23 Dicembre 2016

Wallenberg, ricordate questo nome

Vladimir Stepanov

La scomparsa del diplomatico svedese Wallenberg, salvatore degli ebrei ma arrestato dalle forze sovietiche nel 1945, resta un mistero ancor oggi. I parenti in visita a Mosca, a settembre, hanno partecipato a una tavola rotonda promossa da Memorial.

«Nel gergo dei bibliografi russi «far frusciare» significa cercare informazioni in uno schedario cartaceo», ha esordito lo storico Arsenij Roginskij aprendo la tavola rotonda svoltasi nel settembre scorso al Centro Memorial di Mosca e dedicata alla sorte del diplomatico svedese Raoul Wallenberg.
E appunto alle mani di archivisti e storici che ora, dopo più di mezzo secolo, è affidata la sorte del diplomatico, il cui nome è inserito tra quelli dei Giusti delle Nazioni. Solo un loro minuzioso lavoro sui documenti può far luce su questa oscura vicenda e risolvere uno degli enigmi del XX secolo: perché fu arrestato l’uomo che aveva salvato la vita a decine di migliaia di ebrei, e qual è stata la sua sorte successiva. Era il desiderio di andare a fondo di questa vicenda e di arrivare finalmente alla verità che animava i partecipanti alla tavola rotonda: «Ciò che è successo a lui è successo anche a milioni di altre persone di cui non abbiamo saputo più nulla; la verità su di lui è in un certo senso la verità su di loro, sulla nostra storia, su noi stessi».

Wallenberg (a destra, seduto alla scrivania) con i suoi collaboratori, 1944 (foto Yad Vashem).

Questa vicenda comincia il 17 gennaio del 1945 a Budapest, quando Raoul Wallenberg, primo segretario dell’ambasciata svedese a Budapest e il suo autista Vilmos Langfelder furono arrestati dalle truppe sovietiche subito dopo il loro ingresso nella capitale ungherese. Si sa per certo che Wallenberg fu portato a Mosca e imprigionato nel carcere della Lubjanka, dove rimase almeno due anni e mezzo. All’inizio i sovietici negarono recisamente l’arresto del diplomatico svedese, poi nel febbraio del 1957 il viceministro degli affari esteri Gromyko consegnò all’ambasciatore Rolf Sulman una nota in cui ammetteva il fatto dell’arresto e della detenzione di Raoul Wallenberg.
Secondo la versione ufficiale delle autorità sovietiche, basata sul rapporto presentato dal medico della prigione Smol’cov al capo dei servizi segreti Abakumov, il diplomatico svedese morì il 17 luglio 1947 «probabilmente per un attacco cardiaco». Ma in tutta questa vicenda restano troppe incongruenze e lacune. Un esempio: il professore americano Marvin Makinen, arrestato per spionaggio nel 1961 e detenuto per molti anni nel carcere di Vladimir, aveva sentito parlare dai suoi compagni di cella di un certo prigioniero svedese. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica Makinen, a 30 anni di distanza, riuscì a tornare a Vladimir e a intervistare un’infermiera che in quegli anni aveva lavorato nel carcere. Da una fotografia questa donna riconobbe nel detenuto svedese Raoul Wallenberg, che quindi era ancora vivo nel 1960.
Per risolvere il caso fu istituita una commissione russo-svedese che lavorò dal 1991 al 2000, senza però riuscire a dare una risposta alla domanda fondamentale: che cosa è successo al diplomatico svedese. Nel dicembre del 2000 Wallenberg fu riabilitato dalla procura generale della Federazione russa. Dagli atti risulta che «nel corso dell’indagine non è stato possibile stabilire le vere ragioni dell’arresto e della detenzione di Wallenberg e di Langfelder e le circostanze della loro morte, e non sono stati ritrovati gli atti del processo, i fascicoli personali degli arrestati o dei prigionieri di guerra».

Nel frattempo, dopo la fine dei lavori della commissione, sono venuti alla luce altri fatti collegati a questo caso. Nelle ricerche condotte presso l’Archivio Centrale del FSB gli storici americani Susanne Berger e Vadim Birstein hanno scoperto che il 23 luglio 1947 un funzionario dei servizi segreti, Sergej Kartašov, aveva interrogato sul caso Wallenberg il suo autista personale Vilmos Langfelder, Sandor Katona e un certo detenuto identificato con il numero 7. Gli archivisti del FSB ammisero che quasi sicuramente sotto questo numero si celava proprio Raoul Wallenberg: smentita indiretta della versione sovietica ufficiale! Ne consegue che il diplomatico svedese non morì il 17 luglio 1947 e che il rapporto del medico Smol’cov era un falso che aveva lo scopo di cancellare le tracce del crimine. Non stupisce allora il fatto che Marvin Makinen nel carcere di Vladimir abbia sentito parlare di un detenuto svedese sottoposto a regime speciale, nel quale l’infermiera della prigione aveva riconosciuto Raoul Wallenberg. Questa è una sola delle incongruenze nella versione sovietica ufficiale a cui comunque si attengono ancora le attuali autorità russe. L’ambasciatore svedese in Russia, Peter Ericson, ha definito il caso Wallenberg una sconfitta diplomatica del Regno di Svezia.

La tavola rotonda presso Memorial, settembre 2016. Da sin.: A. Roginskij, M. Dupuy, N. Petrov, S. Berger (foto hro.org).

I parenti di Wallenberg e un gruppo di ricercatori hanno deciso di riaprire il caso dando vita al progetto Raoul Wallenberg Research Initiative-70, che si propone di trovare una risposta alle questioni ancora irrisolte e di fare definitivamente luce sulla sorte del diplomatico. Gli iniziatori del progetto stanno preparando una serie di richieste agli archivi russi e al governo, sperando di ottenere collaborazione e aiuto da parte degli organi di potere. Chiedono l’accesso pieno ai documenti della cui esistenza sono sicuri e che non sono mai stati presentati prima o erano coperti da censura. La nipote di Wallenberg, Louise von Dardel, ha dichiarato che comunque il loro scopo non è mettere sotto accusa qualcuno o il regime staliniano, ma arrivare finalmente alla verità.
Un consulente legale del cosiddetto «Gruppo 29», un’associazione informale di giuristi e giornalisti che si oppone all’uso selettivo della giustizia in Russia, ha poi raccontato tutti gli ostacoli che hanno incontrato i partecipanti al progetto. Nonostante lo spirito democratico della legislazione russa, oggi la consultazione degli archivi è fortemente limitata da una certa applicazione della legge, da circolari interne, dall’interpretazione estensiva del segreto di Stato, dal prolungamento ingiustificato della segretazione. Ma bisogna continuare a lottare per creare un precedente virtuoso. La cosa essenziale oggi è far aprire gli archivi che contengono i materiali sull’arresto, la reclusione e la morte del diplomatico svedese.

Vladimir Stepanov

Traduttore e giornalista, Saratov.
Laureato in Lettere Classiche all’RGGU di Mosca; quindi laurea magistrale in Lettere moderne all’Università Cattolica di Milano con una tesi sull’editoria russa in Italia del ‘900.

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