26 Giugno 2020

Costituzione e libertà religiosa: si torna a «Mosca Terza Roma»?

Giovanni Codevilla

Gli emendamenti alla Costituzione russa riguardano anche la libertà religiosa: in questo caso lo Stato abbandona il principio di laicità a favore del confessionismo.

Innanzitutto va detto che le modifiche costituzionali, di cui abbiamo parlato su questo portale, non riguardano il capo I della Costituzione, nel quale sono esposti con molta chiarezza i principi che devono guidare il legislatore.
L’articolo 14 dispone: «1) La Federazione russa è uno Stato laico. Nessuna religione può costituirsi in qualità di religione di Stato o obbligatoria. 2) Le associazioni religiose sono separate dallo Stato e sono uguali davanti alla legge». Con correttezza metodologica il legislatore affronta il problema da due punti di vista: quello dell’atteggiamento dello Stato nei confronti della religione e quello della regolamentazione dell’attività delle varie Chiese e confessioni.

La Costituzione dichiara  l’incompetenza dello Stato a optare per la fede o per la sua negazione e vieta che qualsiasi religione possa assumere il carattere dell’obbligatorietà. Nel contempo il nomoteta afferma il principio separatista, dichiarando l’uguaglianza delle varie Chiese e confessioni di fronte alla legge, da cui scaturisce il divieto di favorire una religione, ovvero di permettere che una di esse possa assumere una posizione di privilegio rispetto alle altre. Inoltre, lo Stato non può interferire nell’attività delle associazioni religiose (organizzazione, struttura gerarchica, nomine, patrimonio, ecc.).

Laicità dello Stato e separatismo sono la premessa per il riconoscimento di una piena libertà religiosa, solennemente proclamata all’art. 28 della Costituzione, che garantisce la «liberta di coscienza, la liberta di professione religiosa, compreso il diritto di professare individualmente o in comune con altri qualsiasi religione o di non professarne alcuna, di scegliere liberamente, di avere e di diffondere convinzioni religiose e altre e di agire in conformità con esse».

È necessario verificare se la legge federale Della libertà di coscienza e delle associazioni religiose, promulgata nel 1997 e più volte modificata, rispetti i dettami del citato art. 14 che pur recepisce alla lettera.

Va ricordato che la legge del ‘97 è il frutto di un travagliato processo, volto ad ottenere la revoca nella innovativa legislazione del 1990, la quale aveva abrogato tutte le restrizioni in materia di libertà religiosa imposte nell’era comunista, favorendo la nascita di innumerevoli comunità religiose e mettendo a repentaglio il ruolo dominante della Chiesa di Mosca, la quale, con insistenti ed energiche pressioni, ha imposto il ripudio delle norme stilate dal compianto amico Anatolij Andreevič Krasikov e confermate da Boris El’cin.

san basilio

In base alle norme vigenti, le formazioni religiose di recente costituzione sono sottoposte a un differente regime giuridico, infatti esse sono costrette a costituirsi come gruppi religiosi, restando cosi prive della personalità giuridica e di tutti i diritti garantiti alle organizzazioni religiose, ad eccezione della facoltà di celebrare le funzioni liturgiche e di insegnare i precetti della loro fede esclusivamente ai propri seguaci. Viene pertanto esclusa ogni forma di proselitismo, garantito, peraltro, dall’art. 28 della Costituzione, che riconosce il diritto di ciascuno, e quindi anche dei minori, degli stranieri e degli apolidi, non solo di avere, ma anche di diffondere convinzioni religiose ed altre. Si aggiunga che alcune formazioni religiose sono vietate in quanto ritenute pregiudizievoli per la sicurezza nazionale, come i Testimoni di Geova, dichiarato organizzazione estremistica dal Tribunale Supremo con delibera del 20 aprile 2017.

Questa discriminazione trova fondamento nella lettera del Preambolo della legge del 1997, e segnatamente nel passo in cui si afferma che la Federazione russa è uno Stato laico, che riconosce «il particolare ruolo dell’ortodossia nella storia della Russia, nella formazione e nello sviluppo della sua spiritualità e cultura», e che rispetta «il cristianesimo, l’islam, il buddismo, il giudaismo e le altre religioni che costituiscono parte integrante dell’eredità storica dei popoli della Russia» e considera «importante contribuire al raggiungimento della reciproca comprensione, della tolleranza e del rispetto della libertà di coscienza e della libertà di professione religiosa». Interpretando arbitrariamente questo enunciato, privo peraltro di valore normativo, la dottrina, la pubblicistica e soprattutto la gerarchia ortodossa sostengono che le religioni tradizionali della Russia sono solamente l’ortodossia, l’islam, l’ebraismo e il buddismo, e non tradizionali tutte le altre.

Non si riesce a comprendere perché, stante la menzione del cristianesimo, non possano essere considerati tradizionali il cattolicesimo, presente in Russia da tempi remoti, che istituisce le prime diocesi a Tana e ad Astrachan’ nei secoli XIV e XV ed è stabilmente presente in Russia dal XVIII secolo; il protestantesimo, diffuso già dal XVI secolo, e soprattutto i Vecchi-credenti o veteroritualisti, seguaci del protopope Avvakum, nati a seguito dello scisma seguito al Grande Concilio del 1666-67 e le numerose denominazioni da essi gemmate.

Non si vuole contestare la legittimità di sottolineare nel Preambolo la rilevanza dell’ortodossia nella storia della Russia, ma si vuole affermare che ciò non può diventare il fondamento per assegnare ad essa e alle altre tre religioni sopra menzionate un ruolo privilegiato, in quanto in un ordinamento laico e separatista, come quello chiaramente delineato dalla vigente Carta Costituzionale, tutte le religioni, nessuna esclusa, devono essere oggetto del medesimo trattamento giuridico da parte dello Stato e delle sue istituzioni.

Vero è che il concetto di religione tradizionale diventa lo strumento di cui il legislatore si serve per tracciare il confine tra privilegio e mera tolleranza, disattendendo il proposito di «contribuire al raggiungimento della reciproca comprensione, della tolleranza e del rispetto sulle questioni della libertà di coscienza e della libertà di professione religiosa».

Il regime di imparität che la legge vigente istituisce tra le religioni ripropone l’antica sinfonia dei poteri che garantisce una posizione di privilegio all’ortodossia ed alle altre tre religioni tradizionali. Ciò vale in diversi ambiti, a cominciare da quello scolastico con l’introduzione dell’insegnamento religioso nella scuola, fatto che conferisce alla Chiesa ortodossa i caratteri di una vera e propria Chiesa di Stato.

Da più parti si è posto il problema se il riferimento a Dio che Putin ha voluto fare inserire nell’inno della Federazione russa possa pregiudicare la laicità dello Stato. Recita il ritornello:

«Tu sei l’unica al mondo! Sei inimitabile
Terra natia protetta da Dio»1.

Parimenti, accogliendo il desiderio formulato dal patriarca Kirill, Putin ha voluto inserire nella Costituzione un esplicito riferimento a Dio. Infatti, l’art. 67 viene integrato dal comma 2 che recita: «La Federazione russa, unificata da una storia millenaria, custodendo la memoria degli avi che ci hanno trasmesso gli ideali e la fede in Dio, così come la continuità nello sviluppo dello Stato russo, riconosce l’unità statale storicamente stabilita».

La Corte costituzionale ha stabilito che la menzione di Dio nella Carta fondamentale non è in contrasto con il carattere laico dello Stato e con la libertà di coscienza. Afferma, infatti, che l’inserimento nel testo della Carta di un riferimento della fede in Dio non significa rinnegare il carattere laico dello Stato proclamato nell’art. 14 e della libertà di coscienza garantita nell’art. 28, in quanto per il modo in cui è formulato non è associato all’appartenenza confessionale, non dichiara l’obbligatorietà di determinate credenze religiose e non pone i cittadini, in contrasto con l’art. 19 (parte II) della Costituzione, in una posizione di ineguaglianza in base alla  fede e al suo orientamento specifico ed è inteso solamente a sottolineare la necessità di tener conto nell’attuazione della politica dello Stato del ruolo socio-culturale storicamente significativo che la componente religiosa ha svolto nella formazione e nello sviluppo della statualità russa (decisione del 16 marzo 2020).

Credo che si possa concordare con la decisione della Corte, giacché il lemma Dio è riferito alle divinità di tutte le religioni, da quelle pagane a quelle cristiane, dall’ebraismo all’induismo, e non si riferisce alla sola ortodossia, per cui la sua menzione, nell’inno come pure nella Costituzione, non può essere considerata come una mera concessione di un privilegio alla fede dominante. Dio non si riferisce ad alcun culto istituzionalmente organizzato, ossia a nessuna Chiesa o confessione particolare, ma riguarda tutti i popoli della Russia e non solamente gli ortodossi. Non a caso i rappresentanti delle altre religioni, e dell’islam in particolare, non hanno sollevato obiezioni di sorta.

Inoltre, il disposto in esame non ha carattere normativo, non coarta, né esorta i cittadini a credere nel trascendente, ma si limita a ricordare che tra gli ideali peculiari della nazione vi è quello della fede in Dio. Si tratta, dunque, di una mera costatazione di un fatto storico innegabile.

Infine, si deve rilevare che il riferimento costituzionale a Dio viene fatto nella forma della semplice nominatio Dei e non in quella della invocatio Dei, che, essendo volta ad implorare l’aiuto della Divinità e a proclamare la Costituzione in Suo nome, metterebbe in discussione la neutralità dello Stato in materia religiosa e sarebbe in conflitto con l’art. 14 della Legge fondamentale. Non meraviglia quindi che anche da parte dei sostenitori più accesi del principio di laicità, come ad esempio Gennadij Zjuganov, non siano state elevate obiezioni di sorta.

Costituzione e libertà religiosa

Non mi pare rilevante a proposito della laicità dello Stato la norma relativa alla famiglia di cui al comma ž) dell’art. 72, nel quale si afferma la tutela dell’istituto familiare: «La protezione della famiglia, della maternità, della paternità e dell’infanzia; la difesa dell’istituto  del matrimonio come unione di un uomo e una donna; la creazione delle condizioni per un’educazione dignitosa dei bambini in famiglia, nonché per l’adempimento da parte figli maggiorenni dell’obbligo di prendersi cura dei genitori».  Manca, infatti, un richiamo alla concezione ortodossa della famiglia, né si può sostenere che l’unione tra uomo e donna sia una eredità esclusiva della morale cristiana o religiosa in generale.

Diversamente va detto a proposito di una bozza dell’inno nella quale il riferimento non era a Dio, bensì al Signore, Gospod’, lessema che identifica esclusivamente il Dio delle religioni giudaico-cristiane e, quindi, nel caso della Russia, dell’ortodossia in particolare. In questa bozza del compositore S. V. Michalkov si leggevano i seguenti versi:

Dagli antenati promana la saggezza del popolo!
A te la fama, Patria mia! Il Signore è sopra di te! 2                                                           (…)
Con fede e speranza, avanti, popoli di Russia!
E ci protegga il Signore lungo il cammino! 3

Concludendo: la menzione di Dio nell’inno e nella Costituzione e non confligge affatto con il disposto degli articoli 14 e 28 della Costituzione.

Vero è, per contro, che i principi proclamati in queste due norme sono palesemente violati dalla normativa ordinaria e non si conciliano con il legame di stretta collaborazione e di reciproco sostegno, ossia di sinfonia dei poteri, che da lungo tempo si è instaurato tra i massimi rappresentanti del potere laico e di quello religioso.

L’intolleranza religiosa che per secoli ha caratterizzato l’impero russo risulta modificata, ma non superata.

Oggi si istituisce un regime di privilegio per le religioni cosiddette tradizionali, mentre nell’ordinamento zarista in base allo Svod Zakonov, tutte le confessioni religiose presenti nel paese venivano divise in quattro categorie: 1) la Chiesa ortodossa russa, «che ha il primato ed è dominante» (pervenstvujuščaja i gospodstvujuščaja); 2) le confessioni cristiane straniere, come le Chiese romano-cattolica, luterana, evangelica riformata, armeno-gregoriana, che sono riconosciute, tollerate e protette (lo zar era benevolissimo [vsemilostivejšij], in quanto sovrano cristiano, verso il cattolicesimo e il protestantesimo); 3) l’islam, il giudaismo, i Karaimy, il buddismo lamaista e il paganesimo, che sono parimenti riconosciute e tollerate (terpimye), ma che non godono della stessa protezione assegnata alle religioni cristiane; 4) i Vecchi-credenti e le sette sorte dall’ortodossia, che non sono tollerate (neterpimye).

Ora il legislatore russo, disconoscendo sia la storia che la tradizione giuridica presovietica, modifica la scala di valori da attribuire alle diverse Chiese e religioni, relegando protestantesimo e cattolicesimo alla posizione di religioni tollerate e riconoscendo, per contro, uno status di religioni protette all’islam e al buddismo certamente non per ragioni storiche, ma in base a motivazioni contingenti di carattere politico.

Alla base della discriminazione nei confronti degli appartenenti alle Chiese e confessioni non tradizionali vi è un regime non di libertà, bensì di tolleranza. Si consideri, in proposito, la normativa sui veti amministrativi posti nei confronti dei ministri del culto stranieri  e quella sui visti di ingresso in Russia al fine di evitare l’espansione spirituale (duchovnaja ėkspansija) e di garantire la sicurezza spirituale (duchovnaja bezopasnost’) del paese.

I Fondamenti della concezione sociale della Chiesa ortodossa russa, approvati dal Concilio dell’agosto 2000, affermano: «La comparsa del principio della libertà di coscienza è la testimonianza di come, nel mondo contemporaneo, la religione da “fatto pubblico” divenga “fatto privato” dell’individuo. Per sé, questo processo testimonia la disgregazione del sistema dei valori spirituali e il venir meno dell’aspirazione alla salvezza nella maggior parte delle persone che affermano il principio della libertà di coscienza. Se inizialmente lo Stato è sorto come strumento di ratifica della legge divina nella società, la libertà di coscienza lo trasforma definitivamente in una istituzione esclusivamente terrena, che non ha obblighi religiosi di alcun tipo» (capo III, 6).

Il documento sostiene, altresì, che la Chiesa «ha anche il diritto di aspettarsi che lo Stato, nello stabilire i suoi rapporti con le associazioni religiose, tenga in considerazione la consistenza numerica dei loro componenti, il loro ruolo nella formazione della fisionomia storica, culturale e spirituale del popolo e la loro posizione civile».

In sostanza, l’aspirazione della Chiesa ortodossa è quella di ritornare alla situazione anteriore al sovvertimento del 1917, quando valeva il principio: «L’ortodossia è riconosciuta come la prima tra le diverse religioni professate in Russia»; nonché: «Conseguentemente la fede ortodossa gode di una priorità (preimuščestvom) in tutti gli atti della vita statale nei quali lo Stato si rivolge alla religione e nelle cerimonie pubbliche religiose».

Nella realtà dei fatti, il separatismo è respinto dall’ortodossia, e non è casuale che la normativa ordinaria, redatta sotto la guida del Patriarcato, non attui il precetto costituzionale e non garantisca la libertà di professione religiosa e segnatamente il diritto di avere e di diffondere convinzioni religiose ed altre (art. 28, Cost.).

Costituzione e libertà religiosa

Nel regime di nuova sinfonia tra Sacerdotium e Imperium non è casuale che il patriarca Kirill ami ribadire che la Chiesa è elemento costitutivo dello Stato (gosustanovitel’naja), con un evidente richiamo alla Russia medievale e alla figura del santo Iosif di Volokolamsk, ideologo del monachesimo che edifica lo Stato, il quale agli inizi del ‘500, sosteneva la necessità di una Chiesa economicamente forte e costitutiva dello Stato, ponendo le basi teocratiche dell’autocrazia.

Lo Stato abbandona il principio di laicità e abbraccia il confessionismo; al tempo stesso emana una legislazione che non si ispira di certo ai principi del separatismo, bensì, privilegiando le religioni tradizionali, ripropone un modello che rievoca il giurisdizionalismo nelle sue varie forme.

Si ritorna cosi alla sinfonia, forma ideale del rapporto Chiesa-Stato nella tradizione ortodossa, per dirla con il documento conciliare del 2000.

Dal connubio che si instaura tra il temporale e lo spirituale prende vita un regime politico-religioso che non va confuso con il regime separatistico; poiché questo dovrebbe bensì consistere nel disinteressarsi dello Stato dalle cose di qualsiasi culto, ma solamente dopo aver concesso a ciascuno di essi la più illimitata liberta di esercizio pubblico.

Vero è che in Russia si va consolidando il clima del confessionismo. Il leader russo, al quale è stato recentemente proposto di conferire il titolo di Guida Suprema (Verchovnyj pravitel’), ha stretti rapporti con il patriarca e si ripropone, nel solco della tradizione zarista, come supremo difensore (zaščitnik) e custode (chranitel’) dei dogmi della fede e come tutore (bljustitel’) dell’ortodossia.

Si rinnova tacitamente in tal modo tra il patriarca e il presidente quel contratto a prestazioni corrispettive che è tipico del giurisdizionalismo: da un lato il patriarca garantisce la legittimazione della sovranità dello Stato e dall’altro Putin concede una posizione privilegiata alla Chiesa. Mutatis mutandis lo Stato ritorna a essere un brachium saeculare, un instrumentum salvationis e la Chiesa un instrumentum regni.

L’istituzione di un sistema confessionista e ierocratico, tipico dell’assolutismo, e di un conseguente giurisdizionalismo trova la sua precisa ragion d’essere nella necessità dello Stato di trovare una legittimazione superiore e storicamente fondata della propria sovranità, al fine di garantire la stabilità politica. La Chiesa ortodossa e le altre religioni tradizionali ricevono, in cambio dell’appoggio al regime politico, uno ius protectionis, vale a dire una tutela diretta del proprio ruolo di privilegio che la pone al riparo dalla libera competizione nel campo spirituale. In questo senso deve essere letto il divieto al proselitismo delle religioni non tradizionali, in manifesta violazione del disposto dell’art. 28 della Costituzione.

Ritorna, dunque, attuale, seppure in termini nuovi e peculiari, il principio territorialista del cuius regio eius et religio, ancorché il monopolio spirituale che caratterizza l’assolutismo si riproponga oggi nella forma di un oligopolio religioso.

Si ricostituisce in tal modo una diarchia cesaropapista, che lega tra loro le sorti del potere temporale e di quello spirituale. E ciò vale non solamente sul piano nazionale ma altresì su quello internazionale: rinasce, in sostanza, l’antica idea di Mosca Terza Roma: si consideri in proposito l’intensa attività svolta per rafforzare il ruolo di Mosca, che richiama alla memoria l’aspirazione di Stalin di fare del patriarcato di Mosca un Vaticano moscovita (Moskovskij Vatikan), ovvero a un Vaticano ortodosso (pravoslavnyj Vatikan), per usare l’espressione del patriarca Aleksij (Simanskij), allo scopo di creare un contraltare al Cattolicesimo e ridimensionare con ogni mezzo il ruolo mondiale della Santa Sede e l’autorevolezza di Costantinopoli.

Giovanni Codevilla

Già professore di Diritto Ecclesiastico comparato e incaricato di Diritto dei Paesi dell’Europa Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Le sue sfere di interesse: diritto russo, dell’URSS e della Federazione Russa, storia delle relazioni tra Stato e Chiesa in Russia, legislazione sulla libertà religiosa, storia della Chiesa ortodossa russa. Autore di lavori fondamentali come Stato e Chiesa nella Federazione Russa; Lo zar e il patriarca. I rapporti tra trono e altare in Russia dalle origini ai giorni nostri (La Casa Matriona), la tetralogia Storia della Russia e dei paesi limitrofi. Chiesa e impero (Jaca Book, 2016), Il terrore rosso sulla Russia ortodossa (Jaca Book,  2019).

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