16 Maggio 2019

Cercare i «pozzi»

Francesco Braschi

Come stare davanti alle elezioni europee e agli altri avvenimenti di questi giorni, senza cedere al pessimismo?

Vicino a Praga, nel cuore delle colline boeme a sud della capitale, dal 2007 ha preso vita una nuova fondazione del monastero di Vitorchiano, le Trappiste di Nostra Signora della Moldava, che hanno segnato la rinascita della vita contemplativa claustrale e sono divenute in poco più di dieci anni un importante punto di riferimento per un numero crescente di persone: credenti, uomini e donne in ricerca, sacerdoti, appartenenti ad altre confessioni cristiane (sono ancora presenti gli hussiti, insieme ad altre denominazioni protestanti).

Pochi giorni fa hanno voluto incontrare Russia Cristiana con la celebrazione della Divina Liturgia e la presentazione di un concerto-testimonianza su padre Scalfi. Recandoci da loro abbiamo potuto visitare Praga, riconoscendone – oltre alla indubbia bellezza – anche i caratteri più problematici e contraddittori: una storia drammaticamente segnata dai conflitti di religione che dal secolo XV hanno sovente visto il mutamento non solo dei sovrani, ma anche delle appartenenze ecclesiali; un regime comunista che oltre a promuovere le consuete azioni di denigrazione dell’esperienza religiosa e della Chiesa aveva reagito alla Primavera di Praga con la successiva repressione e «normalizzazione», inoculando nella popolazione una letale mistura di autoritarismo e «consumismo controllato», nella certezza che una maggiore disponibilità di beni avrebbe fatto dimenticare il desiderio di libertà e avrebbe assopito le coscienze ancor meglio che non il solo uso degli strumenti repressivi; una «rivoluzione di velluto» che non ha tuttavia impedito la divisione del paese; il permanere di una situazione di ateismo maggioritario (secondo i dati del 2011 34,5% di non credenti a fronte del 10,2% di cattolici, mentre il 44,7% della popolazione non risponde alla domanda) che vede il 91% dei giovani cechi tra i 16 e i 29 anni dichiararsi non appartenenti ad alcuna religione. Non ultima tra le contraddizioni, il fatto che nonostante siano chiaramente riconoscibili i benefici – economici e infrastrutturali – conseguiti all’ingresso nell’Unione Europea, proprio a Praga abbia preso consistenza quel «Gruppo di Visegrád» che si è posto come la voce più critica nei confronti dell’Europa.

Un panorama confuso e contraddittorio, come possiamo vedere, nel quale convivono elementi che con sfumature appena diverse potremmo ritrovare anche negli altri Stati che si presenteranno a votare nell’ultima decade di maggio per rinnovare il parlamento di Strasburgo.
Con questa impressione di confusione e di «omologazione liquida» che non distingue più alcun significato (l’hotel che mi ospitava propone senza alcun imbarazzo il depliant sulla visita alla chiesa del S. Bambino di Praga accanto a quello che pubblicizza massaggi erotici e servizio di escort in camera, esperienze occultistiche e discoteche con consumo free di alcoolici), i 60 km che separano Praga dal monastero delle Trappiste sono sembrati una distanza ben più lunga, nella quale si proponeva con insistenza la domanda sulla possibilità di incontro tra due mondi così apparentemente inconciliabili.  Eppure, una volta arrivati al monastero, la semplice ma traboccante bellezza della costruzione, il suo perfetto integrarsi nel paesaggio circostante, l’umile ma chiarissima affermazione di una Presenza che motiva l’esistenza di quella costruzione, hanno riproposto innanzitutto a me stesso un’attrattiva irresistibile e capace di superare ogni dubbio.
E non si è trattato solo di una suggestione: quel pomeriggio, al monastero, abbiamo infatti incontrato e conosciuto persone diversissime tra loro, che ci hanno testimoniato quanto siano venute a incontrare una realtà a loro del tutto sconosciuta, semplicemente perché hanno imparato a fidarsi di ciò che propongono le monache di cui sono diventate amiche. A dirci questo erano atei, hussiti, ortodossi… e alcuni di loro si sono anche affacciati alla Chiesa, durante la celebrazione della Divina Liturgia.

Mi è così tornato alla mente, con insistenza, un brano della Bibbia che mi è molto caro, tratto dal libro della Genesi. In esso si legge che dopo la nascita di Isacco, Abramo fu costretto dall’insistenza della moglie Sara a cacciare Agar la schiava insieme al figlio Ismaele, quel figlio che lo stesso Abramo, su insistenza proprio di Sara, aveva concepito con la schiava per supplire alla sterilità della moglie. Una volta nato il figlio della Promessa, Isacco, Ismaele e sua madre rappresentavano per Sara due insopportabili concorrenti, e andavano eliminati. Agar, così, si trovò a vagare nel deserto con il figlio, e quando vennero a mancare l’acqua e il cibo preferì lasciare il figlio e allontanarsi da lui per non vederlo morire di inedia. Ma un angelo di Dio andò a scuotere Agar dal suo torpore, ripetendole la promessa già fattale da Dio, di prendersi cura del bambino, e invitandola a rialzarsi. In quel momento, leggiamo nella Bibbia, «Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo» (Gen 21,19). Non dice, la Bibbia, che Dio fece scaturire il pozzo dal nulla, ma che aprì gli occhi ad Agar, che solo così poté vedere qualcosa che già c’era – il pozzo – ma che prima non sapeva e non riusciva a scorgere.

Questo episodio mi ha colpito per la sua contemporaneità: anche noi, come Agar sovente smarriti nel deserto della mancanza di senso, dove solo ci si può sedere ad aspettare la fine di tutto, abbiamo bisogno di un «angelo» che ci chiami e ci ridica quale promessa ci è stata fatta. Solo così diventiamo capaci non di pretendere miracoli risolutivi come unica alternativa al nulla, ma piuttosto di scorgere quei pozzi d’acqua che già ora esistono accanto a noi, e che possono rimetterci in cammino verso un destino – il nostro – che ritorna ad essere possibile. Possibile perché condiviso e riconosciuto, non più confinato in un incubo di incomunicabilità che forse anche noi abbiamo in qualche modo contribuito ad alimentare mediante la sfiducia e la rassegnazione.

Le monache di Poličany, quel pomeriggio, sono state capaci di mostrare il pozzo di acqua limpida già presente e in grado di dissetare e far riprendere il cammino. E questo fatto diventa un criterio di giudizio e di metodo per questi giorni, in cui è così forte la tentazione di uno smarrimento scettico davanti all’Europa. Perché non provare a cercare quanti sono capaci non tanto di descrivere minutamente le malefatte altrui o di proporre miracolistiche e semplicistiche ricette in grado di ribaltare situazioni – a loro dire – irrimediabilmente compromesse da chi li ha preceduti, ma piuttosto di aprire i nostri occhi, mostrandoci i «pozzi» che già abbiamo accanto, e che ci permettono di ritrovare speranza ed energie per il cammino?

Mentre tornavo dalla Repubblica Ceca, papa Francesco si trovava in Bulgaria, una parte dell’Europa tra le più provate e in difficoltà economiche, sociali e politiche. Parlando ai rappresentanti della Chiesa ortodossa, ha citato l’esempio dei santi Cirillo e Metodio con queste parole: «Nonostante le avversità, essi misero al primo posto l’annuncio del Signore, la chiamata alla missione. Come disse san Cirillo: “Con gioia io parto per la fede cristiana; per quanto stanco e fisicamente provato, io andrò con gioia” (Vita Constantini VI,7; XIV, 9). E mentre si presagivano i segni premonitori delle dolorose divisioni che sarebbero avvenute nei secoli successivi, scelsero la prospettiva della comunione». E dal loro esempio ha tratto una preziosa indicazione di metodo, citando una frase di san Giovanni Paolo II: «I santi Cirillo e Metodio hanno molto da dirci anche per quanto riguarda l’avvenire della società europea. Infatti sono stati in un certo senso i promotori di un’Europa unita e di una pace profonda fra tutti gli abitanti del continente, mostrando le fondamenta di una nuova arte di vivere insieme, nel rispetto delle differenze, che non sono assolutamente un ostacolo all’unità».

Anche Cirillo e Metodio, pur presagendo le difficoltà che si preparavano e ben consci di quelle in cui già erano immersi, non hanno rinunciato a cercare e indicare i «pozzi d’acqua» della comunione e della valorizzazione delle diversità quale via per costruire il futuro.
Ciascuno di noi può seguire questa sapienza antica, che dai tempi di Abramo ha illuminato uomini – come i santi fratelli di Tessalonica, o come san Benedetto, immerso nel deserto della fine della romanità e delle invasioni barbariche – divenuti costruttori di avvenire e canali di speranza perché certi di una Presenza capace di mostrare tutta la realtà, e quindi di rinnovare la ragione.

Francesco Braschi

Sacerdote, dottore in Teologia e Scienze Patristiche, dottore della Biblioteca Ambrosiana di Milano e direttore della Classe di Slavistica dell’Accademia Ambrosiana. È membro della Congregazione del Rito ambrosiano e della Commissione diocesana per l’Ecumenismo e il Dialogo della diocesi di Milano.

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