25 Febbraio 2016

La guerra dei martiri

Andrej Strocev

È facile dire unità. Ma quando la Chiesa si appoggia al potere e viene coinvolta in guerre di religione dove i cristiani si ammazzano tra loro? La memoria “scandalosa” di tre martiri bielorussi che ci obbliga a un esame di coscienza.

I martiri cristiani sono sempre stati venerati come i santi per eccellenza, che con la loro morte si sono resi simili a Cristo. La storia della Chiesa ha avuto inizio con i primi testimoni uccisi dalle persecuzioni. Duemila anni dopo sono stati canonizzati nuovi martiri, vittime dei regimi totalitari. Proprio ora stanno percorrendo lo stesso cammino molti cristiani del Medio Oriente, alcuni dei quali sono già stati proclamati santi dalla Chiesa, come i ventuno martiri copti. Fra questi due periodi di persecuzioni dall’esterno si colloca la cosiddetta epoca costantiniana, un periodo di relativa pace, ottenuta grazie al connubio fra Chiesa e Stato. Alla Chiesa, però, questa pace è costata cara, e uno degli esiti più infelici del compromesso con le autorità civili è stato l’apparire di martiri cristiani uccisi da altri cristiani.

Sorte toccata anche a tre religiosi vissuti nel XVII secolo nel Granducato di Lituania, nel territorio che oggi fa parte della Bielorussia. La loro storia viene raccontata raramente come un unico soggetto, il più delle volte è trattata come tre narrazioni diverse, e dunque è l’esempio che meglio illustra il destino del cristianesimo in Bielorussia.

Il primo di loro, Iosafat Kuncevič, nacque in una famiglia nobile ortodossa. Nel 1596 a Brest fu firmata l’Unione greco-cattolica e tre anni dopo Kuncevič, ancora giovanissimo, vi aderì e vi consacrò tutta la vita. Diventato vescovo, si occupò della missione greco-cattolica nella Bielorussia settentrionale e orientale. Ma, detenendo il potere, cominciò a usare metodi coercitivi, a chiudere le chiese ortodosse, ad arrestare i sacerdoti. Così facendo Iosafat scandalizzò sia i cattolici di rito latino che gli uniti, mentre fra gli ortodossi suscitò una vera e propria esplosione d’ira. Nel 1623 alcuni cittadini di Vitebsk che facevano parte di una fraternità ortodossa uccisero Kuncevič e ne gettarono il corpo nel fiume. Iosafat Kuncevič fu canonizzato da papa Pio IX, le sue spoglie riposano nella Basilica di San Pietro a Roma.

Il secondo protagonista del mio racconto è Afanasij Filipovič. Anch’egli nobile, si diplomò al collegio dei gesuiti di Vilnius e lavorò come precettore privato al seguito del cancelliere e capo supremo dell’esercito polacco-lituano Lev Sapieha. Nel 1627 Afanasij si fece monaco ortodosso e divenne avversario dell’Unione. Non si limitò a scrivere libri polemici ma si spinse oltre, in particolare si recò a Mosca dallo zar per chiedergli di proteggere gli ortodossi della Confederazione polacco-lituana e gli svelò al tempo stesso importanti segreti di Stato di cui era a conoscenza. Fu rinchiuso per alcuni anni nella prigione di Varsavia, e dopo essere stato liberato, venne accusato di aver collaborato con i cosacchi di Bogdan Chmel’nickij, l’atamano ucraino che capeggiò l’insurrezione antipolacca del 1648. Filipovič venne fucilato a Brest nel 1648, e ben presto la Chiesa ortodossa cominciò a venerarlo come il monaco martire Afanasij di Brest.

Il terzo personaggio, Andrej Bobolja, nacque in una famiglia nobile in Polonia, da giovane si fece gesuita e trascorse quasi tutto il resto della vita nella Provincia lituana della Compagnia. Nel 1622 conseguì la licenza all’Accademia teologica di Vilnius, servì come sacerdote in diverse città dell’attuale Bielorussia, l’ultima delle quali fu Pinsk, nella regione della Polesia. Era questa una terra di paludi impraticabili dove, a quel tempo, molti villaggi erano quasi tagliati fuori dal resto del mondo. Bobolja divenne missionario fra gli abitanti di questi luoghi, contadini che però per tradizione erano già stati battezzati nella Chiesa ortodossa. Convertì al cattolicesimo alcune comunità di campagna, per questo i cattolici lo chiamarono «l’apostolo della Polesia», e gli ortodossi «il rapitore di anime». Bobolja contribuì inoltre a diffondere l’Unione. Nel 1657, durante la guerra fra la Confederazione polacco-lituana e la Moscovia, i cosacchi presero la città dove si trovava Bobolja, lo arrestarono e, dopo averlo torturato a lungo, lo decapitarono. Nel 1938 Andrej Bobolja fu canonizzato da papa Pio XI.

Kuncevič, Filipovič e Bobolja sono vissuti nello stesso periodo, nello stesso paese, hanno in comune 28 anni della loro vita. Tutti e tre, in momenti diversi, hanno celebrato in tre chiese di Vilnius, la capitale del principato lituano. Queste chiese si trovano ancora oggi una accanto all’altra sulla stessa via. Tutti e tre sono stati strenui difensori della propria concezione della verità, e sarebbe sbagliato accusarli di averlo fatto in malafede. Tutti sono morti per mano di cristiani di altre confessioni.
Una volta a un mio amico è venuta l’idea di creare un’icona dove questi tre – un unito, un ortodosso e un cattolico di rito latino – fossero raffigurati insieme, e io l’ho dipinta. Non potrei dire se i nostri tre siano stati contenti di incontrarsi così. Ecco un tragico esempio di come tre uomini, accomunati dalla preoccupazione per le sorti della Chiesa, che avrebbero potuto diventare veri amici, siano finiti dai lati opposti della barricata, in un’autentica guerra di religione. Nel corso dei secoli le loro storie sono state manipolate dalle più diverse ideologie. Ancor oggi il culto stesso di questi santi si trasforma spesso in una venerazione «contro» qualcun altro.
Tutti e tre sono vissuti nel periodo che viene definito costantiniano, in cui la Chiesa era disposta a ricorrere alla forza delle armi. Bobolja e Kuncevič si erano schierati dalla parte di questa forza, e il secondo ne abusò in particolar modo. Filipovič cercò di opporsi ricorrendo anche lui alla forza e invitò lo zar a intervenire con le sue truppe. Duecento anni dopo il potere cambiò, erano ormai gli zar russi a governare quelle terre, e tutto si ripeté. Il 12 febbraio 1839 i greco-cattolici della Bielorussia furono uniti alla Chiesa ortodossa, il che di fatto significò l’eliminazione violenta dell’Unione. In quegli anni ci furono nuovi martiri, cristiani che preferirono farsi ammazzare piuttosto che abbandonare la fede che per duecento anni era stata quella del loro popolo.

È un’interessante coincidenza, molto probabilmente non voluta, che proprio il 12 febbraio si sia svolto il primo incontro fra il papa e il patriarca di Mosca.
Oggi in Ucraina e in Bielorussia stupiscono le parole dei 25 punti della Dichiarazione, dove papa Francesco e il patriarca Kirill rinunciano ai tentativi fatti nel passato di conseguire l’unità strappando i fedeli alle loro comunità d’appartenenza, e al tempo stesso riconoscono la dignità di tradizioni ecclesiali già esistenti, sorte in circostanze storiche complesse. C’è la grande speranza che queste parole non restino sulla carta, che i cristiani, nei paesi che per secoli hanno sofferto a causa di conflitti interni alla Chiesa stessa, possano veramente pregare e lavorare assieme. Forse allora riusciremo a comprendere in modo nuovo i destini di Kuncevič, Filipovič, Bobolja e di tanti come loro, e a vedere nella storia delle loro vite non dei miti ideologici, ma il difficile cammino per venirsi incontro.

Andrej Strocev

Nato a Minsk (Bielorussia) nel 1994. Ortodosso. Ha il diploma in disegno, attualmente frequenta l’Università di Vilnius (Lituania), corso di laurea in Culturologia. Studia la storia della Bielorussia, si interessa di folclore, teologia.

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