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Anna, la «martire per la purezza» che ha cambiato il destino di molti

Verrà beatificata il 1° settembre a Košice la sedicenne Anna Kolesárová, «martire per la purezza», uccisa nel 1944 da un soldato sovietico, e che nella società che irride la castità attrae ancora migliaia di giovani.

Il 20 novembre 1944 l'Armata Rossa (4° Fronte ucraino) dall'Ucraina occidentale inizia la penetrazione in territorio slovacco fino alla riva sinistra del fiume Ondava, per poi proseguire nella liberazione del paese, retto da un governo fantoccio filonazista.
I soldati della 351ª fanteria, agli ordini del generale Il'ja Dudarev, arrivano la sera del 21 novembre nel villaggio di Vysoká sull'Uh. Con l'intensificarsi dei combattimenti, gli abitanti del luogo cercano rifugio e salvezza nelle cantine.
Lo stesso fa Ján Kolesár, che con i figli Michal e Anna e alcuni vicini si nascondono in un locale ricavato sotto la cucina.

Ján è il capo di una tipica famiglia contadina. Sono molti i Kolesár della zona, e dato che nel cortile hanno un albero di pere, per distinguerli li chiamano anche «quelli del pero». Jan sposa in seconde nozze la cognata, Anna Kušnírová, rientrata dall'America al termine della Prima guerra mondiale, rimasta vedova e con una bambina, Mária (Meri) da crescere dopo la tragica morte del marito. Anna viene da una famiglia greco-cattolica, mentre i Kolesár seguono il rito latino, ma nei villaggi della Slovacchia orientale i due riti – presenti da secoli – si sovrappongono, la gente va a pregare nella prima chiesa che trova, e anche a scuola l'ora di religione è comune.
Nel 1922 ai Kolesár nasce Michal, il 14 luglio 1928 Anka, mentre nella seconda metà degli anni '30 la maggiore Meri si sposa.
Una coetanea di Anka ricorda che erano persone su cui si poteva fare affidamento, il capofamiglia «era severo ma di buon cuore. Con Anka recitavamo il rosario e le preghiere del mattino, eravamo amiche ma non è come oggi: non c'era molto tempo libero, c'era da lavorare, e lei era una bambina tranquilla e silenziosa, umile».

Anka a scuola (quarta da sin.).

Nel 1941 una prima disgrazia si abbatte sui Kolesár: immediatamente prima di Pasqua, la moglie si ammala di polmonite, che le sarà fatale. Dopo la morte della madre, è Anka ad assumersi le faccende domestiche e ad aiutare nei campi, e dove non ce la può fare la ragazzina di 13 anni intervengono vicini e parenti. Ha poco tempo da dedicare al gioco e ai divertimenti, riesce a malapena a seguire la scuola da cui la chiamano anche per andare a zappare, ma frequenta regolarmente le funzioni religiose.

Anche a livello nazionale, sono anni cruciali: dopo la Conferenza di Monaco del '38, la Slovacchia ha ottenuto una propria autonomia a scapito di varie regioni meridionali cedute all'Ungheria, e ha stretto una sciagurata alleanza con la Germania nazista. Nel nuovo Stato, Vysoká e altre località diventano villaggi di frontiera.
La gente semplice però non capisce i giochi politici di cui è costretta a fare le spese, non capisce perché il paese debba entrare in guerra contro l'URSS e gli Alleati, e intanto cominciano a diffondersi le formazioni partigiane.
Alla fine di agosto del 1944 i tedeschi da alleati diventano truppe di occupazione, prendono alloggio anche presso i villaggi ma non sembrano dare grossi problemi alla popolazione. Per precauzione, Anka e le altre ragazze decidono di indossare abiti scuri e lunghi, raccolgono i capelli come le donne sposate e si coprono il capo con foulard.

Poi, in autunno, il fronte si avvicina sempre di più. «Arrivano i russi!» ripete la gente per la strada, contenta che siano arrivati i liberatori. Tuttavia, per evitare di rimanere coinvolti negli scontri, i contadini preferiscono rifugiarsi nelle cantine.
La sera di quel fatidico 22 novembre arrivano a Vysoká i primi soldati dell'Armata Rossa. Entrano nelle case, cercano cibo, bevono. Uno di loro, ubriaco, scopre la botola che scende nella cantina dei Kolesár. Ján, spinto dal suo innato altruismo, chiede ad Anna di salire a preparargli qualcosa da mangiare, nella speranza che poi se ne sarebbe andato senza combinare guai.
Avendo notato che, nonostante gli abiti scuri, si trattava di una ragazza, il soldato vuole sfruttare l'occasione per metterle le mani addosso, la minaccia di morte se non gli si concede. Divincolatasi, Anna si precipita in cantina seguita dall'aggressore che le punta il mitra e le intima di dare l'addio ai suoi cari. Secondo una testimone, riesce ad abbracciare il padre e il fratello, fa appena in tempo a congiungere le mani in preghiera e a pronunciare i nomi di «Gesù, Maria, Giuseppe» e viene colpita al volto e al petto.

Il 23 novembre è un giorno di festa a Vysoká, ormai liberata dai sovietici che sono dappertutto. La giovane vittima viene sepolta senza un sacerdote, di sera, per non dare nell'occhio, accanto alla tomba della madre. La notizia della tentata violenza arriva però agli ufficiali russi che convocano Kolesár e il figlio e promettono una punizione esemplare: mettono in riga l'intero plotone e chiedono ai contadini di riconoscere il colpevole. Un'operazione impossibile, l'assurdo delitto si era consumato nella penombra della cantina in attimi concitati, e mai e poi mai i Kolesár avrebbero rischiato di far condannare a morte un innocente solo per vendetta, per applicare la legge del taglione.

Il 29 viene celebrato il funerale da don Anton Lukáč, vicario del decanato di Užhorod, il quale rientrato in parrocchia nella vicina Pavlovce scrive sul registro in latino che Anna è morta come «hostia sanctae castitatis», «vittima per la santa castità». Nel certificato di morte il parroco precisa che è stata «uccisa da un soldato russo durante la guerra», formulazione ripetuta anche nel registro dei battesimi: «Uccisa da un soldato proveniente dalla Russia, a causa della castità». Nella cronaca parrocchiale riporta succintamente l'episodio occorso in cantina, sottoscritto da cinque testimoni, aggiungendo che Anna si era appena confessata e comunicata.
Ma tutto si ferma lì: il fattaccio viene messo a tacere durante l'epoca comunista dato che il regime non può presentare sotto cattiva luce i soldati sovietici «liberatori». Nel 1957, dopo l'epoca staliniana, il gesuita Michal Potocký raccoglie alcune testimonianze scritte tra i compaesani di Vysoká, inviate poi al futuro arcivescovo di Košice, don Alojz Tkáč, che in quegli anni è archivista presso la curia. Malauguratamente, questa documentazione è andata perduta.

Da noi interpellati, alcuni protagonisti dei gruppi cristiani «clandestini» slovacchi confermano che prima dell'89 nemmeno in quegli ambienti si sapeva nulla di Anna Kolesárová, la cui memoria però non era destinata ad andare perduta.
Nel 1997 il vescovo Tkáč durante gli esercizi spirituali ne parla ai sacerdoti, e uno di loro, padre Pavel Hudák, coadiutore a Košice e responsabile della pastorale giovanile universitaria, resta molto colpito dalla figura della ragazzina. Con un gruppo di giovani nel novembre 1998 organizza un primo pellegrinaggio alla tomba e cerca testimoni del luogo. Sei mesi dopo si tiene il primo Pellegrinaggio della gioia, a cui partecipano duecento giovani. Negli anni, le iniziative si moltiplicano, la tomba del villaggio di 800 abitanti sperduto nella Slovacchia orientale attira migliaia di giovani. Il Pellegrinaggio si svolge quattro volte all'anno per gli studenti delle superiori e per gli universitari, per chiedere il dono dell'amicizia autentica e della purezza, per iniziare un percorso di conversione o di preparazione al matrimonio cristiano. Dal 2004 si aggiunge il pellegrinaggio per le famiglie, nasce la Casetta, il luogo – che verrà presto ampliato – dove vengono accolti i pellegrini e dove si svolgono momenti di preghiera e ritiri.

Nel 2004, grazie a monsignor Tkáč impressionato dalla crescente devozione giovanile, si apre il processo di beatificazione, culminato nel marzo scorso, in cui papa Francesco ha confermato che la morte di Anna è avvenuta «in defensum castitatis». In questo la giovane condivide la sorte di altre due vergini e martiri uccise nello stesso 1944: la lituana Elena Spirgevičiūtė (uccisa per mano di un soldato sovietico) e Teresa Bracco (uccisa da un nazista).
Padre Hudák, che in questi anni rappresenta l'animatore delle attività della Casetta e dei pellegrinaggi, ha ricordato in un'intervista che esistono varie testimonianze di persone guarite nel corpo e nello spirito per intercessione della beata, anche se si tratta di casi non ancora ufficialmente confermati.


Una figura scomoda ma magnetica
Un personaggio come Anka Kolesárová oggi non è certo di moda, e non stupisce che sulla stampa e sui social si siano letti interventi che riflettono una certa incapacità di comprendere il valore della sua testimonianza e quasi la mettono in ridicolo.
La Chiesa – scrivono i vescovi slovacchi in risposta – dice che Anka ha difeso la propria purezza a buon diritto, anche a costo della vita. Ciò che secondo i vescovi si fa fatica a cogliere è che Anka grazie alla fede ha preso una decisione non contro la vita ma per la vita e quindi anche per la purezza. Dal punto di vista religioso, non aveva nessun obbligo di sacrificare la propria vita, come non l'aveva avuto ad esempio un Massimiliano Kolbe.

Un'altra fonte di confusione è data dallo slogan «la morte piuttosto che il peccato» (ripreso da san Domenico Savio), posto sulla tomba della beata. Da qui trasformare la giovane in quello che la stampa laica definirebbe una bigotta fanatica il passo è breve, e il rischio proviene anche da rappresentanti della Chiesa che la additano a modello di moralità eroica («non voglio peccare») contro la decadenza dei tempi. Se la sedicenne avesse ceduto – come capita a tante vittime di stupri – avrebbe commesso peccato?
Zuzana Hanusová su postoy.sk – in risposta a un articolo polemico uscito sul quotidiano Sme.sk – ha precisato che donne e bambini che hanno subìto violenza sono vittime del peccato dell'aggressore, non pèrdono la propria purezza, perché non si tratta solo di una questione fisiologica bensì soprattutto di una condizione dell'anima: «Se Anka fosse stata violentata non sarebbe stata meno pura di prima, sarebbe stata ferita e umiliata… Le vite dei santi sono testimonianze di persone concrete che hanno messo il loro rapporto con Dio al primo posto e per questo si sono anche sacrificate… Quando sentiamo dire che con la beatificazione di Anna la Chiesa dà alle ragazze un esempio di come si debba preferire la morte piuttosto che subire violenza, si tratta di un equivoco. Ciascuno ha il suo percorso verso Dio, e le vite dei santi rappresentano in questo solo una guida: lasciarsi ispirare da sant'Agostino non significa dover prima fare una vita dissoluta per poter vivere una profonda conversione».

Per Anna la purezza era una componente naturale della vita spirituale, del suo intimo, per questo ha reagito in quel modo verso chi voleva calpestare brutalmente la sua formazione. «Ha agito – prosegue la Hanusová – nel modo più naturale in cui sentiva di fare in quel momento. Questo non vuol dire che la scelta di abbandonare i familiari per non cedere all'aggressore fosse l'unica giusta. In quella concreta situazione per lei il valore della purezza era talmente naturale, che piuttosto che essere vittima del peccato dell'aggressore ha scelto la morte. Era la via di fuga da qualcosa che per lei rappresentava la peggior forma di violenza».
«Ad Anna non importava primariamente non commettere a tutti i costi un atto impuro o non parteciparvi – si legge in uno dei commenti sui social, – ma semplicemente voleva conservare il proprio onore e il proprio cuore integri, perciò si è rifiutata di cedere alle condizioni dell'aggressore. Non avendo su di lei alcun potere, vigliaccamente l'ha uccisa».

In tutti questi anni sono circa 30.000 i giovani che hanno partecipato a pellegrinaggi e iniziative sul posto. Come ha detto padre Hudák in occasione della chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione, «il suo destino singolare ha cambiato il destino di molti».

Immagini dei pellegrinaggi e della Casetta (https://domcek.org )



key-words: Slovacchia, seconda guerra mondiale, martiri, giovani


Bonaguro

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