11 Febbraio 2019

Chi se la sente di fare il primo passo?

Redazione

Nella storia europea ci siamo trovati spesso in vicoli ciechi, ma ogni volta si è arrivati a fare il passo giusto per ricominciare…

«L’avvenire del mondo, che la fine di questa guerra deciderà. Tutto sarebbe compromesso – e chissà per quanto tempo! – se la pace che viene non fosse rifusione, ricostruzione, unificazione dell’Europa dissanguata».
Il passo che abbiamo appena letto è tratto da I Thibault, il romanzo-fiume di Roger Martin du Gard. Dedicata alla prima guerra mondiale, la saga, nel 1937, valse al suo autore il premio Nobel per la letteratura. Ma la citazione viene da un altro libro: è un’annotazione che si trova nel diario di una giovane ebrea parigina, Hélène Berr, che di lì a qualche mese, l’8 marzo 1944, sarebbe stata arrestata, per poi morire nell’aprile successivo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen.

Conosciamo, dunque quello che stava accadendo e, ancor prima, quello che l’aveva preceduto: a Versailles c’era stata una pace punitiva che non aveva voluto essere un riprendere a camminare insieme, ma il castigo e l’umiliazione dei vinti; e poi era venuta una guerra distruttiva che sembrava lasciare ancor meno spazio a una ripresa e che, anzi, con l’Olocausto, aveva scavato un abisso di disumanità da quale sembrava impossibile uscire.
E invece no, l’Europa seppe riprendersi, almeno in parte in Occidente con il formarsi dei primi nuclei di quella che poi sarebbe diventata l’Europa e che, in quei primi inizi, aveva subito unito i nemici di un tempo. Diverso sembrava il discorso per l’Europa Orientale dove si era prodotta un’unità, ma per nulla libera, sotto il tallone del potere sovietico, e dove poi questo percorso distruttivo e generatore di sempre nuove inimicizie era sembrato proseguire inarrestabile: Berlino, Budapest, Praga, il 21 agosto del 1968…

Poi anche lì era successo qualcosa di diverso e inatteso: il 25 agosto di quello stesso 1968, otto dissidenti russi avevano dato vita a una sorprendente manifestazione di protesta sulla Piazza Rossa; inalberando cartelli messi insieme alla meno peggio avevano chiesto scusa per l’invasione di qualche giorno prima e avevano richiamato il motivo della loro azione con uno slogan impressionante, per il suo contenuto e per la sua storia: «Per la vostra e la nostra libertà».
Questo slogan era l’esplicita affermazione di un fatto centrale per la convivenza umana, degno per ciò stesso di essere richiamato ad ogni istante: che la libertà è indivisibile e non può essere difesa per se stessi se non rivendicandola per tutti indistintamente. In effetti, secondo la tradizione quello slogan era stato utilizzato per la prima volta a Varsavia nel 1831 in una dimostrazione di patrioti polacchi che protestavano contro lo zar che aveva tolto la libertà al loro paese; ora i dissidenti russi facevano proprio il motto di patrioti che il loro Stato aveva oppresso e continuava (pur se in forma diversa) ad opprimere ma, con quel gesto, dissero alcuni dissidenti cechi e polacchi, quegli otto russi avevano riscattato l’onore del loro paese.
Era iniziata una storia diversa, definita non dalla rivendicazione e dalla ricerca del nemico, ma dall’affermazione della responsabilità personale e di un destino comune.

Poi la storia era continuata, il regime sovietico era caduto e sembrava che l’Europa potesse ritrovare una nuova unità. Come sappiamo, guardando la situazione attuale, le cose non sono andate così: le divisioni tra Est e Ovest si sono riacutizzate e la stessa Europa occidentale sembra volersi disfare di un’unità di cui spesso sembra non riconoscere più il senso. E pare che la storia di quegli otto dissidenti, come quella dei «Padri dell’Europa», sia scomparsa e dimenticata. In realtà questa dimenticanza non deve sorprenderci o scandalizzarci più di tanto: è il percorso della libertà, che, proprio perché si tratta della libertà, non è mai acquisito una volta per tutte e deve in ogni istante ritrovare le proprie ragioni e le proprie modalità di esercizio. «Per la vostra e la nostra libertà» non è la nostalgica evocazione di un passato perduto o l’utopia di qualcosa che sarebbe ancora tutto da costruire: è una sfida per noi oggi, una sfida che per essere affrontata ha bisogno però di trovare anime educate alla potenza di un’unità che non è il frutto di un loro sforzo, ma un fatto che merita soltanto di essere riconosciuto.

Nel novembre del 1942 Semën Frank, ebreo russo, ex-rivoluzionario convertito e poi espulso da Lenin come nemico irriducibile del bolscevismo, si trovava in Occidente, braccato dai sovietici che non avevano dimenticato i motivi di quell’espulsione, e dai nazisti che non dimenticavano le sue origini ebraiche; era così cosciente di questo comune odio che avrebbe portato in tasca sino alla fine della guerra una fialetta di veleno per non cadere vivo nelle mani di una delle due parti. Ebbene proprio in quel novembre, Frank arrivò ad appuntare nel suo diario questa frase: «In questa terribile guerra, in questo caos disumano che ormai regna nel nostro mondo, il vincitore, alla fine dei conti, sarà quello che comincerà a perdonare per primo». Come finì questa storia lo sappiamo.
«Per la vostra e la nostra libertà» si fonda sul riconoscimento della forza di questo primo passo.

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