30 Marzo 2016

Aleksandr Esenin-Vol’pin: Partiamo dalla legge

Marta Dell'Asta

Geniale figlio d’arte, matematico, Esenin-Vol’pin ha fatto il dissidente usando il Codice penale. Persino la legge sovietica era un buon punto di partenza per ristabilire la legalità. Famoso il suo “Prontuario per affrontare l’interrogatorio”.

Il 15 marzo è morto negli Stati Uniti Aleksandr Esenin-Vol’pin (1924-2016), figlio del poeta Sergej Esenin, matematico, filosofo e poeta lui stesso; era stato uno dei personaggi centrali del movimento per la difesa dei diritti umani in Unione Sovietica grazie alla sua strategia della difesa «a norma di legge» dei dissidenti, attività che gli costò in ondate successive diverse condanne a più di cinque anni di detenzione. Nel maggio del 1972, fu «persuaso» a emigrare negli Stati Uniti dove insegnò a lungo in diverse Università (Buffalo, Boston) realizzando importanti studi e formulando anche un teorema che porta il suo nome.
Probabilmente, tra tutti i dissidenti che hanno segnato la storia del movimento, il suo nome è tra i meno conosciuti, essendo noto solo dagli addetti ai lavori. E in effetti, lo si vedeva davanti all’ingresso dei tribunali dove si celebravano processi politici, che con il codice in mano cercava di convincere gli agenti di guardia che la legge sovietica non veniva rispettata, sembrava un originale che non meritava attenzione, invece il principio che stava enunciando era semplicissimo e fondamentale: chiedere il rispetto della legge. «Noi stessi siamo colpevoli di non esigere il rispetto delle leggi», ripeteva. La richiesta era tutt’altro che banale, come ebbe a riconoscere nel 2004 Vladimir Bukovskij quando, proponendolo per il premio Sacharov, precisò che in realtà sarebbe stato più giusto proporre l’accademico Sacharov per il premio Esenin-Vol’pin.
Per chi vive in un paese democratico, nel quale la violazione della legge (per quanto possa essere diffusa) resta comunque una violazione dell’ordine costituito e delle consuetudini del vivere civile, una simile richiesta può sembrare ancora oggi abbastanza insignificante, ma per chi vive in un paese nel quale la legge non esiste e viene sostituita dalla «logica rivoluzionaria», avanzare una simile pretesa significa sostituire alla violenza della menzogna la forza disarmata della verità e scalzare così alla radice il principio ideologico.

Così lo ricordava Sergej Kovalev, un dissidente, cofondatore dell’Associazione Memorial di Mosca:
«Vol’pin, matematico (a quanto dicono quelli che se ne intendono, un grosso matematico), filosofo e poeta, è stato tra i primi e più energici propagandisti della “difesa a norma di legge” negli scontri civili. Fu lui il principale organizzatore del meeting del 5 dicembre 1965 in piazza Puškin. La conoscenza precisa delle leggi e una mente dalla logica ferrea lo avevano reso praticamente inattaccabile dalla comune persecuzione penale. Tuttavia per lui personalmente non era affatto una semplice tattica ma una profonda e sincera convinzione. Come succede a molte persone totalmente assorbite da un’idea, nella vita quotidiana faceva l’impressione di un personaggio strano ai limiti della stravaganza. Ma la sua bontà, la sua furia, il suo carisma e la sua erudizione attiravano verso di lui molti, soprattutto i giovani.
Nei sui confronti le autorità avevano adottato da tempo una tattica speciale. Arrestato la prima volta già nel 1949, era stato dichiarato malato di mente e ricoverato in manicomio. Penso che agli inquirenti dei Servizi di Sicurezza avessero fatto impressione più che le sue conoscenze giuridiche (ammesso che già le avesse a quell’epoca) l’insensata (per quei tempi) temerarietà delle sue parole e dei suoi gesti. Può essere che lo considerassero veramente pazzo. Tuttavia in seguito la diagnosi venne usata volutamente, e più volte. Nel marzo 1968 fu internato coercitivamente per l’ennesima volta. Io non sapevo niente di questa forma di repressione del dissenso e naturalmente ero tremendamente preoccupato, pertanto firmai una lettera in sua difesa. Ma penso che il ruolo principale nell’ottenere la sua liberazione abbastanza rapida (dopo due mesi) l’abbia avuto un’altra lettera, firmata da un centinaio di matematici sovietici, tra cui molti scienziati di fama mondiale»[1].

Ed ecco alcuni passaggi iniziali del suo «Prontuario per affrontare l’interrogatorio»:
«Ognuno può essere improvvisamente chiamato a un interrogatorio, per cui ognuno, che gli piaccia o no, dev’essere preparato all’evenienza. Gli interrogatori possono essere di vario genere: si interrogano gli inquisiti, gli arrestati e i non arrestati; si può essere interrogati come testimoni oppure così a caso, ad ogni buon conto. Si può essere interrogati su crimini reali o su azioni che non rientrano assolutamente nel Codice penale. Si può essere interrogati dagli inquirenti ma non solo; ci sono anche conversazioni semiufficiali o ufficiose cui il cittadino è sottoposto dal segretario del Partito o da una qualsivoglia persona sconosciuta che abbia “a che fare con la Sicurezza” e che non presenta alcuna credenziale; tali conversazioni spesso somigliano tantissimo a un interrogatorio. L’interrogato si trova a fronteggiare molti problemi complessi: come comportarsi per non peggiorare la situazione, perché se ti interrogano vuol dire che già sei messo male… Perciò se paventate un interrogatorio preparatevi anzitempo, prima di intraprendere qualsiasi azione che possa provocare un interrogatorio. Altrimenti, pur con le migliori intenzioni, potreste confondervi e tradire chi non vorreste. Se però vi sorprendono impreparato, meglio che non vi affrettiate a rispondere, tenere duro per un giorno e guadagnate tempo per prepararvi…».
->Testo originale

[1] Sergei Kowaljov, Der Flug des weissen Raben/Von Sibirien nach Tschetschenien: Eine Lebensreise. – Rowohlt/Berlin, 1997.

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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