5 Giugno 2021

Bielorussia: violenza senza più ideologia

Marta Dell'Asta

Per una notizia dalla Bielorussia che scuote il mondo – come il dirottamento del volo Ryanair per rapire un giornalista – ce ne sono tante altre non meno inquietanti e anche tragiche che passano inosservate. Cosa resta della protesta.

Una notizia proveniente dalla Bielorussia ha scosso l’opinione pubblica europea – il dirottamento del volo Ryanair per rapire un giornalista che poi ha subitaneamente «confessato» – ma ce ne sono tante altre non meno inquietanti e anche tragiche che passano inosservate.

Stiamo assistendo alla resa dei conti del regime con tutte le forme di dissenso scoppiate dall’agosto 2020; la repressione procede senza alcun freno giuridico, spesso violenta, a ritmo crescente; in particolare sta facendo piazza pulita di tutte le forme di libertà d’espressione che la società si era via via inventata dall’estate scorsa. Il panorama è talmente sconfortante che sembra non resti più spazio alla speranza… ma forse, a ben guardare, le cose non stanno così.

Il funerale dell’informazione

Dopo mesi che l’attenzione dei Servizi bielorussi si concentrava sui giornalisti, nel mese di maggio è arrivata la ratifica legislativa del presidente Lukašenko, che ha firmato alcuni nuovi emendamenti alle leggi sull’informazione e sulle manifestazioni. In pratica si è cercato di dare un colpo definitivo alla libertà d’informazione. Gli emendamenti prevedono infatti che se un giornalista informa e/o riprende manifestazioni di protesta non autorizzate (ossia tutte) verrà considerato come partecipante alle stesse, e la sua opera di pura informazione sarà equiparata a «propaganda di atti sediziosi» e conseguentemente sanzionata.
Ora è reato persino ripostare o mettere un collegamento ipertestuale ad altre fonti che parlino delle proteste. Inoltre, i media che non siano specificamente accreditati non possono pubblicare gli esiti dei sondaggi sulla situazione politica, e nel caso un giornalista diffonda informazioni che ledono la reputazione professionale degli enti statali, gli verrà tolto l’accreditamento. Da ultimo, cittadini o agenzie stampa stranieri non possono creare dei media in territorio bielorusso.

Bielorussia: violenza senza più ideologia

L’arresto del giornalista Ales Sabalevskij a Mogilev. (Belsat.eu)

Sul versante delle manifestazioni, gli emendamenti prevedono che al privato cittadino sia vietato persino raccogliere soldi per pagare le pesanti multe ricevute per aver partecipato alle proteste, escamotage al quale finora tutti ricorrevano per affrontare le sanzioni insostenibili.

Non basta: grazie a questi emendamenti la procura avrà la facoltà di limitare l’accesso ai siti online che pubblichino notizie «dannose per gli interessi nazionali», e nello stesso tempo il Ministero per l’informazione avrà il potere di interrompere l’uscita di qualsiasi periodico, mentre finora per farlo era necessario un regolare processo.

Su questa stessa linea si sta muovendo l’attacco alle singole testate, Tv satellitari, piattaforme e portali online, che negli ultimi mesi sono praticamente spariti.

tut by

Una delle vittime eccellenti è stato TUT.BY, storico portale d’informazione indipendente nato nel 2000 per iniziativa di alcuni imprenditori digitali.

Per farsi un’idea dell’importanza del portale in questione, basti dire che già nel marzo 2018 TUT.BY tra il pubblico bielorusso aveva superato Yandex, Mail.Ru e YouTube; nel gennaio 2019 era stato regolarmente registrato dal Ministero per l’Informazione come testata online, e nel maggio dello stesso anno le news di TUT.BY avevano registrato 178 milioni di visualizzazioni (secondo i dati di Yandex.Metrica); nel 2021 gli utenti singoli di internet sono stati 3 milioni e 300mila su una popolazione di 9 milioni e mezzo. Mostrando il tipico dinamismo delle iniziative indipendenti, l’anno scorso il portale ha aperto una scuola estiva gratuita di giornalismo per ragazzi dai 14 ai 20 anni.

Ma la fama non l’ha salvato, anzi, in questi mesi i giornalisti che ci lavorano sono stati tartassati duramente, fermati decine di volte, malmenati, processati, condannati; in pratica la loro professione è diventata impraticabile sul piano legale: nel novembre 2020 una di loro, Ekaterina Borisevič è stata arrestata e condannata a sei mesi di prigione per aver scritto un articolo su Roman Bondarenko (l’attivista ucciso dalla polizia durante le proteste), in cui rivelava che dalle analisi del sangue risultava che non era affatto ubriaco, contrariamente alla versione ufficiale.

A quel punto, nel dicembre 2020, il Ministero dell’Informazione ha ritirato a TUT.BY la registrazione, ma i giornalisti non si sono scoraggiati e hanno continuato a fare il loro lavoro sino al 18 maggio scorso, quando il governo ha fatto oscurare completamente il sito. Il blocco, come se non bastasse è stato accompagnato da perquisizioni sia della sede che delle abitazioni private dei dipendenti. Il Centro per i diritti «Vesna» (anch’esso privato della registrazione ufficiale) ha dichiarato che 12 giornalisti del portale sono attualmente «detenuti politici».

Il cofondatore di TUT.BY Kirill Vološin è stato intervistato da Spektr.press (un portale indipendente russo in esilio, rinato in Lettonia dopo la chiusura del portale russo Lenta.ru); Vološin ha raccontato che dopo l’interdizione di dicembre la redazione aveva continuato a lavorare, pubblicando sui social e su canali Telegram, con le App, nella speranza di far risorgere il portale con un’altra url; «I dipendenti sono rimasti uniti. Nessuno si è licenziato», e tuttavia per informare efficacemente, anche avendo la sede all’estero, un portale deve avere dei giornalisti che operano all’interno del paese. Secondo Vološin, comunque, le perquisizioni e i fermi sono stati ben più che un semplice avvertimento, perché «gli avvertimenti c’erano già stati prima, sono piuttosto il colpo mortale inferto all’informazione indipendente». Secondo lui la pulizia dello spazio mediatico indipendente era iniziata molto tempo prima, e dopo l’agosto si è solo intensificata. In questa situazione neppure il supporto dei media occidentali e del pubblico bielorusso possono impedire la repressione: fin qui tutti gli interventi che sono stati messi in atto non hanno sortito alcun effetto.

La spirale di una violenza scoperta

Allo stato attuale delle cose, dunque, il normale lavoro del giornalista in Bielorussia richiede molto coraggio e determinazione, perché mette a repentaglio l’integrità fisica e la libertà personale. Va infatti ricordato che TUT.BY è stato la vittima più importante, non però l’unica. Tutta la vicenda del volo Ryanair Atene-Vilnius dirottato su Minsk domenica 23 maggio aveva come obiettivo il giornalista Roman Protasevič, ma con lui mirava a colpire anche i canali Telegram, che hanno acquistato grande popolarità durante le proteste. NEXTA (di cui Protasevič era stato direttore) è il maggiore fra questi; in particolare NEXTA Live è arrivato a quasi 2 milioni di utenti dopo il 9 agosto 2020, ed è stato lo strumento principale nel fornire ai dimostranti informazioni e indicazioni in tempo reale, dopo che le autorità avevano oscurato internet. Per questo i Servizi se la sono presa con NEXTA, anche se Protasevič non ci lavora più dal settembre 2020, sperando forse di spaventare tutta la categoria di questi giovani blogger bielorussi.

Il 26enne Protasevič è, infatti, il tipico rappresentante della nuova generazione post-comunista, agguerrita, creativa, piena di spirito d’iniziativa ma anche di verve polemica, intollerante della vecchia logica totalitaria e della corruzione, ma esente da tentazioni violente. Giornalista, blogger e attivista politico, Protasevič ha lavorato per diverse testate: TUT.BY, Onliner.BY, Euroradio, Radio Svoboda, per le quali faceva reportage sulle proteste, soprattutto dalla provincia. Ha gestito i canali Messenger di NEXTA sino al 29 settembre, per poi passare a un nuovo «Bielorussia nel cervello»; già dalla fine del 2019 si era trasferito in Polonia per poter usare canali con cifrature estere non oscurabili dal governo, e alla fine ha chiesto asilo politico, consapevole di rischiare anche sul piano personale.

L’opposizione bielorussa ha insistito sul fatto che l’arresto di Protasevič ha avuto degli aspetti clamorosi ma ha anche sottolineato che lui è solo uno dei tanti, visto che già almeno 500 giornalisti bielorussi in pochi mesi sono stati arrestati e imprigionati. Senza dimenticare poi che questi fenomeni si inseriscono in una storia ormai lunga, tant’è che un altro «emigrato» dell’informazione è Stepan Putilo, cofondatore di NEXTA, che aveva lasciato la Bielorussia già nel 2018.

Protasevic fb

Roman Protasevič durante il “pentimento televisivo”. Sui polsi i segni delle manette. (facebook)

Da questo punto di vista, la reazione delle autorità bielorusse è stata parossistica: il 5 novembre 2020 Protasevič e Putilo sono stati inseriti dal KGB (si chiamano ancora così le forze di sicurezza di Lukašenko) nell’elenco dei terroristi, e pochi giorni dopo è stata richiesta ai polacchi l’estradizione di Protasevič. Infine c’è stato l’arresto alquanto «irregolare», addirittura con l’intervento di un MiG-29. Da diverse parti l’accaduto è stato definito un atto di «pirateria aerea», tanto più grave in quanto compiuto da un governo, ma Lukašenko non ha avuto remore in proposito, tant’è vero che ha dichiarato apertamente tramite il suo servizio stampa di aver dato l’ordine di persona.

Le forme di repressione in uso oggi in Bielorussia ricalcano sempre più spesso, e in modo inquietante, i vecchi metodi del passato sovietico. Nessuno, ad esempio, ha avuto dubbi sul perché Protasevič poco dopo l’arresto (con qualche segno di lividi sulla fronte) abbia fatto una dichiarazione di colpevolezza davanti alle telecamere. Si riconosce l’uso sovietico di voler estorcere confessioni e pentimenti alle vittime; qualcuno ha osservato che queste «ammissioni», in puro stile sovietico, non denunciano il giornalista quanto il regime: «Ricordiamo la confessione degli imputati ai grandi processi di Mosca negli anni ’30, ma chi si ricorda dei “pentimenti” dei dissidenti trasmessi in tv alla fine dell’epoca sovietica?» scrive Yves Hamant. Ed effettivamente c’erano stati parecchi casi anche nel periodo post-staliniano, uno dei più dolorosi era stato quello del sacerdote Dmitrij Dudko, grande predicatore che, una volta arrestato, aveva ammesso in televisione di aver tenuto prediche di carattere antisovietico.

Un’altra forma repressiva che ricorda il passato è quella del ricatto tramite gli ostaggi, come è successo ad Arina Malinovskaja, una giornalista che lavora per la Tv satellitare Belsat, che dal 2007 trasmette in bielorusso dalla Polonia ma che ha una redazione anche a Minsk. Belsat ha partecipato attivamente alla copertura mediatica delle proteste bielorusse, dopodiché molti suoi giornalisti sono stati fermati (in 162 casi, per la precisione) e alcuni sono finiti sotto processo, come le due giovani Katerina Andreeva e Dar’ja Čul’cova, condannate a due anni di reclusione nel febbraio di quest’anno per aver ripreso una manifestazione.

Il 22 maggio le forze dell’ordine hanno fatto irruzione negli studi di Belsat e hanno fermato due ex-poliziotti che avevano appena registrato una testimonianza sul perché avevano abbandonato il servizio; in quell’occasione sono stati fermati anche sei giornalisti (sotto l’accusa di aver diffuso materiali falsi); la sera stessa le forze dell’ordine si sono presentate al domicilio della Malinovskaja. Quest’ultima ha finto di non essere in casa e poi, la notte stessa, è riparata in Ucraina. Una volta lì ha però ricevuto una chiamata dal cellulare del cognato, in cui un inquirente le comunicava che il suo parente sarebbe rimasto in stato di fermo fino a che lei non si fosse presentata alla polizia.

C’è poi un altro caso che ricorda tragicamente il passato: la morte in detenzione del prigioniero politico Vitol’d Ašurok, cinquantenne attivista del Fronte nazionale bielorusso, che si era specializzato nella denuncia dei problemi ecologici ed era noto per l’abitudine di fare dimostrazioni solitarie. Era stato arrestato subito, il 9 agosto 2020, il primo giorno delle proteste, e rilasciato con molti altri dopo che sulla stampa si era parlato degli abusi dei poliziotti; in settembre era stato arrestato di nuovo e accusato di essere un organizzatore. Il processo si è svolto a porte chiuse e lo hanno condannato a 5 anni, la pena massima finora comminata per questo tipo di «reato». Non si è capito come mai tanta durezza. Infine, c’è stata la sua morte, avvenuta il 21 maggio scorso «per arresto cardiaco», nella colonia penale n. 13 di Šklov dove era stato rinchiuso. Il corpo, però, è stato consegnato alla famiglia solo quattro giorni dopo, e con la testa completamente coperta da una benda che lasciava vedere solo la bocca. Le circostanze sono più che oscure, visto che il prigioniero non soffriva di nessuna malattia, i parenti, tuttavia, hanno deciso di non chiedere nessuna perizia, nella certezza che in Bielorussia oggi sia impossibile contare su una perizia indipendente.

I motivi dello speciale accanimento verso Ašurok, come si diceva, sono ignoti, ma non è escluso che derivino dal fatto che pochi giorni prima di morire aveva fatto pervenire una lettera in cui denunciava l’introduzione nei campi di lavoro bielorussi di uno speciale contrassegno – una banda gialla – da applicare all’uniforme dei prigionieri politici. Come è stato fatto notare da alcuni dissidenti, una sorta di incredibile versione moderna della «stella di Davide» imposta agli ebrei dai nazisti.

Bielorussia: violenza senza più ideologia

Dove va la Bielorussia?

Sullo sfondo di questa sequela di eventi più che preoccupanti, il caso del «dirottamento di Stato» ha suscitato molta indignazione in Bielorussia. È stato detto che il presidente, pur di arrivare a metter le mani sui personaggi che ritiene pericolosi per sé, ha superato ogni limite, in senso letterale e figurato, allestendo un «pericoloso circo». Un brutto precedente, dicono altri, perché dà il segnale che d’ora in poi tutto sarà permesso, naturalmente allo Stato e ai suoi servitori.

A rendere ancora più incerte le prospettive del movimento di protesta si aggiungono anche osservazioni come quelle di chi sostiene che iniziative come TUT.BY o NEXTA sono nate da giovani, addirittura ragazzini: Stepan Putilo aveva 17 anni quando, partendo da un canale youtube, ha poi messo in piedi NEXTA. Si dice ora che le ammissioni di Protasevič dimostrano la fragilità di queste personalità poco formate; giocano alla politica – dice un po’ sprezzantemente qualcuno – affidandosi all’audacia della giovinezza, senza calcolare i rischi e le responsabilità. In effetti, può anche essere così, ma restano comunque la loro creatività, la capacità d’iniziativa cui il regime non è capace di controbattere se non cercando di azzerarla, rispondendo con la violenza a manifestazioni del pensiero. Non a caso Putilo, Protasevič e molti altri hanno dovuto trasferirsi all’estero; è la «meglio gioventù» bielorussa che è costretta a lasciare il paese, privata della possibilità di una crescita professionale e personale normale.

C’è un’evidente escalation della violenza, che però non dipende dal fatto che Lukašenko e la sua cerchia abbiano cambiato stile e obbiettivi: non bisogna dimenticare infatti che hanno usato la violenza e l’omicidio politico sin dai lontani anni ’90, quando si ebbero diversi desaparecidos tra gli avversari di Lukašenko, come Gončar, Krasovskij, Zacharenko e altri. La novità è che in questi ultimi mesi la violenza del regime è stata costretta a mostrarsi alla luce del sole sotto la spinta della società. Se dunque non si può dire che negli ultimi 27 anni il governo sia cambiato qualitativamente, si deve però constatare che la sua parabola di illegalità e violenza è stata portata a un punto di non ritorno, che richiede o un cambiamento radicale o illegalità e violenza ancora maggiori. L’esempio del volo Atene-Vilnius è chiarificante: il dirottamento di un aereo civile con l’intervento di un aereo da caccia militare è un atto senza precedenti – come ha osservato il premier polacco Mateusz Morawiecki – ma lo è proprio perché fino ad ora non era mai stato necessario arrivare a tanto; perché le iniziative dal basso nel campo dell’informazione non erano mai state così invasive. Questo è sicuramente un punto guadagnato dalla società civile, anche se non implica necessariamente un cambiamento in tempi brevi.

In questa escalation si vede comunque, in controluce, la grande paura del regime. Una paura così incontrollata da spingerlo a colpire in ogni possibile direzione, persino verso chi dovrebbe costituire il suo elemento di sostegno più saldo; e così, in maggio, con decreto presidenziale, sono stati degradati 86 ex-militari e poliziotti accusati di aver simpatizzato con le proteste. A chi conosce la storia del dissenso verrà in mente il periodo desolante del «terrore preolimpico» in URSS, in preparazione delle Olimpiadi di Mosca del 1980. Anche allora il regime aveva fatto scientificamente piazza pulita in tutti gli ambienti del dissenso, da quello politico a quello religioso; sapeva chi colpire e arrivava dove voleva; era moribondo ma sembrava onnipossente, almeno nel campo della repressione.

Scriveva allora padre Scalfi in un editoriale del dicembre 1979 su «Russia Cristiana»: «Quanto più si accorgono di non avere argomenti validi da opporre alle forze vive, tanto più sono indotti a ricorrere alla violenza. Come sempre la violenza è segno di debolezza».

Aveva ragione, di lì a pochi giorni ci sarebbe stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan: la violenza entrava ancora più clamorosamente in una spirale che sembrava non solo inarrestabile ma anche vincente, tant’è che le proteste occidentali non sembrarono capaci di portare a nessun risultato. Ma la vita, avrebbe scritto Scalfi poco dopo, non ha bisogno di essere esportata come la rivoluzione, «la vita si comunica».

Se vediamo le cose da questa angolatura, ci accorgiamo che anche in Bielorussia c’è «l’esercito dei qualcuno», tutti quegli uomini e donne che caparbiamente si tengono stretto il diritto di provare a cambiare. Le agonie dei regimi possono essere molto lunghe, e anche molto dolorose, ma non è un’ingenua Svetlana Tichanovskaja quando risponde ai giornalisti: «Arresti, torture, militanti costretti all’esilio… il regime ha vinto? Il regime ha perso… vedere tanti di noi reagire, consultarsi, coordinarsi per una società più libera ha gettato i semi di una struttura civile. … il movimento è vivo».

 

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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