restituiti dall’oblio, si sconfigge la morte seconda, si attua una sorta di resurrezione. Infatti le persone che ricordiamo in piazza Lubjanka sono state uccise due volte. La prima fisicamente, e subito dopo è stata uccisa la loro stessa memoria. È come se qui si fosse applicata l’antica prescrizione che esisteva nella Roma imperiale, quella della damnatio memoriae, la maledizione della memoria: quando si distruggeva un nemico dello Stato, un nemico di Cesare, veniva distrutta in modo rituale anche la memoria stessa di quella persona. Il suo nome veniva cancellato da tutti i documenti e da tutte le iscrizioni, venivano distrutti anche i suoi ritratti. La stessa cosa si è fatta anche da noi nel XX secolo. E bisogna ricordare che quasi tutti erano d’accordo. Perciò, anche senza essere stati delatori o secondini, abbiamo partecipato anche noi a questa distruzione della memoria. Leggendo e ascoltando i nomi di chi è morto, tentiamo di espiare questa colpa comune. Da qui deriva probabilmente questo senso di purificazione, di catarsi.
Ammiro il fatto che durante queste letture, di anno in anno, si percepisca una nota di dolore e di pentimento. E di profonda riflessione su quanto è accaduto. Non ci sono sentimenti di vendetta e di castigo. Tutto questo passa in secondo piano. E se qualcuno prova a proclamare qualcosa come «non dimenticheremo, non perdoneremo», nessuno gli va dietro, perché non corrisponde affatto al sentimento comune.

In questo periodo sto leggendo don Carlo Gnocchi, un santo italiano del XX secolo. Durante la guerra venne in Russia con le truppe italiane. Ed ecco cosa scrive all’inizio della guerra, riguardo al popolo russo: «E poi il tormento profondo e quasi tellurico di questo popolo dall’ispirazione messianica è ancor ben lontano dall’aver preso coscienza di sé e chiarificazione; esso è ancora allo stato informe e contraddittorio». Mi sembra che da noi non si sia ancora compreso che quello che è capitato al paese nel XX secolo è stato davvero un tormento quasi tellurico, e non solo per chi è stato perseguitato e ucciso, ma in generale per tutti. Proprio partendo da questa incomprensione e non consapevolezza di quanto è accaduto si può capire perché da noi prenda piede la nostalgia per l’epoca staliniana.
Oggi si parla molto di come trovare qualcosa che leghi tutti, come acquisire l’unità popolare. E sembra che sia un compito impossibile da realizzare: come, su che base si possono riconciliare tutti?
L’unità vera, misteriosa, è quella che si prova qui, in piazza Lubjanka, mentre si fa la fila con chi è venuto a leggere i nomi degli uccisi. Questo lega le persone per davvero. È un’unità in cui ci sono amore reciproco, fiducia reciproca, rispetto reciproco. Sentiamo che stiamo facendo la stessa cosa, e questa cosa non è solo il desiderio di ricordare chi è stato ucciso e dimenticato. Quelli che vengono qui sono uniti da una sorta di fede comune, una comune visione del mondo. E ci siamo riuniti per professare questa fede. Più o meno la si può definire così: la violenza organizzata contro l’uomo è inaccettabile e non può in alcun modo essere giustificata; la crudeltà, commessa in nome di qualsiasi cosa, ci è odiosa; nessuno ha il diritto di disprezzare la vita dell’uomo. Questa sì è la vera unione degli uomini, non inventata né comandata dall’alto.

Ol'ga Sedakova

Poetessa, scrittrice e traduttrice moscovita, è docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università Statale Lomonosov. Erede della tradizione della grande cultura russa, la sua opera è tradotta in numerose lingue e ha ottenuto riconoscimenti, quali il premio Solov’ëv e il premio Solženicyn.

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