25 Marzo 2020

Russia, una crisi dentro l’altra

Marta Dell'Asta

Dalla Russia giungono dati rassicuranti, pochi infetti, mandano aiuti all’Italia. Tra reticenza e propaganda, come vanno veramente le cose? Prima parte di un dossier speciale.

Nella crisi mondiale causata dalla pandemia, la Russia vive una crisi dentro l’altra: oltre al coronavirus deve affrontare la svolta politica, la crisi economica, la sfida religiosa. Nel complesso può essere un’occasione.

La Costituzione

Il 15 gennaio scorso, nel suo discorso alla nazione, Putin ha preso tutti di sorpresa annunciando che sono necessarie delle modifiche alla Costituzione. Modifiche importanti, ha detto, chiamate a «precisare e cambiare l’organizzazione degli organi di potere» per rafforzare la Costituzione e insieme la Russia. Ed ha avanzato un pacchetto di otto emendamenti che, come si sta vedendo, cambieranno effettivamente la struttura dello Stato.

Senza lasciare il tempo alla società di riflettere, con una rapidità ben calcolata, la sera stessa il presidente ha accolto le dimissioni del governo e istituito per decreto il Gruppo di lavoro incaricato di elaborare le proposte di emendamento. La commissione ha iniziato i lavori il giorno seguente e il 23 gennaio la Duma già approvava il progetto di legge. A coronamento del tutto, il 16 marzo la Corte costituzionale ha dato il suo assenso all’operazione, confermando che la procedura è stata perfettamente legale.

L’iter successivo prevede ora le modifiche e l’approvazione da parte del Consiglio della Federazione e successivamente delle Assemblee legislative delle regioni, infine la firma del presidente. Ma nel groviglio degli emendamenti proposti da varie parti, dice il politologo Michail Vinogradov, si delinea chiaramente l’obiettivo principale, che è quello di rafforzare i poteri del presidente, lasciando al tempo stesso in una nebbia inquietante la struttura complessiva e il funzionamento della nuova compagine statale.

Tuttavia il governo vuole la sanzione popolare per dare una patina di legalità alla svolta, e così sarà la popolazione a dare il placet definitivo, senza il quale gli emendamenti resteranno lettera morta. È stato precisato che non sarà un sondaggio né un referendum, in quanto su determinati capitoli della Costituzione questo non è ammesso, ma un vero «voto popolare». Putin ci tiene molto e pare che sia sicuro di ricevere un plebiscito di assensi, anche perché nelle ultime tornate elettorali il governo ha mostrato di sapere come ottenere le percentuali volute. L’appuntamento era fissato per il 22 aprile, nel frattempo, però, il coronavirus ha messo in forse la data…

Ammaestrata dalle esperienze del passato, la gente si chiede quali chance reali abbia di poter esprimere veramente la propria volontà… E mentre capisce che si voterà sul governo a vita del presidente, si pone interrogativi tormentosi sulla strategia migliore da assumere il 22 aprile: boicottare, votare in massa, istituire comitati civici di controllo ai seggi?

Russia, una crisi dentro l’altra

Quanto alle reazioni, dopo il discorso di Putin molti russi si sono bruscamente ridestati alla realtà, che di per sé già si era annunciata da tempo con innumerevoli segnali sul piano legislativo, giuridico e repressivo. La risposta più istintiva è stata quella dell’accusa, in molti si sono scagliati contro il servilismo di deputati e ministri che si sono lasciati usare come marionette (si vedano le diligenti dimissioni del governo la sera stessa del 15 gennaio): «La patria si ricorderà di voi. Della vostra stupidità, codardia, avidità e servilismo. Tutti voi che avete votato all’unanimità. Tutta la Duma e la Corte costituzionale». È stata messa ferocemente alla berlina anche la deputata Valentina Tereškova, storica prima donna astronauta, figura simbolo dell’epoca sovietica, che a 83 anni è stata mandata avanti con la proposta di «azzerare» i precedenti mandati presidenziali di Putin, in modo che possa ricandidarsi nel 2024. Proposta fulmineamente accolta dalla Duma e inserita tra gli emendamenti.

Una parte dell’opposizione ha cercato di rispondere: il 4 febbraio, Grigorij Javlinskij (fondatore del partito Jabloko) ha creato un «Consiglio costituzionale pubblico» che unisce «liberi cittadini, giuristi, economisti, giornalisti, politici, insegnanti e semplicemente persone di buona volontà» e si propone lo scopo di controbattere sul piano giuridico le iniziative del governo, e fare delle controproposte. Ma manca il tempo: l’operazione al vertice è stata fulminea proprio per evitare intralci. Fatto sta che nel primo documento pubblicato il 5 febbraio il consiglio dichiara drammaticamente: «La Costituzione vigente è l’ultima barriera che separa il nostro paese dal baratro dell’illegalità e del totalitarismo».

Sicuramente tutto l’edificio politico russo è a un momento di svolta radicale, ma altre vicende, come la caduta del rublo e il coronavirus stanno sviando l’attenzione e spingendo la questione in secondo piano. Al di là della contrapposizione politica, che a questo punto sembra abbastanza inutile, qualcuno si interroga personalmente, facendosi delle domande che non sono semplicemente tattiche e riprendono la vecchia tradizione del dissenso, non limitandosi all’accusa del nemico ma spingendosi a una messa in questione della propria responsabilità personale:

«Proporrei a ciascun cristiano russo questo tema di riflessione per la quaresima: com’è successo che il paese è scivolato nella dittatura piena? Cosa ho fatto io personalmente per contribuire a questo, e cosa non ho fatto per evitarlo?», scrive Andrej Desnickij.

Manifestanti contro gli emendamenti costituzionali fermati a San Pietroburgo (EuroNews).

Figli, popolo e fede

Accanto all’aspetto propriamente politico, gli emendamenti alla Costituzione hanno anche un contenuto nuovo sul piano dei principi, che non è meno inquietante del resto, in quanto investe direttamente la questione della persona, colta nella sua dimensione sociale e relazionale. Aleksandr Archangel’skij lo ha schematizzato in tre punti fondamentali: nel nuovo progetto costituzionale i figli sono definiti come «patrimonio dello Stato»; il popolo russo e la sua lingua diventano «fonte dello Stato»; la fede viene equiparata a unità e sviluppo come componente dell’eredità trasmessa dagli avi.

Non dobbiamo dimenticare che la parola «patrimonio», osserva Archangel’skij, ha come primo significato quello di «proprietà, possesso»: «Dunque lo Stato, almeno a parole, avanza delle pretese sui nostri figli». Inoltre, il «popolo fonte dello Stato è un concetto riesumato dal lessico imperiale, che umilia gli altri popoli “che fonte non sono”». Quanto alla fede – assieme al nome di Dio che è stato inserito nel preambolo su richiesta del patriarca Kirill – ha una formulazione talmente generica che si può rivoltare in tutti i sensi.

Costituzione Russia

«Difendiamo la memoria degli avi!», pannello a favore degli emendamenti costituzionali, esposto a Tomsk.

Posto che, come tutti ben capiscono, il compito prioritario della nuova Costituzione è quello di dare nuova configurazione al potere in senso autoritario, tutti gli altri contenuti finiscono per essere semplicemente strumentali, «e tuttavia, – osserva Archangel’skij – la Costituzione è un documento particolare; non è possibile che contenga delle parole e delle norme di puro contorno, destinate a restare dormienti in eterno. Prima o poi prenderanno vita, parole e norme cominceranno a funzionare. Magari nel momento più inaspettato e meno adatto. Come è stato con l’articolo 72 della Costituzione brežneviana sul diritto alla secessione delle repubbliche sovietiche. Era un puro fantoccio, un fronzolo, un pro forma… può succedere lo stesso col “popolo fonte dello Stato”, e coi figli come patrimonio della repubblica»:

un popolo potrebbe all’improvviso pretendere di essere superiore agli altri, e un determinato governo potrebbe prendere sul serio di avere dei diritti sulle nuove generazioni, infischiandosene della famiglia, per non dire della Chiesa e di qualsiasi altra forma di aggregazione sociale,

in una parola, abolendo di fatto la società civile a favore dello Stato: col significato sinistro che questa abolizione ha avuto nella storia russa del XX secolo.

Il preambolo del nuovo testo costituzionale recita in effetti: «La Federazione russa, unita da una storia millenaria, conservando la memoria degli antenati da cui abbiamo ricevuto gli ideali e la fede in Dio, come pure la continuità di sviluppo dello Stato russo, riconosce l’unità statale così come storicamente si è costituita».

La formulazione che è stata scelta – dice ancora Archangel’skij, – è alquanto confusa e più che altro decorativa, ma la vera formula che vi si nasconde è quella di una nuova religione di Stato che punta non tanto su Dio quanto sugli antenati e la memoria, dove gli antenati e la memoria non sono definiti dal loro rapporto con la persona, ma dal loro rapporto con lo Stato, preso nella sua contingenza storica, eretta per altro a orizzonte insuperabile (l’unità statale come si è costituita).

Il che significa che il passato è eretto a fondamento della Russia, un passato eternamente presente, che non si supera mai ma che bisogna trasmettere ai successori. Tutto il resto non è che orpello, compresi gli ideali, la fede e lo sviluppo. Nessuno ha interesse a specificare meglio di che ideale e di che Dio si parli, perché sarebbe fonte di divisione, mentre gli antenati, quelli, ce li abbiamo tutti, e tutti abbiamo in comune anche l’unità statale come si è costituita, un come che non sempre è stato propriamente favorevole allo sviluppo della persona, così che indicarlo a fondamento del futuro non pare di buon auspicio.

Russia, una crisi dentro l’altra

Discesa del rublo

In parallelo a questa grave crisi politica si sta delineando, in anticipo sulla recessione mondiale, un problema economico legato al crollo del prezzo del petrolio, della cui esportazione la Russia vive (essendo la sua economia radicalmente dipendente dal commercio delle materie prime); e infatti la conseguenza di questi mutamenti di prezzo si è fatta immediatamente sentire con l’oscillazione in basso del valore del rublo, il cui cambio con l’euro che era 68 a gennaio è arrivato agli 85 di marzo.

La gente comune pensa con ansia ai propri risparmi, al rincaro dei prezzi, e ricorda con orrore gli scenari degli anni ’90, che si speravano superati per sempre.

I giornali economici parlano del ritorno della guerra sul mercato del petrolio dopo 30 anni di pace; dicono anche che il governo russo spera, mantenendo basso il prezzo del petrolio, di riuscire a mandare in crisi la produzione americana di petrolio di scisto. Il vice presidente di LUKoil Leonid Fedun ha affermato però che la situazione del prezzo del petrolio è a dire poco catastrofica per il paese, e ha criticato le compagnie statali come Rosneft.

Nella prospettiva di recessione globale che ci attende dopo la pandemia, questa guerra dei prezzi è un ulteriore gravame che può rivolgersi contro la stessa Russia, la cui economia è anche più vulnerabile delle altre. A dispetto di tutte le apparenze, però, il presidente ostenta sicurezza ed ha appena affermato in tivù che in Russia oggi c’è un’ampia «classe media», addirittura il 73% della popolazione, che può contare su uno stipendio medio di 17.000 rubli al mese; ma quella che voleva essere una rassicurazione ha sortito il risultato opposto perché la gente è rimasta scioccata di fronte a questa cruda cifra (corrispondente a circa 200-250 €), che pone la presunta classe media sotto la soglia della povertà.

Coronavirus Russia

Il coronavirus

E infine c’è il coronavirus. A lungo negata, tanto che molti si chiedevano come facesse il sistema immunitario dei russi ad essere così forte, ormai la sua presenza trapela da innumerevoli fonti.

Dopo la negazione iniziale si è passati alla minimizzazione: se fino a poco tempo fa era praticamente assente, ora si danno numeri irrisori, che oltretutto si contraddicono tra loro aumentando i dubbi: giorni fa il giornale online di San Pietroburgo parlava di 238 ricoverati in città, mentre le stime per tutta la nazione erano ferme a 90. In questo dico-e-non-dico la gente non sa cosa credere, anzi non crede, e si va dall’ansia che spinge a fare razzia di carta igienica nei supermercati alla spavalderia negazionista. In ogni caso, il governo ha aspettato il 15 marzo per costituire un Comitato di coordinamento per la lotta contro il coronavirus, il 18 marzo sono state chiuse le frontiere all’ingresso degli stranieri; il 21 marzo a Mosca e Pietroburgo sono state chiuse le scuole (ma non gli asili) e limitate le attività culturali e sportive per gruppi «superiori a 50 persone».

L’informazione scarsa e contraddittoria risveglia quell’innato scetticismo verso le fonti ufficiali che tutti gli ex cittadini dell’Unione Sovietica si portano dentro. Un sondaggio di fom.ru (Fondazione «Opinione pubblica») mostra che al 13 marzo solo il 10% della popolazione credeva che le notizie sul coronavirus fossero minimizzate, mentre il 48% pensava si esagerasse. Poi le proporzioni si sono invertite, proprio nel momento in cui il governo dava cifre rassicuranti.

Un’incredulità e una distanza dalle istituzioni che possono tradire proprio nel momento in cui sarebbe necessaria la fiducia. Il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin lunedì 23 marzo ha lanciato un appello televisivo per convincere gli over 65 a non uscire di casa, tuttavia vere e proprie restrizioni alle attività produttive per impedire i contatti non sono state ancora prese, si lasciano alla responsabilità dei cittadini, perché comunque, ha detto Sobjanin: «Oltre il perimetro dei nostri confini infuria la pandemia di Coronavirus. In Russia la situazione è abbastanza tranquilla».
Il che non gli ha impedito, il giorno dopo, di dichiarare che non si conosce il quadro reale dei contagi nella Federazione perché «il numero dei tamponi effettuati è molto basso»…

Viceversa in rete affiorano interviste o dichiarazioni di medici che parlano di impennata dei casi di polmonite. Queste notizie restano però tra le righe, a un livello quasi cospirativo.

Il ministro della sanità ha affermato che ci sono focolai in 23 regioni su 85, però ha ribadito più e più volte che i casi di COVID-19 si riferiscono a persone «provenienti da paesi con una situazione epidemiologica critica», come a dire che il virus «è straniero» e che i cittadini russi non corrono troppi pericoli.

Se poteva sembrare così all’inizio, ora certamente l’epidemia si diffonde, soprattutto a Mosca. Nella capitale è significativo il caso del grosso centro ospedaliero in costruzione a Kommunarka, il più grosso e moderno della Federazione: quattro blocchi (sui nove previsti) terminati nel dicembre scorso sono attualmente occupati dai malati di coronavirus. Il primario dottor Denis Procenko ha mostrato alla stampa l’efficiente struttura, ma ha anche chiarito senza mezzi termini l’approccio ufficiale all’epidemia: «Se una persona asintomatica chiede di fare il tampone è paranoica». In base a questo criterio si capisce come mai i casi registrati siano così pochi. Quanti siano attualmente i ricoverati a Kommunarka non si sa, però sono filtrate testimonianze di disorganizzazione e caos: nella nuova struttura manca il personale, un infermiere deve gestire da solo 60 pazienti, sani e malati sono tenuti assieme, si deve attendere la visita del medico per 5-6 giorni, spesso i prelievi si devono ripetere più volte perché il laboratorio perde i risultati. «I sanitari vogliono licenziarsi perché non reggono il carico».


I nuovi padiglioni per malattie infettive all’ospedale di Kommunarka.

Negli ultimi giorni le conferme dirette e indirette della situazione epidemiologicamente grave si sono succedute a valanga: il 21 marzo il sito ufficiale del sindaco di Mosca, che presiede il Comitato di coordinamento antivirus, ha pubblicato con rilievo la notizia della costruzione fuori Mosca di un ulteriore ospedale per infettivi con 500 posti letto di cui 250 in rianimazione. Testimonianza drammatica di un’emergenza tremenda è il fatto che lavori procedono a marce forzate, 24 ore su 24 e impegnano cinquemila operai; la consegna è prevista entro un mese. Lo stesso a Pietroburgo, dove il 20 marzo il Ministero della Difesa ha intrapreso in via di massima urgenza la costruzione di un nuovo ospedale per infettivi sul territorio del vecchio ospedale militare di Puškin. Lo stile reticente però non si smentisce: la tivù Fontanka ha ricevuto la notizia non da fonti ufficiali ma dagli abitanti del vicinato. Poi il 24 marzo il governo ha indirettamente confermato, annunciando che il Ministero della Difesa è stato incaricato di costruire 16 ospedali per infettivi in varie zone del paese.

Ma alla tradizionale reticenza (che non può non ricordarci la Cina) si aggiunge anche una reale difficoltà a gestire l’emergenza, una mancanza di dati reali che rivela gravi carenze strutturali: il 25 marzo la responsabile del Ministero della Sanità ha riferito al primo ministro che soltanto ieri è stato chiesto alle regioni di comunicare i loro dati epidemiologici, e che finora solo due hanno risposto. Inoltre nelle regioni non sono state ancora introdotte norme di quarantena. Tutto questo lascia capire che il numero dei malati di COVID-19 è praticamente fuori controllo.

coronavirus Russia

Pannelli nel cantiere di Nuova Mosca: in puro stile sovietico il sindaco Sobjanin punta il dito e dice: «Operai, qui si contano i minuti!». L’ultimo a destra è più commovente: «Operaio, ci serve questo centro!».

E questa situazione appare tanto più grave se si considera che le strutture supermoderne sono un’eccezione, e che il resto del paese ha ospedali pubblici in condizioni spesso precarissime, e in più sta ancora soffrendo per i massicci tagli alla sanità che, in una situazione che avrebbe richiesto enormi investimenti, hanno fatto chiudere centinaia di ospedali.
In queste condizioni la battaglia contro l’epidemia non sarà facile.

Le ultime dichiarazioni del 24 marzo sono ormai di tono diverso: il dottor Procenko ha detto a Putin che la Russia sta ormai seguendo lo scenario italiano, e il sindaco Sobjanin che il paese non ha il quadro reale dell’avanzare dell’epidemia, che il livello di rilevazione è scarsissimo e che le cifre rassicuranti che vengono date non riflettono la realtà.
Il 25 marzo il presidente ha parlato in tivù, chiedendo alla popolazione di osservare una settimana di quarantena, come ferie pagate. E ha rimandato il voto a data da destinarsi.

(1 – → seconda parte)

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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