20 Settembre 2016

Elezioni in Russia: esito del nuovo «patto sociale»?

Giovanna Parravicini

Con la più bassa affluenza mai registrata, i russi hanno votato i deputati alla Duma. I risultati ottenuti sono ottimi e pessimi per l’attuale governo, che ne esce vincitore e insieme sconfitto.

«I risultati delle votazioni sono ancora una volta una reazione dei nostri cittadini alle pressioni dall’esterno sulla Russia, a minacce, sanzioni, ai tentativi di destabilizzare la situazione del nostro paese dall’interno».
Queste parole di Vladimir Putin nel corso dell’incontro con il governo svoltosi subito dopo l’apparire dei risultati definitivi delle elezioni (Kommersant, 19 settembre) danno sinteticamente la chiave di lettura di quanto è avvenuto domenica in Russia.
I risultati ottenuti a queste elezioni sono ottimi e pessimi per l’attuale governo, che ne esce vincitore e insieme, per certi versi, sconfitto. Vincitore perché «Russia Unita» ottiene 343 seggi (140 in base alle liste di partito e 203 nei collegi uninominali), e la maggioranza assoluta alla Duma. La nuova Duma conserva i medesimi quattro partiti della precedente; oltre al partito al governo, i comunisti avranno 42 seggi, i liberal-democratici (LDPR, il partito di Žirinovskij) 39, e «Russia Giusta» 23. Per fare un raffronto con il 2011 e la Duma uscente: il partito di Putin aveva ottenuto e occupava sinora 238 seggi, i comunisti 92, LDPR 64 e RG 56.
Cinque anni fa, nel dicembre 2011, elezioni che sembravano altrettanto scontate, in seguito a una serie di brogli elettorali di dimensioni realmente eccessive anche per la Russia avevano dato il via a una vasta ondata di proteste e di dissensi, che si sono placati solo nel corso di alcuni anni.
Adesso, per scongiurare possibili problemi di questo genere, il governo Medvedev ha fatto di tutto per dare legittimità al voto. Nel 2015 ha cambiato la legge elettorale introducendo un sistema misto (proporzionale e maggioritario), ha abbassato la soglia dal 7% al 5% per permettere una minima concorrenza, facendo entrare, per la prima volta a livello federale, anche il partito dissidente Parnas, fondato dall’ex vice premier Boris Nemcov, assassinato a Mosca. Ha persino ammesso a partecipare 18 candidati sostenuti dall’ex oligarca «nemico» Chodorkovskij. A capo della Commissione elettorale è stata posta Ella Pamfilova, rispettata presidente di «Transparency International-Russia», in sostituzione di V. Čurov, che nel 2011 era stato il primo bersaglio delle proteste contro i brogli.
E si afferma che i brogli, stavolta, non sarebbero stati così eclatanti: la Pamfilova, che alla vigilia del voto aveva promesso le dimissioni in caso di «fiasco», ha concluso che le elezioni sono da considerarsi «legittime» sebbene non «immacolate», e anche il rapporto OSCE tutto sommato, non è stato negativo.

Fin qui la vittoria. E la sconfitta? Sicuramente sta nell’ulteriore calo di affluenza alle urne: 47,8%, il più basso in tutta la storia della Russia (aveva dunque visto giusto il Centro Statistico Levada, che qualche giorno fa aveva rilevato una flessione dei consensi alla maggioranza, ma soprattutto un calo di interesse per la vicenda elettorale – e subito dopo è stato accusato di essere un «agente straniero»).
Difficile far quadrare il consenso di massa nei confronti del governo con un tale assenteismo. A meno di considerare queste elezioni come il punto di arrivo di un processo, nel corso del quale è venuto a crearsi un sistema di potere in cui «il parlamento non conta nulla», secondo l’interessante lettura offerta qualche giorno fa da Valerij Solovej («Postimees», 17 settembre). In queste elezioni, le prime dopo l’esplodere del conflitto in Ucraina, dopo l’annessione della Crimea, le sanzioni occidentali alla Russia, la campagna in Siria – le prime svoltesi in regime di recessione economica, – secondo Solovej sarebbe stato sancito il nuovo «patto sociale» instauratosi ormai da qualche anno fra le autorità e i cittadini, in cui le promesse di benessere e prosperità che avevano contraddistinto il primo decennio del nostro secolo, con l’avanzare della crisi sono state progressivamente sostituite da altri obiettivi: si è puntato su una «Russia forte e grande», che può contare solo su se stessa per difendersi dai nemici che la circondano.
Sono stati in molti, in questi giorni, a rilevare che l’involuzione politica e l’assenteismo della Russia non sono fenomeni di cui si possa incolpare Putin: come ha osservato Andrej Desnickij, «è vero, la società russa si è stufata della democrazia. Ma del resto, non si è mai battuta per conquistarla, l’ha ricevuta dall’alto», a differenza degli altri paesi dell’Est Europeo, per i quali il «crollo del comunismo e la caduta dell’URSS sono stati una vittoria storica», come rileva, a sua volta, Solovej.
Questa differenza spiega, secondo l’osservatore, l’insofferenza che si osserva in Russia, a differenza degli altri paesi dell’Est Europeo, nei confronti del pesante prezzo da pagare alla transizione dal comunismo al nuovo assetto («Che ce ne facciamo della “democrazia” e della “libertà”, se adesso viviamo peggio, indifesi e umiliati come nazione?»), e il ruolo storico di Putin, che ha saputo offrire a questa domanda una risposta che è andata bene alla maggioranza: non immischiatevi in politica, rinunciate alla libertà e in cambio avrete stabilità politica e benessere economico». Così è nato il «patto sociale» su cui ha poggiato per alcuni anni la stabilità della Russia putiniana. Insomma, «nessuno ha derubato i russi della democrazia, sono loro che l’hanno barattata in cambio del benessere». Con il subentrare della crisi economica, il potere ha proposto un nuovo patto sociale: ascetismo e privazioni in cambio dello status di «grande Russia, circondata da un entourage ostile». Al patto sociale di natura economica, ne è subentrato uno «patriottico».
Ci si chiede, tuttavia, che fiato possa avere la nuova ideologia proposta, e un indizio della sua precarietà è già dato dal contrasto fra l’appoggio al partito al governo e il disinteresse/indifferenza/disincanto che motiva il forte e crescente assenteismo elettorale. La domanda, naturalmente, ritorna alla società, e in particolare alla Chiesa, alla sua capacità di trovare in se stessa energie morali in grado di proporre ideali positivi, centrati sull’incontro, la cooperazione, la fiducia, la responsabilità, a fronte di una situazione in cui sembra che solo la figura del «nemico» possa fungere da elemento coesivo per la società. Come ha scritto ancora Andrej Desnickij, «l’unico senso di ciò che sta succedendo è che una piccola parte della società cominci a battersi realmente per la libertà, la democrazia, in modo tale che in futuro non vi si possa rinunciare tanto facilmente».

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca collabora con la Nunziatura Apostolica e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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