21 Maggio 2000

Roginskij un anno dopo

Redazione

«Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per Lui».
(Lc 20,38)

È passato più di un anno dalla morte di Arsenij Roginskij. Il 30 marzo era il suo compleanno. Quando Arsenij è mancato, il poeta Lev Rubinštejn ha colto nel segno scrivendo che la sua morte ha lasciato molti orfani. A provare questo senso di orfanezza e di vuoto sono state le persone più diverse: familiari, colleghi di «Memorial», storici, esponenti del movimento per i diritti umani, insegnanti, giornalisti, politici, studiosi, poeti, artisti, gente di destra e di sinistra, detenuti e anche qualche uomo dell’apparato, russi e persone di altri paesi.

Il significato di Roginskij per la storia, per lo Stato, per la società civile in Russia è ancora da approfondire e apprezzare. Per quanto sia difficile apprezzare fino in fondo la portata di una persona che ha fatto di tutto per non diventare pubblica ma cercava con tutte le forze di restare privata, che ha guidato gli altri ma senza mai considerarsi «padre delle vittorie» riportate; e che al contrario si assumeva senza difficoltà la responsabilità delle sconfitte. Perfino i testi che pubblicava erano sempre in collaborazione con altri, portavano due o tre firme. Di una persona che non amava parlare di sé. Di lui sono rimaste alcune belle interviste, tra cui il film Diritto alla memoria, ma le altre notizie su Arsenij Roginskij vanno raccolte, come per Socrate, attraverso i racconti dei contemporanei e le sue lezioni e interventi.

Ma torniamo al senso di orfanezza. Perché Roginskij ci manca tanto? Non solo a quelli che lo conoscevano bene e gli parlavano spesso, ma anche a quelli che lo incontravano una o due volte l’anno, o magari l’hanno incontrato una o due volte nella vita? Forse perché Arsenij era saldamente parte della nostra concezione dei fondamenti su cui si regge il mondo. Dico «nostra» nel senso più ampio. Non sto parlando di una determinata cerchia di persone – collaboratori, compagni di ideali e conoscenti, ma di un ambito molto più vasto.
Sapeva parlare con tutti. Grado, posizione sociale, istruzione, ricchezza ecc. non influivano affatto sul suo modo di trattare le persone. Non so se l’abbia imparato in lager, quando ha scontato insieme ai criminali una condanna per un’accusa politica montata, o se sia stata una sua caratteristica da sempre. Di fatto, venivano a consigliarsi con lui le persone più diverse.

Dall’ufficio di Roginskij poteva uscire una vecchietta dimessa o un attore cinematografico (abbiamo visto anche questo!), un uomo con le mostrine o uno in borghese con le stelle di generale negli occhi, uno studente o il presidente di un paese europeo, leader di partiti all’opposizione o facoltosi uomini d’affari.

Venivano tutti per ricevere comprensione, aiuto, consiglio, oppure semplicemente per parlare un po’. In qualche modo Roginskij era necessario a tutti ed era in grado di rispondere alle domande di tutti. Non subito, all’istante – ma tutti quelli che hanno conosciuto Roginskij ricordano le sue telefonate: «Sai, ho capito una cosa sulla tua questione…».
E a quel punto tirava fuori l’Essenziale. Su questioni profondamente personali (vendere o no l’appartamento? cambiare o no lavoro?), ma anche globali (che cosa porre come priorità nel Consiglio presidenziale per i diritti umani? Fare o non fare l’epurazione?). E l’importante è che lui in queste questioni sapeva trovare l’Essenziale. Lo faceva in un modo che sembrava così facile, che uno quasi si vergognava di non aver saputo trovare da solo una risposta tanto semplice. Ma era solo un’impressione.

Da quando Arsenij non c’è più, le più belle teste del paese quando si trovano in difficoltà fanno per allungare la mano verso il telefono – bisognerebbe chiederlo a lui, parlarne con lui… Ed ecco il vuoto, uno strappo nel tessuto della realtà che non si è ancora ricucito.

Ripeteva spesso, parlando della storia, che neppure chi si interessa di storia contemporanea può dimenticare il passato. «Bisogna trattare i morti come vivi», – ripeteva, compilando interminabili elenchi di vittime del terrore staliniano, ripristinando nomi e date di morte, senza fare differenze tra uomini famosi e gente semplice. Era convinto che, serbando la memoria della persona, noi serbiamo noi stessi. «Bisogna trattare i morti come vivi» riecheggia direttamente la massima cristiana «per Dio non ci sono morti» (sebbene Arsenij non appartenesse a nessuna confessione, credeva semplicemente che al di sopra di noi ci sia indubbiamente qualcosa o qualcuno – non che determina, ma che indirizza la vita umana).
La nostra memoria, che Arsenij Roginskij si preoccupava di serbare, dona una vita eterna a tutti quelli che non ci sono più.
Finché un adulto ha i genitori vivi può continuare a considerarsi un po’ bambino. Si diventa definitivamente adulti quando si resta orfani. Oltre al senso di orfanezza, la morte di Arsenij Roginskij ci ha indicato la dura necessità di diventare adulti. Noi, molti di noi, non abbiamo più nessuno a cui chiedere dov’è l’Essenziale. Dobbiamo imparare a cercare l’Essenziale da soli. E Dio voglia che non commettiamo errori.

(Julija Kadenko, Novaja gazeta, 28 marzo 2019)

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI