30 Aprile 2019

Una questione di rispetto. La legge sui fake

Andrej Kordočkin

Oggi in Russia vigono due nuove leggi che puniscono la diffusione di notizie false e l’offesa del potere statale e dei suoi simboli. Tutto questo avrà serie conseguenze sulla società. Padre Kordočkin nella sua preoccupazione, pensa al compito della Chiesa.

Nessuna delle due leggi mi infonde ottimismo, e cerco di spiegare il perché. Le notizie non autentiche, i fake sono certamente una pessima cosa. Ciò nonostante non è tutto così semplice.
Innanzitutto, una situazione in cui è la procura a decidere quale informazione sia autentica e quale no è potenzialmente pericolosa. Nel Codice penale della Repubblica socialista russa c’era l’articolo 190 che considerava reato penale la «diffusione sistematica (…) di invenzioni notoriamente false che denigrano il regime sovietico». Ma le persone condannate in base a questo articolo non erano dei bugiardi, venivano semplicemente perseguitate per le loro idee. Secondo lo Stato, che considerava il proprio sistema perfetto, il termine «denigrato» equivaleva a «falsato». Per questo qualunque critica del regime sovietico veniva punita come reato penale.

Ricordiamo il caso di coloro che manifestarono sulla Piazza Rossa, il 25 agosto 1968, per protestare contro l’invasione di Praga da parte delle truppe sovietiche. Quando una degli imputati pronunciò la parola «occupazione», il giudice la interruppe dicendo: «C’è stato l’invio di truppe ma non c’è stata occupazione». Gioco verbale. La verità non c’entra. La verità è ciò che, dal punto di vista delle autorità, serve allo Stato. E io ho il timore che, in base alla nuova legge, qualunque informazione che, secondo le autorità «minaccia l’ordine sociale e la sicurezza» (e potrebbe essere qualsiasi informazione compromettente per il potere) potrà diventare «inattendibile». Sarei lieto di sbagliarmi.

Secondariamente, c’è qualcosa che mi sembra ancor più pericoloso delle notizie false. Ed è l’immagine falsa del mondo che viene costruita dai media. Immaginatevi una persona convinta di essere buona e bella ma circondata da nemici che cercano di molestarla. Una condizione del genere testimonia di solito un problema spirituale, psichico. E tuttavia per molte società un simile comportamento è considerato accettabile. Un gruppo di sociologi americani che studia il fenomeno del «narcisismo collettivo» ha osservato che l’identificazione narcisistica col gruppo nasce in un contesto sociale e culturale dove il valore della persona umana è basso, e che pone al centro del pensare il gruppo e non la persona. I narcisisti, sia individuali che collettivi, investono le loro emozioni nell’alta concezione di sé, esigono conferme dagli altri e puniscono chi non le condivide. Avendo continuo bisogno di alimentare la propria immaginaria grandezza, hanno paura di ciò che la mette alla prova e sono cronicamente intolleranti. Quando si tratta di narcisismo di gruppo, le sfide possono venire sia dall’esterno che dall’interno del gruppo stesso.

Tipico del narcisista è percepire le azioni altrui come manifestazione di irriverenza, sospettare sempre di essere trattato ingiustamente e considerare la propria aggressività come autodifesa. Naturalmente l’immagine narcisista del mondo si forma attraverso i media, che possono moltiplicare i fake, e montare ad arte la tensione nella società. Ricordiamo l’episodio del bambino crocifisso mostrato sul Primo canale. Oppure il reportage di Dmitrij Kiselev sugli interventi degli «euroscettici» in Francia, dove i commenti dei francesi intervistati erano stati volutamente distorti o inventati. Che qualcuno dagli schermi televisivi indichi sulla carta dell’America le città che possono diventare obiettivo dei razzi russi è un fenomeno più pericoloso di un fake, senza ombra di dubbio.

Aggiungo qualche parola anche sulla mancanza di rispetto verso le autorità, che da oggi è reato. A mio avviso la mancanza di rispetto è un male, sempre. E pur tuttavia, non penso che vi siano determinati gruppi di persone – i credenti, la classe politica o altri – che si debbano considerare come una categoria a parte.
Riguardo alla legge ho alcune riserve.
Prima riserva: termini come «rispetto» o «irriverenza» lasciano troppo spazio alla discrezionalità del giudice, la cui decisione può essere estremamente di parte.
Seconda riserva: vorrei sottolineare il pericolo che siano i rappresentanti dello Stato a non rispettare per primi la Costituzione e la legge. È ben più pericoloso questo non rispetto che non quello di un semplice cittadino. Abbiamo già ricordato i manifestanti sulla Piazza Rossa nel 1968. La Costituzione staliniana, rimasta in vigore sino al 1977, garantiva libertà di parola, di stampa, di riunione e comizio, come pure permetteva i cortei e le dimostrazioni (art. 125). Come poi questa libertà si realizzasse in concreto lo sappiamo. Qui non si tratta semplicemente di alcune violazioni isolate del diritto costituzionale, ma di una situazione in cui la violazione permanente da parte dello Stato era l’unica possibilità di conservare il sistema.

Ora, a quanto racconta un testimone di Geova arrestato nel febbraio scorso a Surgut (in Siberia), la sua richiesta di rispettare l’articolo 51 della Costituzione («Nessuno è obbligato a testimoniare contro se stesso, il proprio coniuge e i parenti stretti, la cui cerchia è definita dalla legge Federale») ha portato a questo:

«Mi hanno infilato in testa un sacchetto di stoffa. Mi hanno serrato la bocca col nastro adesivo. Mi hanno ordinato di inginocchiarmi, poi di stendermi bocconi. L’ho fatto. A quel punto qualcuno mi si è seduto sulla schiena e si è messo a tirarmi le braccia verso l’alto. In quel momento si sono messi a picchiarmi sugli stinchi, non so cosa usassero, ma i colpi facevano male. Poi ho sentito il rumore del taser [il «dissuasore elettrico», nel novembre 2007 l’ONU ha equiparato l’uso del taser ad una forma di tortura. ndr], e qualcuno mi ha detto che adesso mi avrebbero arrostito se non avessi detto tutto. Mi hanno lanciato una scarica. E mi colpivano col taser ora sul piede destro ora su quello sinistro, mi hanno umiliato moralmente dandomi dell’animale. Io gridavo dal male. Loro mi dicevano di tacere e io sono andato in panico. Poi mi hanno applicato il taser ai genitali, ho avuto un attacco isterico, il dolore era atroce».

Queste forme di trattamento delle autorità nei riguardi del popolo mi inquietano assai più dell’assenza nel popolo del dovuto rispetto verso le autorità.
Terza riserva: durante una conversazione con il giornalista Vladimir Pozner il senatore Andrej Klišas, relatore della legge, ha detto che la mancanza di rispetto verso le autorità significa che il popolo non rispetta se stesso, dato che il governo viene eletto dal popolo. Ma può ben essere che una persona non abbia eletto il governo che esige rispetto da lei.

Vorrei proporre una citazione di Vladislav Surkov, consigliere del presidente:

«L’illusione di poter scegliere è la più importante delle illusioni, l’imbroglio massimo del sistema occidentale in genere e della democrazia occidentale in particolare… Nel nuovo sistema [s’intende russo, nda] tutte le istituzioni hanno la fondamentale missione di stabilire un rapporto di fiducia e di sinergia tra il capo del governo e i cittadini. Le varie ramificazioni del potere si assommano nella persona del leader e non rappresentano un valore in sé, ma solo nella misura in cui forniscono il legame con lui… Le istituzioni politiche decentrate localmente che abbiamo preso dall’Occidente noi spesso le consideriamo un orpello, introdotto sostanzialmente per “sembrare come gli altri”, perché le peculiarità della nostra cultura politica non balzino troppo agli occhi dei vicini, irritandoli o preoccupandoli. Sono come il vestito bello che si mette per andare in visita, mentre a casa nostra vestiamo alla buona e ognuno sa cosa mettersi. In sostanza, la società si fida soltanto del primo cittadino».

Se queste parole fossero state pronunciate da un qualsiasi commentatore sul divano, si potrebbero lasciar perdere. Ma quando uno degli uomini responsabili della politica interna nazionale dice che l’amministrazione dello Stato va avanti navigando a vista, che non c’è nessuna concorrenza politica, che le istituzioni democratiche sono una scenografia e ai cittadini si offre solo l’illusione di una scelta politica, è difficile far finta di niente.
Io sono fermamente convinto che per il nostro paese il punto cruciale non sia il rispetto del popolo per la classe politica, ma il rispetto della classe politica per il popolo. E non si tratta neppure del fatto che di tanto in tanto tra le notizie affiorano le frasi arroganti di qualche rappresentanti del governo, del tipo: «Se non hanno pane, mangino brioches». La stratificazione sociale accompagna inevitabilmente l’umanità decaduta. Ma il livello scandaloso, indecente di ricchezza dei personaggi al potere può essere offensivo per i più sfortunati nella massa sociale, e alla fine, può diventare esplosivo.

Insomma, se ci poniamo la stessa domanda del signor Surkov: «Cosa sta succedendo?», può essere utile rivolgerci ai classici russi. Oggi, per aiutarci a riflettere, suggerirei il racconto di Gogol’ Il cappotto. Alla fine, come ricorderete, Akakij Bašmačkin viene ricevuto da «un importante personaggio». Secondo il suddetto personaggio, la gente non gli tributa il dovuto rispetto.

«La sua conversazione abituale con gli inferiori era improntata a severità e consisteva quasi soltanto di tre frasi: “Come osate? Sapete con chi state parlando? Capite chi vi sta davanti?”».

Bašmačkin non fa eccezione e la conversazione si svolge nello stesso stile:

«“Chi vi ha dato tanto ardire? Chi vi ha messo in testa queste idee? Che specie di ribellione s’è diffusa tra i giovani contro i capi e i superiori!”. A quanto pare l’importante personaggio non aveva notato che Akakij Akakievič aveva già oltrepassato la cinquantina. Sicché, se mai lo si poteva chiamar giovane, era forse soltanto in confronto a chi aveva settant’anni. “Ma sapete voi con chi state parlando? Capite chi vi sta davanti? Lo capite questo, lo capite? È a voi che lo domando”. A questo punto egli batté il piede, portando la voce a una nota così alta che si sarebbe spaventato non soltanto Akakij Akakievič. Quanto a lui, Akakij Akakievič rimase tramortito, barcollò, cominciò a tremare in tutto il corpo e non ebbe più la forza di stare in piedi: se gli uscieri non fossero accorsi a sorreggerlo, sarebbe stramazzato sul pavimento; lo portarono fuori che era quasi esanime. L’importante personaggio, intanto, contento che l’effetto avesse persino superato le sue aspettative e completamente inebriato dal pensiero che le sue parole potessero persino far perdere i sensi a una persona, sbirciò di traverso l’amico per sapere come considerasse la cosa e, non senza soddisfazione, vide che il suo amico si trovava in uno stato d’animo alquanto incerto e cominciava anche lui, da parte sua, a provar paura».

Per il lettore è del tutto evidente che non si tratta affatto della mancanza di rispetto di Akakij Akakievič verso l’«importante personaggio». Al contrario, è l’«importante personaggio» che non ha il minimo rispetto per chi gli è socialmente inferiore. Ricordiamo che alla fine del racconto il fantasma di Bašmačkin morto lascia senza cappotto lo stesso «importante personaggio». Gogol’ aveva intravisto l’ombra della rivoluzione.

Io penso che oggi il compito della Chiesa sia quello di affermare la concezione cristiana del potere come responsabilità e servizio. I meccanismi di controllo della società sui politici al potere vanno rafforzati e non indeboliti. E non penso che l’approvazione di queste leggi costituisca un passo avanti. Il rispetto bisogna meritarselo.

Andrej Kordočkin

Nato a Leningrado, ha studiato teologia a Oxford e dopo un periodo di insegnamento a San Pietroburgo ha proseguito gli studi di nuovo in Inghilterra, dove si occupava contemporaneamente della cura pastorale della comunità ortodossa a Glasgow. Da diversi anni è parroco della chiesa di Santa Maria Maddalena a Madrid e cappellano nelle carceri spagnole.

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