1 Luglio 2019

L’appartamento di Sacharov, come nasceva l’opposizione

Marta Dell'Asta

Il risveglio della coscienza personale e civile nella società totalitaria, quello che chiamiamo dissenso, è nato nelle cucine dei caseggiati sovietici. Qui sbocciava in segreto un movimento che scaturiva dai rapporti personali.

L’appartamento numero 68 dello stabile di via Čkalov (oggi Zemljanoj Val) 48, a Mosca, ha visto passare tra le sue mura una moltitudine di persone, famose e non famose, che portavano su di sé il peso di una storia difficile, di persecuzioni, arresti e reclusioni, sconfitte, ostracismi, effetto del regime totalitario.
Nell’ultima fase, in quell’appartamento ha vissuto anche Andrej Sacharov, fisico nucleare, famoso dissidente e Premio Nobel, ed è per questo che oggi vi si trova il «Museo Andrej Sacharov», ma ancor prima del suo arrivo c’era stata una vita intensa e incredibile.

Per incominciare dall’inizio, come ricorda la conservatrice del Museo Bela Koval’, il palazzo era stato costruito nel 1939, nel periodo del terrore staliniano, per alloggiarvi i membri del Comitato Centrale del Partito. Lo stile architettonico era tipicamente staliniano: imperiale con imponenti colonne sulla facciata; gli appartamenti avevano soffitti alti con stucchi, erano comodi e ben fatti. Quindici anni dopo, per disposizione di Nikita Chruščev, quegli stessi appartamenti furono assegnati agli ex-funzionari del partito condannati da Stalin e riabilitati da lui. Fu così che nel 1955 un appartamento di due stanze fu assegnato a Ruth Grigor’evna Bonner, vedova di un bolscevico fucilato durante il grande terrore. Sia Ruth che il marito erano stati degli autentici rivoluzionari: Ruth aveva fatto la guerra civile in Estremo Oriente, il marito Gevork Alichanov aveva portato il potere bolscevico nel Caucaso del sud; in seguito aveva fatto carriera, diventando funzionario del Comintern e membro del Comitato esecutivo. Poi entrambi erano stati travolti dalle purghe: lui fucilato nel 1938 (giace nelle fosse comuni di Kommunarka, fuori Mosca), lei mandata in lager per 8 anni in Asia Centrale, come moglie di un traditore. Alla sua tragedia va aggiunta poi quella dei due figli: dopo l’arresto del marito e certa che avrebbe presto subito la stessa sorte, Ruth aveva pensato di metterli in salvo mandandoli a Leningrado dalla nonna. Ma poi era scoppiata la guerra, Leningrado era stata presa d’assedio, e la figlia Elena si era arruolata nell’Armata Rossa come infermiera, rimanendo gravemente ferita alla testa, tanto da conservare gravi problemi di vista per tutta la vita. Durante i mesi di servizio, in una città ridotta alla fame, Elena metteva da parte la propria razione di zucchero e di tabacco per mandarla alla madre in lager, o se non a lei ad altre donne di cui si dichiarava sfacciatamente «figlia». Alla fine della guerra fu smobilitata come invalida, e decorata al merito.

Per magra consolazione i coniugi Alichanov-Bonner erano stati riabilitati nel 1954 (per lui fu una riabilitazione postuma), ben due anni prima che cominciassero le massicce riabilitazioni del 1956, seguite alla denuncia dei crimini di Stalin al XX Congresso del Partito. Questo «anticipo» fu dovuto all’intervento di Anastas Mikojan, in quel momento vice premier, che era stato grande amico di Alichanov negli anni ’20 (peccato però che non fosse riuscito a salvarlo nel ’38). Del resto, l’intercessione di Mikojan seguiva più che altro la linea del momento, dettata da Chruščev, il quale si preoccupava di riabilitare prima di tutto i funzionari del Partito, mentre della gente comune gli interessava assai meno.

La cucina di Ruth

E così Ruth si era trovata ad abitare in un appartamento d’élite nel centro di Mosca. E quando iniziarono le riabilitazioni di massa, decise che il suo comodo appartamento di via Čkalov 48 poteva diventare una sorta di «ostello», un rifugio temporaneo per conoscenti, colleghi di Partito e compagni di lager appena liberati. È probabile che in cuor suo Ruth Bonner sia sempre rimasta devota all’ideale comunista della sua giovinezza; amava raccontare che una volta aveva persino dato lezioni di russo a Nikita Chruščev, che essendo ucraino non parlava bene il russo; e tuttavia l’amicizia e il senso di fratellanza con i più deboli avevano prevalso su tutto, e l’avevano spinta in modo naturale a schierarsi con i perseguitati, probabilmente senza chiedersi se avessero ragione loro e il Partito torto.

Per un certo periodo, alla fine degli anni ’50, nell’appartamento visse una certa Ljudmila Krasavina, il cui figlio Feliks stava scontando la seconda condanna come controrivoluzionario. Quando il ragazzo fu liberato, in casa iniziò ad alloggiare una serie di detenuti politici con cui quello aveva fatto amicizia in lager: Mekler, Murženko, Balašov, Bakštejn, Tel’nikov, Pirogov, Kuznecov. Finita la loro stagione, iniziò quella dei tatari della Crimea, poi dei tedeschi del Volga, poi degli ebrei, tutti i gruppi etnici perseguitati, i cui rappresentanti venivano a Mosca per chiedere al governo il permesso di emigrare, o di tornare nella propria patria storica, come i tatari. Ad un certo punto, nel 1967, la figlia di Ruth, Elena conobbe Marija Olsuf’eva, un’emigrata russa che viveva a Firenze, e che aveva tradotto in italiano molti autori russo-sovietici, compreso Solženicyn; grazie a questo nuovo «canale» nell’appartamento cominciò ad affluire il samizdat.

Gli anni ’60 nell’appartamento furono anche l’«epoca della Taganka», il teatro d’avanguardia diretto dal geniale regista Jurij Ljubimov, che nella nuova sede di piazza Taganka aveva iniziato un’attività culturale molto indipendente e spesso provocatoria, che attirava folle di spettatori ma anche le reazioni del regime.
Gli attori della Taganka arrivavano in folto gruppo, dopo lo spettacolo, e si insediavano nella «cucina di Ruth» ormai diventata leggendaria. La figlia Elena ricordava che Ruth cuoceva delle gran pentolate di boršč; la chiamavano «trattoria dei poveracci felici». Di questo periodo sono rimasti dei cartelloni e dei giornali murali casalinghi, fatti spesso da Ruth stessa che in gioventù aveva fatto l’Istituto d’Arte, poi abbandonato a favore dell’attività di Partito. Nella sua cucina furono eseguite per la prima volta le canzoni del «cantautore del dissenso» Aleksandr Galič, il quale divenne poi lui stesso un ospite fisso; ci veniva anche la mamma di un altro cantautore, Bulat Okudžava, e cantava le canzoni del figlio. E poi venivano anche gli amici di Elena, i poeti Mežirov e Kaliev, Dudin, Semenov e Orlov da Leningrado. Veniva a recitare le sue traduzioni di Rilke e Koestler anche Konstantin Bogatyrev, e pare che dopo la sua uccisione, nel 1976, le registrazioni fatte a casa di Ruth siano le uniche rimaste di lui.

…divenne la «cucina di Sacharov»

Andrej Sacharov fece la sua prima comparsa nell’appartamento il 25 agosto 1971, poco dopo aver fatto conoscenza con Elena Bonner. Il loro fu davvero un incontro fortunato perché attraverso di lei Sacharov, che era per natura timido e solitario, ancora di più da quando era rimasto vedovo nel marzo 1969, fu introdotto in un mondo che gli era spiritualmente congeniale ma che non conosceva affatto. Era un ambiente di gente che agiva e parlava con libertà, come per altro aveva già cominciato a fare lui stesso, in solitudine nel 1968, scrivendo le sue Riflessioni sul progresso, la convivenza pacifica e la libertà intellettuale.

L’anno più difficile della sua vita era stato il ’69 quando, dopo la morte della moglie, aveva trovato in se stesso il coraggio di rompere decisamente col suo ambiente, quello della ricerca nucleare a scopi militari per il quale aveva messo a punto la bomba termonucleare nel 1948, per fare un salto nell’ignoto, sostenuto soltanto dalla certezza di dover fare qualcosa per porre un limite all’uso inconsulto del nucleare. In questo modo si era reso odioso al governo ed era diventato un fisico di seconda categoria, impiegato in ricerche di scarso interesse. Ma una volta fatto questo passo, subito trovò un nuovo cammino e un nuovo ruolo, quello di coscienza critica della scienza sovietica prima e della società poi. E come tale avrebbe conquistato in breve celebrità mondiale, non più come scopritore ma come autorità morale e difensore dei perseguitati. E da ultimo come Premio Nobel per la pace.
Ma fu proprio l’influenza di Elena Bonner, come ebbe a ripetere più volte lo stesso Sacharov, a far sì che nel suo pensiero civile si affermasse solidamente l’interesse preminente per le persone concrete, al di sopra delle analisi sociopolitiche generali. E così Sacharov, persona schiva che non aveva mai amato le compagnie numerose, né si era mai iscritto ad associazioni, compresa la Gioventù comunista, si adeguò al clima caotico e fraterno dell’appartamento di Ruth.

Agli inizi del settembre 1971 decise di restare definitivamente e così, per attrazione, la «cucina di Ruth» divenne da quel momento «la cucina dei Sacharov», ma l’atmosfera restò la stessa. Soltanto, dopo la sua venuta mutò la tipologia degli ospiti, pian piano si affacciarono persone nuove: scienziati, spesso occidentali, politici, scrittori e postulanti. Soprattutto i postulanti, che venivano a chiedere aiuto contro le persecuzioni dagli angoli più remoti dell’Unione Sovietica. Proprio per loro la vita nell’appartamento ferveva praticamente 24 ore su 24, e la porta non veniva mai chiusa a chiave.
Quelli che vivevano attorno non potevano fare a meno di accorgersi del mondo speciale che ruotava attorno a quell’appartamento, come ricorda la vicina di pianerottolo: «In quell’appartamento regnava un’atmosfera per me insolita, molto schietta, aperta, non come nella mia famiglia. Là ti parlavano e ti trattavano come se ti conoscessero da una vita. Lo percepii subito. Avevo sempre voglia di andare da loro».

L’epoca dei dissidenti

Nel primo periodo Elena e Andrej si installarono proprio nella cucina, perché nelle due stanze della casa vivevano, oltre a Ruth, anche la figlia di Elena col marito e il loro bambino. Lavoravano appoggiati sul davanzale della finestra, ma Sacharov, se aveva da fare, era in grado di lavorare in qualsiasi condizione.

Il 30 ottobre 1972 in quella cucina il fisico rilasciò la prima intervista a un corrispondente straniero; dopo di allora l’arrivo dei giornalisti e le conferenze stampa divennero una prassi abituale. E contemporaneamente, all’ingresso del palazzo, giù in strada, fu aperto un «cantiere di lavori» sine die, punto d’osservazione e d’ascolto del KGB. L’attività di difensore dei diritti umani si faceva ogni mese più intensa; nel 1970 Andrej Sacharov, assieme ad altri due fisici Valerij Čalidze e Andrej Tverdochlebov, fondò il «Comitato per i diritti dell’uomo in URSS», e quando nel 1972 Čalidze dovette lasciare il ruolo di coordinatore perché espulso, Sacharov lo sostituì, eleggendo il proprio appartamento a sede del Comitato.
Fra le tante conferenze stampa, va ricordata in particolare quella del 30 ottobre 1974 in cui Sacharov presentò la prima manifestazione per la «giornata del prigioniero di coscienza»; questa data è diventata ormai una pietra miliare nella vita civile dei russi, consacrata come giorno della memoria di tutte le vittime delle repressioni, accolta persino nel calendario ufficiale del governo.

Ma le attività non si fermavano a questo, nell’appartamento si preparava anche un bollettino informativo per il samizdat, «Notizie dall’URSS», che poi un dissidente emigrato stampava in Germania; e Ruth Bonner teneva sotto il materasso i soldi del «Fondo Solženicyn», una specie di cassa di mutuo soccorso, nata spontaneamente fra i dissidenti nel 1966 e poi ufficializzata nel 1973 dallo scrittore, che ci mise i proventi mondiali dell’Arcipelago GULag. Insomma, l’attività che si svolgeva era al tempo stesso culturale, informativa e politica, ma con l’assoluta preminenza della carità, personale e senza discriminazioni.

Il KGB, dal suo osservatorio, tollerò questo nido di oppositori per nove anni, ma venne il momento in cui non lo poté più tollerare: fu quando Andrej Sacharov fece una dichiarazione di risonanza mondiale contro l’intervento sovietico in Afghanistan, avvenuto nel dicembre 1979. Nel gennaio 1980, senza processo o inchiesta, all’improvviso, Sacharov fu mandato al confino illimitato nella città chiusa di Gor’kij (ora Nižnij Novgorod). Da quel momento Elena cominciò a fare la spola ininterrottamente fra Mosca e Gor’kij, diventando, come dirà Sacharov «i miei occhi e le mie orecchie»; per poter continuare l’attività civile del marito compì oltre cento volte il tragitto di 500 chilometri. Sino a che non diedero anche a lei 5 anni di confino. La situazione sembrava così priva di uscite, che i coniugi scelsero addirittura un posto insieme nel cimitero di Gor’kij. Poi, inattesa come la condanna, venne anche la liberazione, con una telefonata personale di Michail Gorbačev alla fine del 1986 (per l’occorrenza, il giorno prima gli agenti del KGB avevano installato l’apparecchio telefonico in casa dei Sacharov).

Ma tornare dove? Sacharov non aveva mai registrato la propria residenza in via Čkalov. Gorbačev intervenne di nuovo, offrendo un appartamento nel quartiere degli accademici, ma i Sacharov preferirono restare nel vecchio appartamento 68, solo ne ottennero anche un altro al piano sottostante, da tenere come rifugio per poter riposare un po’ da soli: metà della notte i coniugi lavoravano insieme, l’altra metà dormivano, poi al mattino tornavano agli impegni nella «cucina di Sacharov». E di lavoro ce n’era a iosa, Sacharov infatti si adoperava su tutti i fronti, senza risparmio: come membro della Direzione dell’Accademia delle Scienze, come membro del Fondo internazionale per la sopravvivenza del genere umano, come presidente onorario della neonata Associazione Memorial. Inoltre, dal 1989 Sacharov fu eletto deputato del nuovo Congresso dei deputati del popolo, e come tale prese parte alla redazione di nuove leggi importantissime, come quella sulla libertà di coscienza; divenne anche membro della Commissione costituzionale, scrivendo un proprio progetto di nuova Costituzione.

E sempre in questa casa, che aveva visto nascere la nuova società russa, morì a tarda sera, il 14 dicembre 1989. Aveva 68 anni.

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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