20 Maggio 2019

Lo «spazio umano» dei dissidenti

Giovanna Parravicini

L’esperienza del dissenso dell’Est Europa è ancora un campo da coltivare per raccoglierne i frutti. A pochi interessa oggi tornarci sopra: in Occidente è al massimo una cara memoria, all’Est è un messaggio estraneo e spesso fastidioso, perché ricorda promesse lasciate cadere. Arsenij Roginskij era invece convinto che fosse vitale riproporre l’esperienza del dissenso come un cammino possibile anche ora.

«La libertà è una cosa semplicissima, ci si abitua in fretta. Invece sulla non-libertà bisogna riflettere. Mi sembra che per noi, Russia contemporanea, non si possa parlare di nessuna libertà finché non avremo assimilato le lezioni della non-libertà».
Queste parole di Arsenij Roginskij – storico e direttore di Memorial scomparso nel dicembre 2017 – dicono tutta l’urgenza esistenziale del suo lavoro sulla storia, sulla memoria, e sono state scelte come epigrafe per il convegno a lui dedicato a Mosca il 29-30 marzo da Memorial: un evento inteso come l’inizio di un lavoro che si condenserà intorno a conferenze annuali in concomitanza con la data del suo compleanno.
Il titolo di questo primo convegno, Dissidenti in URSS, Europa orientale e centrale, la loro epoca ed eredità, rimanda a uno dei progetti che più stavano a cuore a Roginskij, un lavoro di comparazione tra i movimenti di resistenza sviluppatisi nei vari paesi, per coglierne le caratteristiche peculiari e nel contempo i fattori di unità. Strumento fondamentale di questo lavoro dovrebbe essere il monumentale Dizionario dei dissidenti, curato da Memorial insieme alla Fondazione Karta (Polonia), che dovrebbe uscire a breve.

Attraverso testimoni ed esperti di tutta Europa, nell’ambito delle due giornate del convegno si è affrontato un ampio ventaglio di temi – storici (la sezione «Forme e pratiche dei movimenti di protesta in URSS e nei paesi del blocco sovietico negli anni ’50-80»); culturali («Cultura, ideologia, sapere umanistico»); sociali («Il dissenso come forma di comportamento sociale»). Non sono mancati accenni al resto del mondo (i dissidenti e il sistema politico statunitense, e l’esperienza di Cuba nella sezione «Oltre i confini»), e alla collaborazione fra i diversi gruppi del dissenso («Ponti»), per giungere infine all’interrogativo sull’attualità dell’esperienza del dissenso oggi, attraverso la tavola rotonda conclusiva.

A Wolfgang Eichwede, fondatore e direttore del Centro di ricerca presso l’università di Brema – una delle istituzioni più benemerite nello studio del dissenso e nella salvaguardia del suo patrimonio – è stato affidato il compito di tenere la relazione fondante, che per molti aspetti ha segnato l’impostazione del convegno, evidenziando nel pluralismo del movimento del dissenso e delle forme di resistenza il nerbo morale unitario che ne ha sostenuto i più svariati fenomeni. «Quando Roginskij nel 1985 venne rimesso in libertà dal lager, i detenuti gli organizzarono una festa sui generis, una sorta di concerto d’addio battendo tutti insieme su qual che avevano a portata di mano con i loro cucchiai di latta», ha esordito con una certa emozione Eichwede, sottolineando che per lui l’amicizia con Roginskij «è stata per oltre trent’anni “la mia Mosca”». E ha aggiunto: «Oggi siamo qui per la stessa cosa, cambia solo lo strumento, non useremo i cucchiai ma la parola».

Al termine della sua relazione, che ha preso in esame il fenomeno del dissenso secondo diverse angolature, ha concluso: «A trent’anni dal crollo dei muri la situazione dell’Europa è molto più difficile di quello che si sarebbe pensato allora. Nei nostri paesi non siamo finora riusciti a raccogliere e a comunicare il messaggio del dissenso, questo deve diventare il nostro obiettivo oggi». Un messaggio di cui Eichwede – pur nella totale laicità della sua impostazione, che equipara il movimento del dissenso all’Illuminismo – ha più volte messo in luce la forte connotazione morale, esistenziale, rievocando nella figura di Andrej Sacharov «una sorta di “apostolo” della rettitudine morale, della dignità umana». Fino a concludere:

«È di questa dimensione che l’Europa, la società civile dei nostri paesi hanno bisogno. Per questo oggi per tutti noi la figura di Arsenij Roginskij è più importante del vostro presidente».

«Tutto ciò che era vero, umano, autentico, in qualche modo si svelava come antisovietico», gli ha fatto eco Tomas Venclova, dissidente lituano, mostrando la complessità di un movimento di resistenza che trovava un proprio grado di sviluppo in ognuno, in percentuali diverse, nella misura in cui ciascuno personalmente era disposto a rinunciare al compromesso e a testimoniare una vita vissuta «senza menzogna». Una scelta morale quotidiana, quindi, che paradossalmente diventava «consapevolezza politica» a volte solo dopo l’iter repressivo, l’arresto e la condanna, quando la persona si avvedeva che vivere nel rispetto della propria dignità umana era inteso dal regime come un pericolo mortale.

Anche oggi per molti – ha osservato Zoja Svetova nel corso della tavola rotonda conclusiva – si ripete un processo analogo: il partecipare alle manifestazioni in piazza Bolotnaja, alle «passeggiate di solidarietà», il naturale raggrupparsi della gente intorno a dei principi morali (ad esempio, il rifiuto morale dell’annessione della Crimea), non è sentito come un gesto politico, ma come la naturale espressione di convinzioni etiche. Sono in molti a ripercorrere istintivamente gli stessi passi dei dissidenti del passato, senza purtroppo però avere un’idea della loro esistenza, della loro storia: paradossalmente – secondo la testimonianza della stessa Svetova – il regista ucraino Oleg Semcov ha intrapreso uno sciopero della fame in carcere senza aver mai sentito parlare di Anatolij Marčenko, oppure gli avvocati che si sono assunti la difesa dei dimostranti nel corso delle recenti proteste non conoscevano il lavoro svolto a suo tempo da Sofija Kallistratova e altri ancora. E questo naturalmente, allunga i tempi, rende il cammino più difficile perché costringe a ricominciare tutto da capo…

«Perché siamo qui? Siamo tra gente del mestiere che si scambia documenti e testi di memorie? A chi serve ciò di cui stiamo parlando?».

 


Ponendo queste domande, Irina Ščerbakova, curatrice dei programmi di storia per ragazzi di Memorial, ha sottolineato l’importanza di offrire il messaggio di libertà e autenticità umana che ci viene dal dissenso come una risposta al pessimismo, agli interrogativi che travagliano oggi una società che non vede prospettive future. Dove trovare risposte a questi interrogativi? Dove trovare delle testimonianze, degli esempi di vita? È vitale riproporre l’esperienza del dissenso, proprio come un cammino possibile anche ora – ha osservato la Ščerbakova. – Infatti, ripercorrendola la si vede non come una sorta di monolite, ma al contrario, come il crescere e maturare di una consapevolezza che, scontrandosi con le contraddizioni del reale, non si è arresa, non ha chiuso gli occhi ma ha cercato via via delle risposte. «C’è voluto tempo, in passato, perché la gente si liberasse dalla paralisi del terrore staliniano – ha ricordato infine Irina Ščerbakova. – E non dimentichiamo l’importanza del fattore umano, del processo di “umanizzazione dello spazio” che è stato una costante del dissenso. Non è un caso che alle origini del dissenso ci siano le letture poetiche a piazza Majakovskij, oppure che Larisa Bogoraz affermasse che “tutto cominciò intorno a Bulat”, cioè intorno al cantautore Okudžava».

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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