10 Dicembre 2018

Ascoltiamo Solženicyn, invece di usarlo

Yves Hamant

Il primo traduttore dell’Arcipelago GULag in una lingua occidentale ricorda la grande avventura collettiva che portò all’uscita dell’opera di Solženicyn. E si dice preoccupato per le nuove forzature ideologiche cui questo autore va incontro.

Il recupero ideologico di Solženicyn continua. Non pretendo di essere uno specialista dell’opera dello scrittore, né di essere il guardiano della sua memoria. Ciò nonostante posso dire di aver avuto un rapporto davvero personale con lui. E nel periodo in cui gli era stata proibita la pubblicazione nel suo paese, sono stato legato al suo editore russo in Francia, Nikita Struve. Questi insegnava letteratura russa all’Università di Nanterre, e al tempo stesso dirigeva una piccola casa editrice dell’emigrazione russa a Parigi, l’YMCA Press.
Nella primavera del 1973 Struve mi diede un misterioso appuntamento in un bar di Parigi. Lì mi confidò di aver ricevuto il microfilm di un libro dello scrittore dal titolo misterioso: Arcipelago GULag. Era un testo esplosivo sui campi di concentramento, che Solženicyn intendeva pubblicare soltanto il giorno in cui avesse deciso di bruciarsi i ponti alle spalle. Nel frattempo, però, chiedeva di cominciare a tradurlo nel segreto più assoluto. Ebbi la leggerezza di accettare la traduzione.

Ma d’un tratto, il corso degli avvenimenti accelerò bruscamente. Nel mese di settembre di quello stesso anno lessi sul giornale che una donna di Leningrado era stata interrogata per cinque giorni dal KGB e poi era stata trovata impiccata nel suo appartamento, dopo che il KGB aveva messo le mani su un libro di Solženicyn dedicato ai campi. Era il libro che stavo traducendo io. Capii in quel momento che avevo in mano un libro che aveva provocato un episodio tragico. A quel punto Solženicyn chiese di farlo uscire in russo in Francia, cosa che Struve fece, pubblicando il primo volume alla fine del 1973. Delle anticipazioni uscirono su «L’Express» e «Le Monde», nella mia traduzione. Sappiamo tutti le ripercussioni che l’opera ebbe.
Poi la situazione cambiò bruscamente anche da parte mia. Fui nominato attachéculturale a Mosca, non potevo più portare a termine la traduzione, così passai il testimone ad altri.
Prima della partenza, Nikita Struve mi chiese se ero disposto a fare da tramite fra Solženicyn e i suoi amici rimasti in URSS. Infatti nel frattempo la coppia Solženicyn era stata espulsa e si trovava in Svizzera. Soprattutto avrei dovuto fare da intermediario tra lo scrittore e la Fondazione di aiuto ai prigionieri politici e alle loro famiglie, che esisteva clandestinamente in Unione Sovietica e alla quale Solženicyn aveva devoluto i diritti d’autore dell’Arcipelago GULag. Non ebbi la minima esitazione. Tra i miei compiti ci fu quello di trasmettere medicinali, corrispondenza e denaro alla Fondazione, che in quel periodo era diretta dal dissidente Aleksandr Ginzburg.
Tutto questo mi ha guadagnato una menzione nel libro che lo scrittore intitolò Gli invisibili, nel quale ringraziava tutte le persone che l’avevano aiutato quando era alle prese con il regime sovietico. Non ne avevo quasi mai parlato fino ad ora, perché non volevo essere messo sullo stesso piano degli autentici eroi di cui condividevo l’elogio. Ma oggi mi sento in dovere di uscire dall’invisibilità.

Un gigante sostenuto dagli amici

Quest’anno celebriamo il centenario della nascita di Solženicyn. Il 14 novembre scorso ho organizzato una serata al Collegio dei Bernardini, intitolata «Solženicyn: un’avventura collettiva». Perché lo scrittore viene spesso rappresentato come un Mosè che scende dal Sinai con le tavole della Legge, ma non ci si rende conto, soprattutto in Francia, del versante collettivo della sua opera. In Solženicyn l’atto dello scrivere non è solamente intellettuale e morale. È anche un gesto concreto. Quest’uomo non ha cominciato dallo scrivere, ma componendo i suoi testi a mente, in lager, recitandoli a memoria. Aveva una memoria fenomenale. Al confino ha continuato allo stesso modo sino al giorno in cui un ex compagno di detenzione gli ha costruito una cassetta col doppio fondo, dove poteva nascondere i suoi manoscritti. In seguito ha imparato a fotografarli, affidando poi i microfilm a degli amici, che li avrebbero nascosti in luoghi diversi del paese. È così che ha scritto l’Arcipelago GULag, pezzo dopo pezzo. Non ha potuto rileggere il testo completo che un paio di volte. Ha mobilitato centinaia di persone per condurre a buon fine la sua opera. Inoltre si è valso di tutte le persone che gli hanno mandato la propria testimonianza sui campi dopo la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič, nel 1962. Da ultimo, Solženicyn ha destinato i diritti dell’Arcipelago ai prigionieri politici e alle loro famiglie in URSS. È nata così una terza rete. In totale, un migliaio di persone ha partecipato al suo lavoro. Per altro, lui ha reso loro omaggio nelle sue memorie chiamandoli appunto «gli invisibili». È dunque importante, invece di insistere sull’immagine del «profeta solitario», sottolineare l’aspetto collettivo.

L’uso politico

Oggi in Francia si registra la tendenza, soprattutto nella nuova destra conservatrice (che gravita attorno a Marion Maréchal-Le Pen, ad esempio) a dare di Solženicyn una lettura ideologica. Tra le migliaia di pagine che ha scritto, si va a prendere un discorso, quello pronunciato ad Harvard nel 1978, dove critica la società occidentale. E diventa un discorso che si mangia la coda. Il discorso va invece inserito nel suo contesto, e non è affatto centrale nella sua immensa opera.
La sua critica dell’Occidente non è sbagliata ma è abbastanza superficiale. Certo si trovano in Solženicyn varie denunce della modernità, dei Lumi, del giuridismo eccetera. Ma tutto questo va inserito nel contesto della storia russa. Perché quello che sta a cuore a Solženicyn è la Russia. I vent’anni che ha trascorso negli Stati Uniti sono stati interamente consacrati alla stesura del suo gigantesco romanzo storico La ruota rossa; lì nel Vermont Solženicyn ha fatto vita da eremita. Come ha scritto Georges Nivat, il più grande esperto della sua opera, nel discorso di Harvard la realtà americana appare in forme stereotipate; «Solženicyn non ha il tempo, né tanto meno il bisogno di osservare un’altra realtà al di fuori di quella russa… Lui giudica, pensa e profetizza solo a partire dal “divenire russo”» (Le phénomène Soljénitsyne, Fayard, Paris 2009, p. 99). Questo è al cuore della sua opera: la Russia, la tragedia russa, il suo dolore per la Russia. Certo si può cavare qualsiasi cosa dalla sua opera, ma così facendo non si può evitare di cadere in una terribile contraddizione. Lui cerca le vie per la Russia di oggi, va come a tastoni. Ed è disonesto applicare questa sua ricerca a una causa cui è estraneo. La ricerca di un’identità russa si iscrive in una storia tragica, piena di fratture e di traumi. Il problema dell’identità si pone dunque in termini molto diversi dall’Occidente. L’operazione che consiste nel prendere un paragrafo per usarlo nel contesto francese è semplicemente una falsificazione.

Io sono assolutamente contrario a un simile recupero ideologico. Oggi è necessario trattenere l’essenziale. Speravo che questo centenario fosse l’occasione di riscoprire la sua opera in tutte le sue dimensioni, come ho avuto modo di dire in una tavola rotonda all’UNESCO, nel marzo scorso. Ma si vede bene, negli articoli dedicati al discorso di Harvard, che la preoccupazione degli autori è tutt’altra: a loro interessa non la Russia di Solženicyn, ma la loro personale visione della società occidentale.

Yves Hamant

Ordinario di lingua russa e dottore in scienze politiche, ha insegnato presso l’Università di Parigi-Nanterre. È stato attaché culturale dell’ambasciata francese in URSS tra il 1974 e il 1979. È autore fra l’altro di una biografia di padre Aleksandr Men’ pubblicata dalla RC Edizioni.

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