3 Ottobre 2020

Dmitriev: una pesante sconfitta. Ma non è il punto e basta…

Marta Dell'Asta

30 settembre, la Corte Suprema della Carelia ha accolto il ricorso del procuratore e aumentato la condanna a 3 anni di Jurij Dmitriev portandola a 13 anni. Una lunga farsa processuale che ora rischia di finire in tragedia. È la totale deriva della giustizia russa. Molti si chiedono che fare.

Molti oggi in Russia vorrebbero cercare di raccapezzarsi in un caso giudiziario scandaloso e dal profilo chiaramente politico come quello dello storico Jurij Dmitriev, colpevole fondamentalmente di aver scoperto le fosse comuni staliniane di Sandarmoch, e in difesa del quale sono intervenute ripetutamente istituzioni e personalità prestigiose, come l’associazione Memorial in Russia, e il Consiglio d’Europa all’estero. Capire è una necessità psicologica, morale dopo il colpo di mano della Corte Suprema della repubblica di Carelia.

A luglio di quest’anno lo avevano condannato a 3 anni e mezzo, troppo se era innocente dell’accusa di pedopornografia che gli avevano mosso dopo che la polizia aveva trovato nel suo computer alcune foto della figlia adottiva nuda, e dopo che non avevano potuto trovare altro… non potendo ancora (per un minimo di decenza) accusarlo della sua attività di storico. Ma la procura era convinta che fosse troppo poco per un padre colpevole, così ha fatto ricorso alla Corte Suprema ed ora Dmitriev ha avuto 13 anni:

«Di fatto è una condanna a morte» ha scritto Njuta Federmesser (specialista di disabilità e cure palliative, stimata da tutti per un’attività caritativa esemplare), perché i mesi già passati in isolamento hanno ridotto talmente a mal partito Dmitriev che dieci anni di lager «a regime severo» sembrano impossibili da reggere per lui. Altri hanno aggiunto che quello contro Dmitriev non è accanimento ma un vero e proprio «omicidio su commissione».

«Ma questo è giusto – continua la Federmesser – almeno lo è nel nostro paese. Perché noi dalla notte dei tempi ci siamo creati da soli i nostri martiri, è la nostra cosiddetta giustizia russa… Dmitriev ha recuperato centinaia di soldati senza nome, i nostri nonni, in modo che nessuno fosse dimenticato, che non ci fossero tombe anonime, e ha salvato una bambina. Ma questo era già troppo. Anche la bambina, era eccessivo. Non si poteva capirlo. Troppo diverso per continuare a vivere in mezzo a noi. Perciò: 13 anni.

Ma io so bene perché bisogna fotografare nudi i bambini presi dagli orfanotrofi. Perché nei nostri istituti le persone – adulti e bambini – ogni giorno muoiono di fame. Nelle certificazioni mediche scrivono un peso falso, perché la persona muore ma i documenti restano. E se uno per qualche motivo decide di salvare uno di questi condannati a morte, bisogna assolutamente che lo fotografi e riprenda ogni santo giorno. In modo che un domani, quando arriva l’ufficiale sanitario, non lo accusi di aver affamato il bambino… Lo fa morire di fame! Lo irride! e in più lo fotografa! Pedofilo!

Per questo dico sempre ai genitori adottivi: subito, ogni giorno, foto e video! E mandate tutto a me, perché resti la storia documentata e non vi possano accusare. Ora ho anch’io nel mio computer le foto di un bimbo nudo… Sono una pedofila».

Dmitriev

Il 26 settembre «Rossija24» ha presentato un servizio su Dmitriev diffondendo le immagini della figlia adottiva, prese dal suo pc e postate su una pagina anonima di telegra.ph.

Questa drammatica «autoaccusa» è una sfida al sistema lanciata da una figura pubblica molto nota, una donna che ha realizzato grandi opere assistenziali, e che è arrivata a questo dopo che tutti i normali argomenti della ragione e della legge erano stati spavaldamente calpestati. Certamente il caso Dmitriev diventa sempre più emblematico, dato che i casi di strumentalizzazione politica di reati costruiti a tavolino sono ormai numerosi in Russia. L’innocenza non sembra mai dimostrabile, anzi non serve se ci sono finalità superiori. Scrive in proposito Svetlana Panič, una nota filosofa e critica letteraria che, assieme ad altri (e secondo una vecchia tradizione del dissenso) ha preso l’abitudine di abbandonare il proprio lavoro per andare a Petrozavodsk ogni volta che c’era un’udienza, per non dare al potere l’impressione che l’accusato sia stato davvero abbandonato dalla solidarietà dell’opinione pubblica:

«La novità è che a un uomo innocente – la cui innocenza non è una fantasia dei suoi fratelli di idee, o dei “fannulloni attivisti dell’opposizione”, ma un fatto accertato da stimati esperti di enti statali come l’Istituto Serbskij di psichiatria forense, più volte riconfermata da accademici puntigliosi e riconosciuta persino da un tribunale – la Corte Suprema della Carelia ha aumentato la condanna di 10 anni, e in più ha chiesto la revisione del primo processo riguardo agli articoli in base ai quali Jurij Dmitriev era stato riconosciuto pienamente innocente».

Dmitriev

Al centro, S. Panič con altre conoscenti in viaggio verso la Carelia.

«Questo processo e questa sentenza, – scrive Svetlana Panič – resteranno sicuramente nella storia come una pagina vergognosa e colpiranno, o meglio già colpiscono duramente quel che resta della reputazione della nostra giustizia, più di qualsiasi cattiveria detta dai calunniatori».

In effetti la Corte Suprema ha accolto prontamente il ricorso della procura, tanto prontamente da non poter neanche aspettare che l’avvocato della difesa terminasse la quarantena per Covid-19, e sostituendolo con uno nominato d’ufficio, cui ha concesso ben tre giorni per prendere visione dei 19 volumi dei materiali processuali. Così Dmitriev è praticamente rimasto senza avvocato difensore; ma non è bastato: le irregolarità procedurali si sono sommate le une alle altre, e gli è stata negata anche la possibilità di presenziare alla discussione del ricorso (gli hanno concesso solo la videoconferenza, con un pessimo audio che gli impediva di sentire gli interventi). L’impressione è che il sistema giudiziario non tema di dover giustificare le proprie azioni.

Davanti a questo scandaloso servilismo del potere giudiziario verso la ragion di Stato, una volta di più la gente si sente annichilita e impotente. Aumenta la demoralizzazione, neanche mitigata dalla mesta soddisfazione di riuscire a mettere a nudo le manipolazioni del potere. Come fa il politico d’opposizione Lev Šlosberg, secondo il quale

le ricerche di Dmitriev sulle fucilazioni di massa in Carelia hanno toccato gli interessi di qualcuno nelle alte sfere militari, magari un figlio o nipote dei fucilatori, e dunque l’abuso giudiziario contro di lui sarebbe così grave perché dettato da motivi personali oltre che politici.

Certamente l’operazione è stata portata avanti in grande stile, per mesi, con largo uso di manipolazioni tramite stampa e internet, per alimentare lo scandalo morale del cittadino medio, ad esempio con false fughe delle immagini incriminate (chi se non le autorità giudiziarie aveva la possibilità di diffonderle?), e con l’uso strumentale della lingua:

«I media si sono impegnati con tanto zelo a spostare l’accento dalle “fucilazioni di massa”, Sandarmoch e le vittime delle repressioni alle più allettanti “violenze sessuali” e alla “pedofilia”… Gli scandali sessuali oggi vanno per la maggiore, e chi mi potrà mai dimostrare che non c’è stato niente quando io voglio che ci sia stato?», scrive la Panič.

Però a chi da mesi segue il processo Dmitriev e organizza la protesta non basta concludere genericamente che la giustizia in Russia si è venduta. Le condanne generali, ideologiche, non danno prospettive, mentre è necessario vedere ogni episodio di questa guerra come dei fatti che vanno riconosciuti e capiti, come un passo con un significato unico. Tutto si concatena in un cammino, ma dove porti questo cammino è un interrogativo cui nessuno sa rispondere, e intanto ci si sente soli in mezzo all’indifferenza generale, con la domanda bruciante di come si può andare avanti conservando una qualche prospettiva.

«La sera dopo la sentenza camminavo per Petrozavodsk e non riuscivo a liberarmi dal pensiero che una cosa simile era già successa, ne scriveva Hélène Berr nei suoi diari, ne scrivevano Nadežda Mandel’štam e tanti testimoni negli anni ’30 e ‘40: una città prospera, un musicista di strada, ragazze che ballano, passanti ben vestiti, un ristorantino pieno di gente e lì accanto, letteralmente al prossimo isolato, una realtà alternativa: 13 anni per un delitto inesistente. Avevo voglia di fermare i passanti: “Ma sapete cos’è successo qui oggi?”. Volevo piangere, imprecare».

Dmitriev: una pesante sconfitta

Sostenitori di Dmitriev davanti alla Corte Suprema della Carelia.

Spesso per allontanare il sentimento di rabbia impotente ci rifugiamo nell’indifferenza. Ma non è con la rabbia né con l’indifferenza che bisogna rispondere, ha affermato Anatolij Razumov, creatore del data base globale delle vittime dello stalinismo: «Non bisogna concedergli le nostre emozioni e le nostre energie – ha detto davanti alla sede del tribunale di Petrozavodsk. – Ci serviranno ancora, adesso è il momento di pensare con calma».

Applicando questa massima Svetlana Panič ha pensato con calma e ha capito cosa resta dopo la pesante sconfitta:
«Loro, che a prima vista sembrano monolitici ma molto probabilmente sono spaccati in tante guerre private, hanno la menzogna e propagandisti abili nel mentire, la potenza amministrativa, i meccanismi repressivi, i “sudditi” corrotti dalla menzogna che per disperazione godono degli scandali più sporchi. Noi abbiamo dei fatti confermati dagli esperti e dai testimoni che attestano l’innocenza di Jurij Dmitriev; abbiamo fedeltà e tenacia, forze immateriali ma ben tangibili. In più abbiamo il “noi”, non il gruppo ma le persone più diverse, pronte a presenziare ai processi, ad aiutare in vari modi, a sostenere, pregare, compatire, pensare. E infine abbiamo la speranza, e questo non è poco. Combatteremo. Sul piano legale c’è ancora la Cassazione, la Corte Suprema russa, e ci sarà ancora molto bisogno del sostegno civile, il più diverso…».

Il programma è: dopo la sconfitta un nuovo tentativo, e poi un altro, senza calcolare il limite delle forze. È l’irriducibile speranza dei cittadini inermi, quella stessa che aveva eroso le basi del sistema sovietico.

Anche questa è la lezione della storia, la lezione dei fatti che, alla violenza dell’ideologia che macinava uomini reali, ha sempre saputo contrapporre non semplici idee o nuova violenza, ma la forza della vita. Sempre Svetlana Panič ha ricordato: «Mi hanno chiesto: se va tutto così male, perché nelle foto lei ride? In risposta ho ricordato un episodio della mia infanzia. Negli anni ’70 arrestarono il figlio di un’anziana signora, e mia nonna andò a trovarla portandomi con sé. Sapevo cosa fosse un arresto, e temevo di trovare una casa sottosopra e una vecchia distrutta dal dolore. Invece ci aprì la porta una signora truccata e ben pettinata, con un vestito appena stirato che ci disse: “Non gli darò la soddisfazione di vedermi piangere”».

Senza saperlo, anche Jurij Dmitriev ha reagito con lo stesso spirito, scrivendo dalla prigione, dopo aver saputo della nuova condanna: «Un saluto a tutti, non mi hanno piegato, non cedo, sono pronto alla nuova battaglia. Combatteremo ancora».

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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