22 Novembre 2019

“Il francese”: il cinema parla del dissenso

Giovanna Parravicini

L’attore e regista Andrej Smirnov ha messo in scena una vicenda che ricorda quella di alcuni intellettuali occidentali negli anni ‘50, da Vittorio Strada a Georges Nivat, che nell’incontro con il mondo sovietico e russo mutarono radicalmente le proprie concezioni, contribuendo anche a cambiare la coscienza europea, all’Est come all’Ovest.

L’inquadratura finale mostra un’esile ragazza che segue con lo sguardo l’auto del KGB che ha appena arrestato un amico per aver tentato di fare arrivare all’estero delle poesie clandestine, e con le lacrime agli occhi leva in alto una mano con due dita a V, in segno di vittoria. Siamo nella Mosca della fine anni ’50, il disgelo chruščeviano continua a dover fare i conti con gli «organi» come nell’epoca precedente, ma i giovani ormai rincorrono insofferenti nuovi modelli culturali, dal jazz («non più vietato… ma non ancora permesso»), alla poesia e alla pittura underground, scavano nel passato alla ricerca di una Russia che non esiste più e si scontrano con storie di brutalità fisiche e morali che hanno devastato le vite di intere generazioni.

Il film Il francese di Andrej Smirnov, uscito nelle sale cinematografiche russe il 31 ottobre, narra la vicenda dello studente francese Pierre Durand, comunista, che dall’École Normale giunge a Mosca per uno stage universitario ma soprattutto per conoscere dal vivo il suo paese e rintracciare suo padre: dai racconti della madre, fuggita in Francia poco dopo la rivoluzione, sa infatti di essere figlio di un matematico di estrazione aristocratica, Aleksandr Tatiščev.

O. Rabin, «Pop-art russa nr. 3», 1964.

Un viaggio all’interno del paese, oltre che della propria anima, attraverso cui il regista riporta alla luce un’intera epoca nei suoi tratti autentici, intrecciando alle vicende immaginarie del protagonista fatti e personaggi reali, ricostruiti sulla base della stampa e degli archivi del tempo. Il suo non è semplicemente un intento documentario, non si limita a ricomporre il puzzle ma ne individua il protagonista: l’urto della storia è percepibile nel dibattersi della giovane generazione, alla ricerca di una verità, una libertà tutte da scoprire, di una via d’uscita dagli stereotipi di un’ideologia che cade a pezzi ma ha ancora dalla sua la forza della repressione. Non è un caso che due punti salienti della vicenda – il colloquio decisivo del giovane Durand con il commissario del KGB e l’arrivo sull’aereo, prima della partenza, di agenti evidentemente alla ricerca dei «materiali proibiti» che Pierre ha con sé – restino in sospeso, non ne conosciamo l’esito (possiamo solo intuirlo).

Questo protagonista viene esplicitato nelle righe che scorrono sullo schermo al termine del film, prima dei titoli di coda: «In memoria di Aleksandr Ginzburg e dei suoi amici, di quanti hanno voluto vivere senza menzogna». Un riconoscimento ai «ragazzi di piazza Majakovskij», alle letture poetiche che aprirono la prima breccia nel sistema: nel film questi «precoci germogli di libertà» figurano attraverso lo stesso Alik Ginzburg e la sua rivista «Sintaksis», gli artisti della «scuola di Ljanozovo», e in particolare il pittore Oskar Rabin, che all’enfasi del realismo socialista sostituisce bottiglie di vodka e aringhe avvolte nella carta del giornale «Pravda».

Dissidenti di ieri e di oggi

Anche se il film non è stato particolarmente reclamizzato e viene proiettato lontano dai circuiti del grande pubblico, in sale cinematografiche minori, il suo successo, come ha fatto notare lo stesso regista in un’intervista, denota l’attualità assunta nel contesto odierno, in un momento in cui la società civile sta riscoprendo se stessa: i dissidenti – forse per la prima volta nella Russia postsovietica – stanno diventando figure a cui guardare, perché hanno qualcosa da dire alle nuove generazioni.

Che cosa esattamente, prova a esplicitarlo Arina Ginzburg, che con il marito Aleksandr aveva condiviso le peripezie degli anni ’60-70 (dopo vari arresti e condanne, nel 1979 Ginzburg fu scambiato con alcune spie sovietiche ed espulso dall’URSS): «Ricordo con quanta trepidazione noi, la mia generazione, guardavamo a quanti erano tornati dai lager – dice nell’intervista rilasciata a «Novaja gazeta» in occasione dell’uscita del film. – Li sentivamo, non dico come dei maestri, ma come un esempio di resistenza dell’umano in condizioni anormali, in una società anormale. Mi sembra che gli ultimi mesi ci abbiano restituito una speranza… È l’interrogativo di alcuni dissidenti: a che cosa è servito combattere, a che pro tutto quello che abbiamo fatto? In realtà, “a che pro” è chiaro: non lo facevamo “per la storia”, lo facevamo per noi stessi. Ma guardando in prospettiva storica, sembrava che tutto fosse irrimediabilmente scomparso! Invece no, non è scomparso… E adesso c’è movimento in tutto il paese. Se ai tempi la nostra resistenza era paragonabile a qualche seme che germogliava bucando qua e là l’asfalto, adesso è spuntato un intero campo, che alle autorità sarà ben più difficile calpestare».

Il regista Andrej Smirnov (foto Rossijskaja Gazeta).

Figura emblematica di questa umanità, umiliata eppure irriducibile, nel film è Aleksandr Apollonovič Tatiščev, che ha un drammatico colloquio col figlio Pierre sulla soglia della morte. Ridotto a fare il custode in un gigantesco panificio, l’ex detenuto che porta il soprannome di «Conte» possiede in tutto una branda, in un angolo di una sgangherata abitazione, ha alle spalle la Kolyma, un’evasione dal lager, due ictus… e prima ancora un’intera esistenza, pressoché cancellata dalla memoria, di brillante intellettuale e aristocratico, di ufficiale nell’esercito dei Bianchi. Per far emergere i personaggi, in particolare Tatiščev, il regista si avvale sovente nel film di riprese fisse, con primi piani (accentuati dalla scelta del bianco e nero), che sembrano voler penetrare fino in fondo all’anima. Di Tatiščev ci fa misurare tutta l’apatia, la «pietrificazione dei sentimenti», in altri termini l’abbrutimento a cui può giungere un uomo, ma anche la scintilla che improvvisamente si accende quando, con mani tremanti e deformate, mostra al figlio il tesoro che è riuscito a custodire per tutta l’odissea della vita: un minuscolo rotolo di foglietti scritti a matita su cui è dimostrata matematicamente l’esistenza di Dio.

 

Una scelta per la storia

La vicenda narrata dal film si colloca all’intersezione di due mondi: la facciata stereotipa del socialismo realizzato e gli abissi dell’inferno staliniano da cui emergono come ombre dantesche i sopravvissuti: sono infatti gli anni in cui, dopo la morte di Stalin, molti detenuti stanno ritornando dal GULag. Nel film, davanti a Pierre e ai suoi amici scorre un’intera galleria di personaggi che mostrano tutte le ferite di un’esistenza defraudata di tutto ma anche una propria, profonda dignità. «La Russia di un tempo non esiste più», dirà Tatiščev, troncando bruscamente la proposta che il figlio gli fa di trasferirsi in Francia, di cominciare una nuova vita. E ciò non di meno, poco dopo gli confida il tesoro di una vita, quei biglietti scarabocchiati con la prova dell’esistenza di Dio. Dando modo a Pierre di esclamare trionfalmente: «E tu volevi farmi credere che quella Russia non esiste più?».

Nel film si avverte l’eco di un rimpianto per la ricchezza umana perduta, per le generazioni mandate al macello, per una Russia che avrebbe potuto essere molto diversa da quella che è, se non fosse stata così devastata. È simbolica, in questo senso, la breve parte – quasi materna, di custode del cruciale colloquio tra Pierre e il padre – affidata a una dissidente in carne e ossa, Vera Laškova, una figura dolcissima e forte di donna, che da ragazzina era finita a sua volta in carcere per aver dattilografato le opere poetiche degli amici – Alik Ginzburg, Vladimir Bukovskij, Jurij Galanskov. Non credo che l’averla inserita nel cast sia solo un omaggio alla ex dissidente. In tutti i film di Smirnov – dal celebre Stazione di Bielorussia all’epopea C’era una volta una contadina – ritorna questa figura di donna, carica di un amore che si esprime nella compassione, nel dolore, nella memoria accorata di quanti non sono più, degli amici e anche dei nemici: una sorta di metafora della Russia nei suoi destini storici antichi e moderni.

L’umanità dolente, amara, sovente contradditoria, a volte passiva e rassegnata, a volte litigiosa e ribelle – ma pur sempre autentica, libera di esprimersi, di chi è passato attraverso le vicissitudini dell’esistenza e ha sentito su di sé il peso del rullo compressore, pone ancor più in evidenza l’illibertà dei burocrati del partito, che si tengono in casa dipinti originali di Ajvazovskij e Šiškin e mangiano lauti manicaretti, ma vivono nella paura quotidiana di perdere i propri privilegi se non si dimostreranno in grado di compiacere il padrone. La nuova generazione, sia occidentale che sovietica – Pierre, la ballerina Kira di cui si innamora, il fotoreporter Valera, gli studenti con cui condivide il pensionato, le studentesse innamorate del miraggio dell’Occidente, – si trova a un bivio, deve fare la sua scelta fra i due mondi. Il segno di vittoria levato da Kira nell’ultima scena, nonostante la sconfitta a cui i ragazzi sembrano assistere, è forse il segno di questa scelta morale, fatta nella consapevolezza di scegliere per sé, per la propria umanità e per la storia.

Guarda il trailer:

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI