3 Giugno 2016

Tempi duri per le ONG russe

Elena Fieramonti

Le organizzazioni benefiche e di volontariato vivono giorni difficili in Russia. Sono un sintomo di vitalità della società civile ma la politica le guarda con sospetto. Riusciranno i cittadini a farsi sentire?

In questi giorni in Russia il variegato mondo degli enti caritativi e assistenziali, delle fondazioni di beneficenza dai significativi nomi «I nostri bimbi», «Dona la vita», «Fede», «Vecchiaia felice», «Volontari in aiuto degli orfani» e infiniti altri, in una parola, ONG a carattere sociale-assistenziale, è in subbuglio. E una buona ragione c’è. Il 20 aprile il parlamento ha approvato in prima lettura gli emendamenti alla legge sulle organizzazioni non governative. Se questi emendamenti saranno approvati nella forma attuale, l’attività delle ONG in Russia verrà gravemente ostacolata.
Tuttavia questa situazione viene da lontano. Già nel 2012 era stata approvata una legge controversa[1], proposta dal partito di governo «Russia unita», che impone alle organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero ed esercitano attività politica di registrarsi come «agenti stranieri», sottoponendole a un controllo strettissimo e all’obbligo di presentare all’autorità ogni 3 o 6 mesi la documentazione completa delle attività svolte, dei finanziamenti ricevuti, del loro uso, dell’utilizzo dei beni di qualsiasi tipo.

Nel maggio dello scorso anno il presidente Vladimir Putin ha firmato una legge che permette alle autorità di vietare la presenza sul territorio nazionale delle ONG straniere considerate «non gradite» dallo Stato. Il testo prevede che «l’attività di un’organizzazione non governativa straniera o internazionale che rappresenti una minaccia per l’ordine costituzionale della Federazione russa, per la sua capacità di difesa o per la sicurezza del governo, possa essere riconosciuta come indesiderata».
In che modo una ONG possa minacciare la sicurezza di un ordinamento costituzionale non è specificato, così come non è affatto chiaro quale sia il possibile reato di chi collabora con queste organizzazioni. In compenso sono previsti fino a sei anni di carcere per i dipendenti delle ONG ritenuti colpevoli di lavorare per agenti stranieri. «Il disegno di legge non specifica cosa si intenda per “coinvolgimento” – sostiene Tanja Lokšina, direttrice del programma Human Rights Watch in Russia, e aggiunge: – Persino la pubblicazione online delle dichiarazioni, dei rapporti o di altri materiali di una ONG “sgradita”, o anche comunicare con gli addetti di tale organizzazione potrebbe essere considerato reato».
I sostenitori della nuova legge la consideravano allora indispensabile per evitare interferenze esterne in un momento particolarmente critico, legato al conflitto tra Russia e Ucraina. E arriviamo ai nostri giorni.

La sede di Memorial imbrattata dalla scritta “agente straniero”.

Gli emendamenti approvati a larghissima maggioranza dal parlamento precisano che cosa si intenda per «attività politica», elencando un ampio spettro di iniziative che vanno dall’organizzazione e partecipazione a iniziative pubbliche, meeting, marce, dimostrazioni, allo svolgimento di inchieste sociologiche o sondaggi «che possano influenzare le idee sociali e politiche»; dalla partecipazione alle campagne elettorali all’espressione di giudizi sull’operato del governo.
«Praticamente qualsiasi appello pubblico, anche attraverso internet, qualsiasi proposta o opinione sulla politica del governo fa entrare automaticamente un’organizzazione nel novero dei gruppi politici. E per considerare un’organizzazione “agente straniero” è sufficiente ricevere anche un solo rublo da “fonti straniere”» fa notare Egor Beroev, cofondatore dell’associazione «Io ci sono».
Oltre un migliaio di ONG ha subito ispezioni e decine hanno ricevuto ammonimenti. Parecchi tra i gruppi più importanti per i diritti umani sono stati multati e alcuni sono stati costretti a chiudere. Cosa c’è di terribile nell’essere definiti «agente straniero»? Questa denominazione è in realtà un marchio che rende difficile ottenere ulteriori finanziamenti. Secondo un sondaggio condotto qualche anno fa dall’istituto Levada, il 60% dei russi attribuisce all’espressione «agente straniero» una connotazione negativa, il 40% degli interpellati la equipara «a spia, agente infiltrato dai servizi segreti di uno Stato straniero, agente segreto» o addirittura «a un nemico che agisce in Russia sotto copertura, nell’interesse di altri paesi».
Del resto proprio in termini analoghi si sono espressi alcuni politici russi, per esempio il vicepresidente della Commissione per il sostegno dei connazionali all’estero, Sergrej Markov: «La democrazia si ha quando lo Stato compie il volere del popolo. E in questo caso il volere del popolo consiste nel non dare ai politici stranieri la possibilità di influenzare la nostra realtà».
Anche l’intervento del deputato Veronika Krašeninnikova rivela la sindrome dell’accerchiamento, tipica dei tempi sovietici: «Molte organizzazioni che finanziano programmi caritativi e assintenziali in Russia sono dirette da militari stranieri e agenti dei servizi segreti. Formalmente si occupano di attività non politiche, ma in realtà si ingeriscono nella politica interna del paese, hanno contatti con esponenti dell’opposizione e con attivisti sociali».

Vignetta satirica sul “ponte” di dollari versati dagli “agenti stranieri” alle ong russe.

In ogni caso, i membri degli enti presi di mira non hanno nessuna intenzione di arrendersi. «La nostra fondazione collabora allo sviluppo delle cure palliative in Russia – ha dichiarato Anna Federmesser, a capo della fondazione “Fede”. – Questo tipo di cure non è ancora sviluppato nel nostro paese e dobbiamo ricorrere a esperti inglesi, americani o polacchi. Anche per l’attrezzatura dobbiamo spesso rivolgerci all’estero. Occuparsi oggi di cure palliative senza fare “attività politica” secondo la definizione del progetto di legge è impossibile. Questa legge è assurda. Io non andrò sicuramente a registrare la nostra fondazione come “agente straniero”, anche se rientra totalmente in questa categoria. Starò qui ad aspettare che ci definiscano tali per vie legali».
Purtroppo lo Stato non ha intenzione di cedere su nessun punto, ed ha anzi rincarato la dose con un decreto del dicembre 2015 che proibisce l’importazione di una lunga lista di medicinali salva vita prodotti all’estero. L’unica speranza è che gli emendamenti alla legge dovranno passare ancora una lunga trafila di discussioni, correzioni, precisazioni vista la levata di scudi che hanno provocato. Con la speranza di soluzioni più ragionevoli.

NOTA
[1]: Cfr. M. Dell’Asta: Nuove leggi per fare una nuova Russia, «La Nuova Europa», n. 5/2012 (365), p. 101.

Elena Fieramonti

Laureata in Fisica, ha insegnato matematica in Unione Sovietica sin dal 1982 (a Mosca), poi dal 1991 ha insegnato italiano a Novosibirsk e Omsk. Attualmente è insegnante di lingua e cultura italiana presso l’Università statale umanistica di Mosca.

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