7 Gennaio 2023

«Liberi». Il film su due protagonisti della Chiesa slovacca nel comunismo

Angelo Bonaguro

Nella Slovacchia comunista, due amici animati dalla stessa passione missionaria contribuiscono alla rinascita religiosa del paese nonostante le repressioni, il carcere e l’ateismo. Un film-documentario ne racconta la storia.

Uscito a metà settembre, il documentario Slobodní (Liberi) di Slavomír Zrebný è dedicato alle figure di Silvester (Silvo) Krčméry (1924-2013) e don Vladimír (Vlado) Jukl (1923-2012), due protagonisti della resistenza della Chiesa cattolica slovacca e della sua rinascita dagli anni ‘60 in poi.

Il video ripercorre la vita dei due giovani amici credenti, alle prese con i totalitarismi – nazista e comunista – che hanno condizionato la storia slovacca del secolo scorso. Una vita molto intensa, nonostante la lunga parentesi carceraria, che lo stesso documentario fatica a riassumere.

Silvo, «famoso monello» di Banská Bystrica, è affascinato dalle iniziative dei gesuiti e, trasferitosi con la famiglia a Bratislava, si impegna nella gioventù cattolica; vorrebbe studiare teologia ma per volontà del padre deve iscriversi a medicina. E proprio nella capitale, nel 1943, stringe amicizia con Vlado, un «bravo ragazzo» tutto casa e chiesa, in concomitanza con l’arrivo di padre Tomislav Kolakovič. Personaggio carismatico, Kolakovič è un gesuita in fuga dalla Jugoslavia che svolge apostolato fra gli studenti slovacchi sino alla fine della guerra, quando è costretto a riparare in Occidente lasciando in terra slovacca semi pronti a germogliare.
Sono gli anni della repubblica guidata da monsignor Tiso, che stringe la sciagurata alleanza con la Germania nazista. Per i due amici si tratta di una situazione socio-politica inaccettabile, perciò entrano nella resistenza.

Terminata la guerra, si ritrovano studenti a Praga, dove svolgono opera missionaria nell’ambiente universitario. Ma nel giro di pochi anni i timori che Kolakovič aveva espresso ai giovani sulla situazione che si sarebbe venuta a creare nell’eventualità che i comunisti avessero preso il potere, diventano dura realtà: dopo il colpo di Stato del 1948, anche in Slovacchia la Chiesa subisce le restrizioni imposte dal regime.

Vlado e Silvo negli anni ’60. (postoj.sk)

Nel 1951 Silvo e Vlado vengono arrestati, giudicati colpevoli di aver svolto attività ritenute illegali e condannati (in processi separati) rispettivamente a 14 e 25 anni di carcere.

«Voi avete il potere – dice Silvo nell’autodifesa, – ma noi abbiamo la verità. Non vi invidiamo questo potere, né lo desideriamo; la verità ci basta perché è più grande e più forte del potere.

Ma chi detiene il potere pensa di poter sopprimere la verità. Di poterla uccidere, o addirittura crocifiggere. Ma la verità è sempre risorta e risorgerà dai morti».

Negli anni ’50 il carcere cecoslovacco è sinonimo di soprusi, violenze fisiche e psicologiche, i detenuti sono costretti a svolgere lavori pesanti e usuranti. «Signore onnipotente – prega Vlado la sera, – aiutami a resistere fino al mattino», e poi: «Signore Dio, aiutami a resistere fino alla sera».

Nel 1965 entrambi, rimasti separati durante la prigionia, vengono rilasciati – o meglio: Vlado esce in libertà condizionata, Silvo invece viene letteralmente scacciato dal carcere dopo che ha rifiutato l’amnistia, perché convinto di non aver commesso alcun crimine, perciò le autorità dovrebbero annullare la sentenza, non graziarlo.

Silvo e Vlado

Durante una gita in montagna. (filmslobodni.sk)

Li ritroviamo alla fine degli anni ’60, Silvo medico radiologo e Vlado matematico, intenzionati a mettersi nuovamente al servizio della Chiesa, e offrire la loro disponibilità innanzitutto ai sacerdoti ancora spaventati per le persecuzioni dell’epoca staliniana. La conoscenza e frequentazione del vescovo Ján Korec, anch’egli rilasciato dopo 8 anni di carcere, ordinato clandestinamente e costretto a lavorare come operaio, sfocerà nella costituzione della comunità Fatima e di altri gruppetti di credenti, perché «in due non si poteva far molto per la Chiesa, perciò sarebbe stato meglio avere una comunità di amici».

Nel 1971 Vlado viene ordinato sacerdote clandestinamente da Korec, con l’intenzione addirittura di andare in missione in URSS – l’antico sogno di Kolakovič, che inizialmente si traduce nell’invio di letteratura religiosa tramite la Polonia, dov’era più facile introdurla per poi farla passare in URSS. Negli anni ‘80 la comunità Fatima pubblica riviste samizdat, organizza raccolte di firme per la libertà religiosa, aiuta ad organizzare pellegrinaggi, fra i quali resta memorabile quello a Velehrad, in occasione del 1100° della morte di san Metodio, che raccoglie oltre centomila persone e dimostra quanto sia viva e dinamica la «Chiesa del silenzio».

Tanto più viva è nel marzo 1988, quando gli attivisti cattolici slovacchi organizzano una manifestazione pacifica per chiedere nuove nomine episcopali, libertà religiosa e il rispetto dei diritti civili, ma i partecipanti vengono brutalmente dispersi dalla polizia. Il regime tuttavia non sopravvive alle spinte della società civile sostenuta anche dalla Chiesa, e nel novembre 1989 anche in Slovacchia dilaga l’onda del cambiamento. Vlado può finalmente partecipare pubblicamente alla vita ecclesiale, mentre Silvo si occupa del recupero di tossicodipendenti ed emarginati, perché «occorre avere carità, saper perdonare e avvicinare gli ultimi».

«Liberi». Il film su due protagonisti della Chiesa slovacca nel comunismo

(filmslobodni.sk)

Così fra spezzoni di video d’epoca, fotografie e videointerviste (anche ai due protagonisti, registrate qualche anno prima della loro scomparsa), si dipana la storia di due testimoni della Chiesa che hanno dimostrato come la libertà personale si può conservare anche nelle peggiori circostanze e può cambiare la storia.
E ciò che hanno seminato non va perso, come si legge nella testimonianza raccolta dal portale Postoy.sk in concomitanza con l’uscita del documentario:

«Avevo 17 anni e vivevo una vita terribile, ero un tipo molto problematico e stavo affogando nella droga (…). I miei genitori erano disperati, punizioni e cure non servivano (…). Un giorno, su consiglio di una signora che mia madre incontrava in chiesa, mi accompagnarono a Bratislava da Silvo. Mi aspettavo rimproveri e lezioni di vita…

Invece iniziò a parlarmi come se ci conoscessimo da sempre, senza rimproverarmi, mi accolse così com’ero, gli raccontai la mia vita, pregammo e mangiammo…. Quando ci salutammo mi disse: “Se hai bisogno di aiuto, vieni quando vuoi”.

Conquistò la mia fiducia. Da quel giorno capii che c’era una persona a cui potevo rivolgermi in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione (…). Finii in custodia cautelare per 2 anni (…). Un giorno mia madre mi mandò il libro scritto da Silvo sui campi di lavoro. Si adattava perfettamente alla mia situazione ed era come se lui visitasse la mia anima. Io ero stato rinchiuso per furto e droga e lui si era fatto 13 anni per la fede (…). Quando fui rilasciato non cambiai subito vita, continuai a drogarmi ma molto meno di prima, e iniziai a lavorare su di me… Avevo bisogno però di qualcuno che mi aiutasse, che mi desse consigli e quello era Silvo. Mi accoglieva sempre, non mi chiedeva nulla, non mi sgridava… A poco a poco ho smesso con la droga, ho trovato moglie, mi sono trasferito, ora ho dei figli grandi e cerco di vivere onestamente, prendo esempio dalla vita di Silvo, imparo l’umiltà (…). Siamo tutti alla ricerca di Dio, anche se i percorsi sono diversi».

Trailer:

Slobodní
Regia: Slavomír Zrebný
Produzione: Gotthardt film, s.r.o., Ústav pamäti národa, Rozhlas a televízia Slovenska

Angelo Bonaguro

È ricercatore presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si occupa in modo particolare della storia del dissenso dei paesi centro-europei.

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