15 Novembre 2016

«L’unità si fa camminando»

DI Redazione

Ci sono parole più inquinate di altre, e «unità» è tra queste. L’ultima riprova l’abbiamo avuta a Mosca qualche giorno fa, in occasione della festa dell’«unità popolare» del 4 novembre, […]

Ci sono parole più inquinate di altre, e «unità» è tra queste. L’ultima riprova l’abbiamo avuta a Mosca qualche giorno fa, in occasione della festa dell’«unità popolare» del 4 novembre, che da una decina d’anni ha preso il posto dell’anniversario della rivoluzione (7 novembre): nella città pavesata a festa sono comparsi ovunque schermi giganti con il tricolore russo e la scritta a caratteri cubitali «Siamo uniti». In un contesto di conflitti e divisioni come quello attuale è difficile superare indifferenza e scetticismo davanti a questi slogan, così come davanti alla grande statua del principe Vladimir – inaugurata negli stessi giorni – che ora campeggia a fianco del Cremlino, dominando la Moscova. Intorno al monumento di Vladimir, che nel 989 battezzò a Kiev il suo popolo dando così origine a una nuova nazione, la Rus’, si sono sviluppate negli ultimi mesi numerose polemiche, riconducibili al conflitto tra la conclamata unità del «mondo russo», da un lato, e le spinte autonomistiche e conflittuali esistenti al suo interno. Di quale unità stiamo parlando, appunto?
Eppure, disinquinare non è impossibile: l’ha mostrato, in una cerimonia di inaugurazione che si preannunziava puramente formale, la voce non formale di Natal’ja Solženicyna, che in poche frasi è riuscita a far ritrovare un senso a questa nuova presenza nel tessuto urbano di Mosca: «Il monumento al principe Vladimir non è semplicemente una nuova attrazione della nostra città, una statua che farà da sfondo alle foto dei turisti. È anche una sfida, una domanda a tutti e a ciascuno di noi: ma noi, che volto abbiamo sul suo sfondo?… In molte questioni vitali tra noi non c’è né unità né consenso. E tra i principali motivi di discordia c’è il giudizio sul nostro passato. Qui sarebbe bene ritornare al principe Vladimir, esempio dell’energia trasfigurante del cristianesimo». La presenza di Natal’ja Solženicyna in quel contesto non era scontata, c’è chi l’ha criticata per essersi prestata a partecipare a un «gesto di facciata voluto dall’establishment».
La forza disarmante delle sue parole mi ha richiamato alla mente quelle pronunciate da papa Francesco nel maggio scorso, nel discorso per il conferimento del premio Carlo Magno: «Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore “perché tutti siano una sola cosa”».

Sull’unità il papa è ritornato nel discorso del 10 novembre alla Plenaria del Pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani. Un discorso coraggioso, che realmente mette in campo la «tenerezza combattiva» con cui Francesco, sulle orme dei suoi predecessori, rischia il tutto per tutto per restituire all’umanità il suo volto autentico. Il coraggio di questa posizione è innanzitutto quello di testimoniare che l’unità è un’esperienza già visibile, presente, per quanto divisioni e conflitti si accaniscano a negarla o quantomeno a oscurarla: «Nel corso di quest’anno ho avuto l’opportunità di vivere tanti significativi incontri ecumenici, sia qui a Roma sia durante i viaggi – ha esordito, infatti, il papa. – Ognuno di questi incontri è stato per me fonte di consolazione, perché ho potuto constatare che il desiderio di comunione è vivo e intenso».
Questo «desiderio» di comunione, con cui probabilmente nessuno penserebbe di dover fare i conti valutando la situazione odierna, ha in realtà un suo rilevante peso specifico, che fa sì che questi eventi (molti, probabilmente, li abbiamo sotto gli occhi, dall’incontro tra Francesco e il patriarca Kirill a Cuba fino al più recente viaggio ecumenico in Svezia) nel loro insieme costituiscano una specie di «contro-storia» rispetto a quella imposta dai media o, più semplicemente, concepita da noi stessi secondo la mentalità corrente: una «contro-storia», peraltro, che non ha niente di intimistico o spiritualistico, ma arriva a imprimere una propria impronta a dinamiche sociali, culturali, politiche. Chi ha vissuto dall’interno uno di questi avvenimenti ha potuto toccare con mano la distanza tra le letture «politiche» che ne venivano date e lo spessore sorprendente, sconvolgente di quanto stava succedendo.

Ma l’accento forse più intenso e drammatico sta nel riconoscimento dell’unità come «cammino»: non l’esito di un progetto ma una dinamica, un processo che ha «le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni, e anche le sue soste», che «richiede pazienti attese, tenacia, fatica e impegno; non annulla i conflitti e non cancella i contrasti, anzi, a volte può esporre al rischio di nuove incomprensioni». Non è una strada facile né scontata: «L’unità può essere accolta solo da chi decide di mettersi in cammino verso una meta che oggi potrebbe apparire piuttosto lontana». Una fatica, un rischio da assumersi senza certezze di esiti positivi, e che trova il suo premio unicamente nella «continua esperienza di una comunione gioiosamente intravista, anche se non ancora pienamente raggiunta, ogni volta che si mette da parte la presunzione e ci si riconosce tutti bisognosi dell’amore di Dio».
La dinamica dell’unità è unicamente l’amore, insiste papa Francesco, sottolineando ancora una volta che il legame per eccellenza che ci unisce è «l’esperienza di essere peccatori e allo stesso tempo oggetto della infinita misericordia di Dio a noi rivelata da Gesù Cristo». La fede non è una dottrina, ma il godere della presenza amata, c’è sempre uno scarto fra ciò che si conosce e ciò che stupisce nell’incontro con l’Altro. «Non basta essere concordi nella comprensione del Vangelo, ma occorre che tutti noi credenti siamo uniti a Cristo e in Cristo – sottolinea ancora papa Francesco. – È la nostra conversione personale e comunitaria, il nostro graduale conformarci a Lui (cfr. Rm 8,28), il nostro vivere sempre più in Lui (cfr. Gal 2,20), che ci permettono di crescere nella comunione tra di noi».

A partire da questa esperienza vissuta, si comprende bene che cosa non sia l’unità. Il Papa individua tre modi di inquinarla: «Innanzitutto, l’unità non è il frutto dei nostri sforzi umani o il prodotto costruito da diplomazie ecclesiastiche, ma è un dono che viene dall’alto… In secondo luogo, l’unità non è uniformità. Le differenti tradizioni sono una ricchezza e non una minaccia per l’unità della Chiesa… Infine, l’unità non è assorbimento, non comporta un ecumenismo “in retromarcia”, per cui qualcuno dovrebbe rinnegare la propria storia di fede; e neppure tollera il proselitismo, che anzi è un veleno per il cammino ecumenico».
«Mi sono fatto tutto a tutti, per poter salvare almeno alcuni», diceva san Paolo, agli inizi della Chiesa. In questo scorcio della sua storia la Chiesa sembra ardere dello stesso fuoco di carità, che spinge papa Francesco a concludere con parole che sembrano quasi eccessive (eccessive come l’abbraccio del Padre al figliol prodigo), ricordando un principio ecumenico formulato dal Consiglio Ecumenico delle Chiese già nel 1952, che raccomanda ai cristiani di «fare insieme tutte le cose, salvo in quei casi in cui le profonde difficoltà di convinzioni avessero imposto di agire separatamente».

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI