25 Gennaio 2018

Arsenij Roginskij. «La nostra misura è l’uomo»

Giovanna Parravicini

Era un dissidente con la tempra del leader. Voleva ricostruire la società civile e salvare la memoria del totalitarismo in Russia. Non ha ottenuto tutto quel che sperava, ma sapeva che senza il suo contributo sarebbe stato ancor peggio.

Qualche settimana fa è uscita a Mosca una raccolta di interviste a una ventina di esponenti del dissenso intitolata Uomini liberi, che abbiamo presentato il 17 gennaio alla Biblioteca dello Spirito, dedicando la serata, a un mese dalla sua scomparsa, ad Arsenij Roginskij – storico, dissidente, ex detenuto, nel 1987 uno dei fondatori di Memorial di cui dal 1998 è stato presidente. Un uomo che ha segnato profondamente i destini della Russia nel XX secolo, come probabilmente stiamo solo cominciando a riconoscere. E non innanzitutto per le sue iniziative sociali e culturali – anzi, le grandiose iniziative sociali e culturali a cui ha dato vita sono nate da una dote umana che consisteva nel «non abituarsi» a vivere, nel riaccendere continuamente una domanda, uno sguardo carico di attenzione e di stima per l’uomo («l’uomo è l’unità di misura di Memorial», diceva), e per la realtà tutta che si trovava davanti.
Di qui è nato tutto il lavoro sulla memoria che si è progressivamente sviluppato nell’archivio di Memorial e nel database unico delle vittime del regime, in mostre, nel Concorso nazionale per le scuole «L’uomo nella storia del XX secolo», nel programma «Ultimo indirizzo» che ricorda pubblicamente, con targhe apposte alle case, i nomi delle vittime della repressione, e così via.

Poco più di un anno fa abbiamo presentato insieme, nella sede moscovita di Memorial, il database dei cattolici vittime di repressioni in URSS, e nell’agosto scorso, quando già si trovava da alcuni mesi nell’istituto dei tumori in cui è morto, aveva lanciato l’idea di una ricerca sulla rinascita della Chiesa ortodossa a partire dalla lettera aperta scritta dai sacerdoti Jakunin ed Ešliman al patriarca del 1965.
C’è un episodio emblematico della sua posizione di instancabile ricerca personale, che evidentemente l’ha segnato perché gliel’ho sentito raccontare e l’ho letto più volte nei suoi scritti: il suo incontro con Evgenija Otten, passata attraverso quasi vent’anni di lager per aver partecipato a confraternite religiose negli anni ’20 e poi come moglie di un ufficiale fucilato nel 1937. Quando si recò a intervistarla per raccogliere dati storici, la vecchietta gli chiese a bruciapelo: «Lei crede in Dio?». A distanza di anni da quella conversazione, ricordo ancora Roginskij – non credente – allargare le braccia come davanti a una domanda tuttora aperta, bruciante: «Non ho saputo trovare una risposta…».


APPROFONDIMENTI
• Per gli abbonati: La presentazione del primo numero di «Memoria» («Russia Cristiana», 4/1977)

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Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca collabora con la Nunziatura Apostolica e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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