9 Giugno 2024

Oleg Orlov, andare in prigione è un lavoro

Vera Fedorova

Il 27 febbraio scorso Oleg Orlov, co-presidente di Memorial, è stato condannato a 2 anni e mezzo di reclusione per aver condannato l’invasione dell’Ucraina. In attesa della sentenza di appello, in un’intervista ha raccontato cosa vuol dire essere dissidente.

Il 27 febbraio scorso Oleg Orlov, co-presidente di Memorial, è stato condannato a 2 anni e mezzo di reclusione per «reiterato discredito delle forze armate» ossia per aver condannato l’invasione russa in Ucraina.
Settant’anni compiuti, come «alternativa» al carcere Orlov si è sentito proporre di partire per il fronte…

Di lui abbiamo già pubblicato una breve biografia in occasione dell’apertura del processo nel giugno dell’anno scorso, e recentemente su Mediazona è apparsa una lunga intervista in cui l’attivista ha parlato del suo rapporto con il sistema totalitario, a cominciare da quando a 9 anni fu ammesso tra i Pionieri.

Quell’evento rappresenta per lui un punto di svolta, quando torna a casa entusiasta ma le sue parole sono accolte «con un certo scetticismo»: «Nessuno mi disse che era male, ma non condividevano il mio entusiasmo. Successivamente ebbi lunghe conversazioni con mio padre. Non cercò mai di farmi cambiare idea o di esercitare pressioni, cercò di parlarmi, di spiegarmi. E gradualmente – credo a quindici anni – diventai assolutamente antisovietico». Dopo i fatti di Praga del 1968, mentre i compagni di classe approvano calorosamente l’intervento sovietico, lui può dire il suo sconforto solo a pochi amici fidati.

Deve ben presto imparare le regole del «doppio linguaggio», i genitori gli dicono: «devi capire dove stai parlando, quando è necessario nascondere i tuoi pensieri e quando puoi parlare», perché «capisci che vivi in un mondo in cui se parli liberamente puoi essere colpito con durezza, e ci va di mezzo anche la tua famiglia. Così con i tuoi amici dici una cosa, ma a scuola ne dici un’altra». Ciononostante, Orlov ha un’indole tutt’altro che remissiva, e in classe entra in conflitto con l’insegnante di storia ponendo delle domande scomode: «Ad esempio, avevo ormai capito com’era iniziata la Seconda guerra mondiale e perché le truppe tedesche erano riuscite ad arrivare a Mosca. E ho iniziato a fare domande del tipo: come può dire che ci attaccarono a tradimento, senza alcun preavviso? Forse che Stalin e il suo entourage non sapevano cosa stava succedendo? Non avevamo i servizi segreti?…».

In casa invece coi genitori parla di tutto, e quando scopre che questi stanno alzati di notte per leggere i testi del samizdat, incomincia anche lui a misurarsi con i testi «proibiti» e con le radio estere come la BBC o la Voce dell’America.

Oleg Orlov, andare in prigione è un lavoro

Oleg Orlov depone dei fiori sul ponte dove nel 2015 fu ucciso Boris Nemcov. (SOTA)

Quando si tratta di scegliere la facoltà universitaria, il padre gli sconsiglia gli studi umanistici che sono troppo manipolati dall’ideologia, per questo si iscrive a biologia. Ma per lui l’attività scientifica asettica non esclude l’azione: «perché una persona che si occupa di biologia non dovrebbe pensare che sia bene anche qualcos’altro?», così nell’81, c’è un’ulteriore svolta. Due anni dopo l’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan e alla vigilia dello stato d’assedio in Polonia, il futuro attivista per i diritti umani comincia a girare nottetempo ad incollare volantini alle fermate degli autobus: «Tra i miei amici c’erano persone molto diverse, però nessun comunista convinto; ma anche se la maggioranza di loro era molto critica nei confronti di quanto accadeva, tuttavia non riuscivo a trovare una persona con cui potessi fare qualcosa, cioè non solo parlare ma agire».

All’epoca Orlov ha già dei contatti con i «dissidenti», ma gli sembra che non abbiano «alcuna via d’uscita pratica e utile». Solo a distanza di anni capirà «che sbagliavo io: la loro era la strada giusta. Quei dissidenti che poi incontrai a Memorial sono stati per me colleghi di esperienza e maestri. Loro avevano ragione, io invece pensavo che dovessimo impegnarci in una sorta di attività clandestina: incollare volantini. (…) Da qui un’idea piuttosto stupida: agire da solo pensando che potesse portare a qualcosa».

Opporsi, per crescere

Tuttavia, anche quest’iniziativa così ingenua e inconcludente in fondo è utile, è l’inizio di un percorso di una sensibilizzazione personale:

«Capisci che si stanno commettendo dei crimini e che è impossibile non agire. Stare fermi è peggio che fare qualcosa.

(…) Perciò ho realizzato un ciclostile rudimentale e ho iniziato a stampare volantini. Avevo una paura terribile, forse la peggiore della mia vita. (…) Per stampare i volantini ci vuole tempo, almeno un paio di sere. E devi farlo in modo tale che tua madre non capisca cosa stai facendo, per evitare di farla preoccupare. E poi vai e scegli un posto. Adesso siamo in un campo di concentramento digitale dove tutti sono sotto le telecamere con riconoscimento facciale. Ma allora non c’erano telecamere, e gli androni delle case erano senza serrature, si poteva entrare in qualsiasi ingresso e passare la notte al caldo. (…) Quattro giorni dopo dico: “Mamma, passerò la notte con i miei amici, sono una bella compagnia”, lei pensa che probabilmente la passerò da una ragazza, e invece io affiggerò volantini. Torno a casa la mattina e devo andare anche a lavorare senza aver dormito. (…) La prima volta che ho affrontato una cosa del genere, sentivo di essere da solo contro una macchina enorme, che conosce tutti ed è ben informata. Ora invece capisco perfettamente che il KGB non era né ben informato né onnisciente. Però sembrava che sapessero tutto quello che succedeva e che ogni cosa fosse sotto il loro controllo».

E non ti senti solo contro il sistema anche ora? – chiede l’intervistatore. – Perché in un certo senso, dopo 40 anni, «sei ancora lì ad “affiggere volantini”, stavolta contro la guerra…».

«Assolutamente no – risponde Orlov, – ora non ho questa sensazione perché non sono solo». Ciò nonostante, ha avuto anche lui momenti di crisi: «La disperazione mi ha colto quando è iniziata la guerra in Ucraina, come moltissime persone qui in Russia (…). La disperazione mi aveva sopraffatto durante la prima guerra cecena e ancora all’inizio della seconda guerra cecena. Noi di Memorial abbiamo già vissuto questa situazione. Ma ora non sono affatto solo, siamo in molti a pensarla allo stesso modo. Certo, quelli che sono pronti a parlarne apertamente sono una minoranza, ma non bisogna pensare alla solitudine (…)

Anche oggi si rischia grosso per un volantino incollato o per un post sui social, dunque non c’è differenza tra l’epoca sovietica e la Russia attuale? Sì e no, risponde Orlov:
«Ci sono molte somiglianze. Le persone sono costrette al conformismo per sopravvivere, un conformismo imposto con la forza. È rischioso non essere conformisti, lo è stato nella tarda epoca sovietica e lo è tuttora. Capisco che ai tempi di Stalin fosse diverso: non si trattava di conformismo, ma della necessità di identificarsi entusiasticamente col regime per poter sopravvivere. Ed è esattamente lì che ci stanno portando, anche se la Russia di oggi non è ancora la Cecenia di Kadyrov…. Tuttavia, nella tarda epoca sovietica era tutto più soft…». La differenza – dice ancora – sta appunto nel fatto che oggi la situazione è più difficile perché «in epoca sovietica c’erano regole del gioco stabilite, note», mentre ora le regole praticamente non ci sono: «Le autorità devono costantemente reprimere, scoraggiare nella popolazione qualsiasi desiderio di agire». In compenso, il fatto veramente incoraggiante è che «ora noi resistenti siamo di più che nel periodo sovietico (…), e se parliamo di samizdat e tamizdat, ora non è necessario passarlo di mano in mano di nascosto per non finire in galera: con una VPN molti leggono, guardano e danno un like pur essendo persone che non andranno chissà dove e non diranno nulla pubblicamente.

Alcuni resistono attivamente, altri passivamente, ed è già meglio di un tempo. In fondo, anche la situazione dei giovani che si oppongono è migliore rispetto alla tarda epoca sovietica».

Secondo Orlov, anche nella situazione attuale è importante e possibile agire, con quel «lavoro minuto» che è sempre stato una solida base del dissenso sovietico: «Frequenta gli amici, parla con loro e con i tuoi familiari. Con calma, senza alzare la voce o battere il pugno sul tavolo, ma rifletti su quel che sta succedendo, con loro e con chi non condivide le tue opinioni e che sostiene in tutto o parzialmente la guerra. Ci sono tante cose che si possono fare: annodare un nastro verde per indicare che sei contrario alla guerra, così qualcuno lo vedrà, ne sarà incoraggiato, sarà un segnale che non siamo soli.
Bene, e sii preparato per quando si presenterà davvero l’opportunità, come nel 1991, di scendere in strada… Non incoraggio nessuno a scendere in piazza ora. Ma prima o poi il processo di cambiamento certamente inizierà, perché è quello che succede dopo l’uscita di scena di qualunque dittatore e la dispersione delle élite. E qui è molto importante che la società si palesi, dimostri di esserci, in modo che le riforme che si avvieranno non si rivelino pseudo-riforme. È allora che bisognerà essere pronti ad uscire allo scoperto e parlare».

Oleg Orlov coi difensori Katerina Tertuchina e Dmitrij Muratov. (SOTA)

Una grande esperienza di guerra

Rispetto alla guerra, Orlov ha una lunga esperienza di osservatore, essendo stato presente in diverse aree «calde» della Russia a documentare le violazioni dei diritti umani. Interessante è il racconto di una delle prime missioni cui partecipò, nell’estate del 1990 nel Nagorno Karabakh, all’epoca del conflitto azero-armeno, che dà l’idea della trappola costituita da un approccio unilaterale, in cui spesso si cade anche oggi nel valutare i macro-conflitti in corso: «Ci siamo arrivati con Dmitrij Leonov, allora copresidente del Gruppo per i diritti umani. È stato molto interessante essere sul posto, vedere persone che capiscono cosa sta succedendo e imbracciano le armi o sono pronte a farlo. Gli uni che si oppongono agli altri che a loro volta hanno una propria verità, diversa. E venirne a capo è stato molto difficile e interessante, perché era necessario cercare i fatti concreti.
Devo ammettere che abbiamo cominciato ben presto a renderci conto che le parti ci stavano ingannando e che ci sbagliavamo nel valutare gli eventi. Era la prima volta che lo facevamo e ci siamo lasciati ingannare. Ma la cosa più importante è che non ci siamo schierati incondizionatamente da una parte. Dima Leonov insisteva continuamente: amici, qui non c’è una parte sola, ce ne sono due, e ciascuna ha la propria verità che deve essere ascoltata».

Ed oggi che la prigione per lui è una realtà (questa intervista è stata fatta alla vigilia della condanna), come si sente Oleg Orlov, sconfitto o certo?

«Direi che provo “rispetto di me stesso”, ed è importante sentirmi un uomo. Fa paura, e tanta, perché te ne stai a casa e dici: adesso vengono a prendermi. Però ho agito, ho fatto qualcosa, e questo è bene».

Ma, obietta il giornalista, una volta che sarà in prigione non potrà fare più niente… «Eh no, vede, una condanna alla prigione è anch’essa una forma di agitazione e propaganda. Caspita, un tizio è finito dentro perché ha detto qualcosa contro la guerra in Ucraina. E ce n’è tanti… questa è già una forma di testimonianza. È parte del lavoro».


(Foto di apertura: Novaja Gazeta)

Vera Fedorova

Vera Fëdorova, pietroburghese, pubblicista e storica dell’arte.

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