5 Febbraio 2019

Alcune considerazioni su Solženicyn e la vita civile

Romano Scalfi

Il valore chiave di Solženicyn per l’autocoscienza russa, e non solo russa, in un commento di padre Scalfi a un testo del 1990. Già si annunciavano dei punti di crisi che trovano oggi piena conferma nella realtà attuale. Primo fra tutti il nazionalismo.

«L’orologio del comunismo si è fermato. Ma il suo edificio di cemento non è ancora crollato. Come evitare di essere travolti sotto le sue macerie, invece di ottenere la liberazione».

Con questa epigrafe Solženicyn introduce le sue considerazioni.
Un intervento meditato, sofferto, stilisticamente curato e, come sempre, sostenuto da una grande passione. Molti dei temi qui sviluppati erano già presenti nella «lettera ai capi» o nei discorsi all’Occidente. Come afferma nel sottotitolo e riprende alla fine, Solženicyn non intende dire l’ultima parola, ma indicare dei criteri e introdurre un dibattito. Dopo una breve e dura esposizione dei mali prodotti dal regime comunista in 70 anni, Solženicyn affronta il problema più scottante: il nazionalismo. Il problema più scottante non per lui ma, purtroppo, per tanta gente del suo paese. Contrariamente al commento della stampa occidentale, spesso frettolosa e superficiale, Solženicyn anche in questa occasione si qualifica come un moderato, un realista, attento ai sentimenti delle altre nazioni, in una parola tutt’altro che un nazionalista spinto.

«Io vedo con preoccupazione che la rinascita della coscienza nazionale non è capace di liberarsi da una mentalità imperialista ereditata dai comunisti… Non abbiamo forze per sostenere un impero. E non ci serve un impero, che crolli pure!».

Solženicyn non nutre alcuna nostalgia per l’impero zarista.

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Romano Scalfi

Sacerdote, nel 1957 ha fondato a Milano il Centro Studi Russia Cristiana, cui ha associato la Rivista “Russia Cristiana” (poi “L’Altra Europa” e “La Nuova Europa”).

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