1 Agosto 2019

Dimostrazioni a Mosca, spray urticante e porte aperte

Marta Dell'Asta

Durante le dimostrazioni di piazza a Mosca si sono registrati dei cambiamenti qualitativi. La logica della contrapposizione vince e si approfondisce in Russia. Ma in margine a questo trend generale, c’è stato un episodio che ha contraddetto l’escalation della tensione.

Le dimostrazioni di sabato 27 luglio a Mosca sono state così massicce che ne hanno parlato persino i media occidentali, anche se oggi in Russia le proteste di piazza sono un fenomeno ricorrente. Sabato la folla ha raggiunto le 20mila persone – le autorità hanno detto 3500 – il che non è un massimo storico, ma l’intervento della polizia e della Guardia nazionale è stato durissimo, i fermi sono stati ben 1074, e le immagini delle manganellate e dei giovani sanguinanti suggeriscono l’idea di una situazione pubblica che, anche per le questioni che stanno all’origine delle proteste, potrebbe facilmente sfuggire di mano.

(© E. Fel’dman, meduza.io)

Se è vero, in effetti, che le manifestazioni di massa sono un fatto frequente nelle maggiori città russe (l’ultima è stata quella di Ekaterinburg), molti hanno avuto l’impressione che questa volta si sia passati a una nuova fase, non solo per la durezza della reazione ma anche per il significato politico generale dell’azione del governo che ha suscitato i disordini. Infatti, è evidente che esiste ormai una fascia trasversale di oppositori del regime che interessa l’intero paese (non a caso la polizia ha detto che molti dei fermati a Mosca non erano moscoviti), per la quale ogni occasione è buona per protestare, ma bisogna dire che all’origine della manifestazione di sabato 27 c’era un motivo di reale gravità: la decisione della Commissione elettorale di escludere dalle elezioni al Consiglio municipale di Mosca ben 30 candidati indipendenti, perché le firme raccolte a sostegno (e il regolamento elettorale ne chiede ben 5000) sarebbero state irregolari. La bocciatura in blocco di tutti i candidati indipendenti in pratica ha fatto piazza pulita dell’opposizione, escludendola a priori dalla possibilità di partecipare all’amministrazione della cosa pubblica nella capitale. Una manovra che è stata considerata troppo scoperta per non suscitare proteste.

La teenager Ol’ga Misik legge dimostrativamente la Costituzione di fronte alle truppe schierate.

Molti commentatori si sono chiesti che tipo di segnale sia stato, da parte del governo, l’intervento durissimo delle forze dell’ordine: un segno di estrema forza (al punto che non c’è più bisogno di mantenere neppure l’apparenza di meccanismi democratici come le elezioni), oppure di debolezza (la paura che la presenza di qualche elemento estraneo e ingestibile possa destabilizzare dall’interno il sistema). In generale molti sono concordi nel dire che con la repressione di sabato 27 ci sia stata una decisa escalation autoritaria.

Che questo sia vero o no, parallelamente si è osservato che anche tra i dimostranti, in generale arrivati inermi e pronti a subire le possibili conseguenze, si vedevano anche musi duri e rabbia; qualcuno ha usato lo spray al peperoncino contro gli agenti, sono volate ingiurie pesanti. Anche l’opposizione rischia di cedere al clima di contrapposizione dettato dall’alto, facendosi prendere dal rancore. È tutto comprensibile e ha una sua triste logica, forse, ma si tratta di una nuova fase anche qui. Niente più slogan e cartelli scherzosi tra la folla, ma animosità e offese verbali.

(© E. Fel’dman, meduza.io)

Svetlana Panič ha fatto a questo proposito un’osservazione, premettendo che lei stessa non è mai stata personalmente presa a manganellate dalla polizia e che per questo le sue parole potrebbero sembrare a qualcuno fuori luogo se non addirittura inaccettabili… e tuttavia:

«Nel 2004 ho assistito per caso al “primo Majdan”, a Kiev. Ho visto i poliziotti in tenuta antisommossa imbestialiti a sentirsi chiamare “Infami!”, e come invece cambiavano faccia quando la folla scandiva “la polizia col popolo!”. Ho visto come restavano confusi quando le ragazze gli offrivano fiori: si confondevano, proprio, perché quei gesti erano insostenibili. Ho visto come indietreggiavano quando una donna di mezza età – che loro avrebbero dovuto spalmare sull’asfalto secondo il comando ricevuto – aveva alzato un gatto come una bandiera bianca».

«Non erano sentimentalismi a buon mercato né ruffianate, era il tentativo di risvegliare quella briciola di umano che stava ben sepolta sotto i giubbotti antiproiettile e il regolamento, soffocata dalle urla degli ufficiali, abolita dagli ordini… Sì, io ho visto come cambiava lo sguardo quando l’umano cominciava a muoversi; come quegli uomini coi caschi, armati di tutto punto, abbassavano la testa quando gli dicevano che “erano col popolo”, che potevano essere con il popolo, che c’era questa opzione».

«Qualcuno dirà che quello era il pacifico Majdan, e che la guerra è un’altra cosa… Forse è vero, eppure è più facile colpire, sparare a chi ti chiama “infame” perché è un nemico, e coi nemici bisogna far così, la mano non trema quando arriva il comando… È più facile combattere con chi ti considera un bastardo che non con chi vorrebbe comunicarti qualche cosa. Insomma, non parlo di alto idealismo ma dell’utilità di slogan positivi. Dire “la polizia col popolo” non è un tentativo di blandire, lusingare, ruffianare, offre semplicemente un’altra opzione».

Anche nelle condizioni più infelici e costrittive c’è sempre «un’altra opzione», i dissidenti ci credevano al punto di giocarci la vita.
Ci ha creduto anche padre Giovanni Guaita, un sacerdote di origine italiana che per un caso forse provvidenziale quel sabato si è trovato senza volere sul teatro degli scontri, dato che la sua chiesa dei Santi Cosma e Damiano (padre Giovanni è ortodosso) sorge a pochi metri dalla sede del Municipio di Mosca. Sfuggendo alle cariche della polizia, oltre un centinaio di persone ha cercato rifugio nella chiesa, e lui le ha accolte, anche se i dettami della politica ecclesiastica ufficiale non consiglierebbero di avere a che fare con gli oppositori del governo. Tuttavia la sua presenza di spirito gli ha suggerito sul momento che non si trattava di stare con gli uni contro gli altri, ma che c’era appunto «un’altra opzione»: non di schieramento politico ma una posizione al di sopra della politica, e con ciò stesso ha dimostrato che farlo è sempre possibile. A patto di essere pronti a rischiare qualcosa di persona.

Padre Guaita con alcuni manifestanti all’interno della chiesa.

«Per ragioni che direi puramente geografiche ci siamo trovati al cuore degli avvenimenti – ha detto in un’intervista padre Giovanni. – La chiesa era aperta, come sempre, e noi accogliamo tutti, sempre. Lasciar entrare chiunque è nostro dovere. A questo serve la chiesa. E per questo non abbiamo fatto nulla di speciale».

«Qualsiasi chiesa ortodossa ogni giorno accoglie chi entra, e non importa se entra dalla porta o salta la cancellata. E noi abbiamo fatto così. Delle persone sono entrate ed io come sacerdote ero tenuto ad accoglierle, era mio dovere. Abbiamo proposto loro di pregare assieme, senza obbligare nessuno. Parecchi ragazzi e ragazze ci sono stati, e abbiamo pregato per la pace. Quando uno viene in chiesa ha il diritto di essere accolto con amore, non gli chiediamo quali sono le sue idee, la sua posizione politica…
Molto più tardi, verso sera, proprio come avevamo fatto con i dimostranti abbiamo accolto anche gli OMON. Erano stati molte ore fermi in piedi nel nostro vicolo, avevano caldo, l’equipaggiamento era pesante… Qualcuno di loro ci ha chiesto di poter bere, rinfrescarsi, andare in bagno. Accogliere i bisognosi è la cosa più elementare che può fare non solo un sacerdote ma ogni cristiano, ogni uomo».

«Accogliere le persone non significa condividerne le idee. Mi sorprende che questa storia abbia avuto tanta risonanza. Sì, ci siamo trovati al centro degli avvenimenti, e neanche potevamo farci da parte… ad un certo punto il clima fuori si era fatto molto teso, ma credo che il compito del cristiano, e tanto più del sacerdote, sia quello di trovarsi là dove gli uomini hanno bisogno d’aiuto».

Si potranno fare molti discorsi su quello che ha guidato gli eventi in quella chiesa: intelligenza politica, sana equidistanza, bontà d’animo, e via dicendo, tutte parole che altri potranno contestare. Ma è più realistico dire che si è scelta semplicemente un’altra opzione.

Gallery (foto meduza.io)

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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