27 Giugno 2016

Il Concilio si chiude e apre tempi nuovi

Marta Dell'Asta

Nei due messaggi conclusivi del Concilio ortodosso un forte richiamo al cambiamento: apertura al mondo, responsabilità, dialogo con tutti, rinuncia ai particolarismi. Nato sotto pessimi auspici, il Concilio ha sorpreso tutti, anche i partecipanti.

Domenica 26 giugno si è chiuso il discusso, travagliato Concilio panortodosso. Ma pur con tutte le polemiche che lo hanno accompagnato, il Concilio si è comunque tenuto ed è entrato nella storia della Chiesa, dove farà il suo corso, perché, come ha ricordato padre John Chryssavgis, portavoce del patriarca di Costantinopoli, nel videomessaggio finale, un Concilio si compie veramente solo con la recezione da parte del popolo di Dio: «Una settimana fa, nella festa di Pentecoste, tutti i primati hanno celebrato insieme, e al mattino del giorno successivo hanno inaugurato la sessione. Entrambe le occasioni sono state formali e solenni, era un lavoro preparato da secoli, ma il lunedì pomeriggio qualcosa di straordinario è accaduto, nel linguaggio spirituale si chiamerebbe miracolo, o opera dello Spirito Santo: il fatto è che i padri conciliari hanno incominciato a parlare, e a parlare in una nuova lingua, quella dello scambio aperto, di una comunicazione leale, nella lingua di un dialogo rispettoso, di un discorso umile. Tutto questo era nuovo, veramente nuovo, non accadeva da secoli. Ma ciò che appariva così straordinario era in effetti assolutamente normale. Ed è accaduto perché i vescovi sono stati chiamati in un Concilio che cercava l’unità, e hanno risposto con carità e generosità. Adesso tocca a noi, siamo tutti chiamati all’unità: risponderemo anche noi con carità e generosità?».

I lavori si sono conclusi con la pubblicazione, a sorpresa, di ben due documenti: un Messaggio del Concilio ai fedeli ortodossi e ad ogni uomo di buona volontà abbastanza breve, che riassume in 12 punti le posizioni generali uscite dalla discussione conciliare, e un’Enciclica, più lunga e densa di contenuti teologici, esposti in 20 punti, rivolta direttamente alla comunione ortodossa, dove si ribadiscono le stesse posizioni ma con qualche sottolineatura in più.
Sappiamo che i due documenti sono stati redatti da gruppi diversi di vescovi; forse, ma è solo un’ipotesi avanzata da qualcuno, il Messaggio più dinamico, rivolto largamente al mondo, viene dai vescovi più liberali (in particolare da Anastasio, primate di Albania, pastore di straordinaria forza), mentre l’Enciclica esprimerebbe i sentimenti dei tradizionalisti. In ogni caso entrambi i documenti sono firmati da tutti i partecipanti e non sono minimamente in contraddizione.
Seguendo la struttura del Messaggio, si coglie immediatamente che l’obiettivo principale del Concilio era risvegliare l’unità interortodossa, provare a fare esperienza reale della sobornost’ (sinodalità) vissuta come metodo. L’esito sorprendente, come ha detto padre Chryssavgis, è che «i vescovi hanno incominciato a parlare in un linguaggio nuovo».

Leggiamo nel testo del Messaggio:

«Rendiamo lode e gloria al Dio “di misericordia e di ogni consolazione” che ci ha resi degni di riunirci nella settimana di Pentecoste (18-26 giugno 2016), sull’isola di Creta (…) Rendiamo grazie al Dio Trinità, perché ci ha concesso con benevolenza di concludere in unità di spirito i lavori del Santo e Grande Concilio ortodosso, indetto dal patriarca ecumenico Bartolomeo in accordo con i primati delle Chiese locali ortodosse autocefale. (…)
1. La principale priorità del Santo e Grande Concilio era proclamare l’unità della Chiesa ortodossa. Fondata sulla divina Eucaristia e la successione apostolica dei vescovi, l’unità esistente ha bisogno di rafforzarsi e portare nuovi frutti. La Chiesa una, santa, cattolica (sobornaja) e apostolica rappresenta una comunione divino-umana, anticipo ed esperienza delle realtà ultime nella santa Eucaristia. Come Pentecoste ininterrotta essa è una voce profetica che non può tacere, presenza e testimonianza del Regno del Dio amore.
Fedele all’unanime tradizione apostolica e all’esperienza sacramentale, la Chiesa ortodossa è autentica continuazione della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, come la professiamo nel Simbolo di fede e come è confermato nell’insegnamento dei Padri. La nostra Chiesa vive il mistero dell’Economia divina attraverso la vita sacramentale, centrata sull’Eucaristia.
La Chiesa ortodossa esprime la sua unità e sinodalità (sobornost’) nel Concilio. La sinodalità determina l’organizzazione, il processo decisionale e la scelta della strada. Le Chiese locali ortodosse non costituiscono una federazione di Chiese ma una sola Chiesa santa, cattolica e apostolica. Ogni Chiesa locale in cui si celebra l’Eucaristia costituisce la presenza e la manifestazione in quel luogo dell’unica Chiesa, santa, cattolica e apostolica. Nella diaspora ortodossa presente in vari paesi del mondo è stato deciso di far proseguire il lavoro delle assemblee episcopali fino a che sarà possibile usare l’acribia canonica. Tali assemblee sono composte di vescovi canonici, nominati dalle rispettive Chiesa autocefale, da cui dipendono. Il coordinamento tra le assemblee episcopali garantisce il rispetto del principio ortodosso della sinodalità.
Durante i suoi lavori, il Concilio ha sottolineato l’importanza delle sinassi dei primati, che già sono state fatte. E ha formulato la proposta di fare del Santo e Grande Concilio un’istituzione da convocare regolarmente ogni 7 o 10 anni».

Questa insistenza sulla sinodalità come metodo reale di governo della Chiesa, e sul Concilio come punto autorevole per tutti, è una chiara presa di posizione contro l’autoreferenzialità invalsa in molte Chiese locali.
Un altro punto sensibile è quello della missione, essendo la questione del dialogo e della libertà di coscienza negata in linea di principio dagli ortodossi fondamentalisti. Il Messaggio sottolinea la necessità, oltre la missione ad gentes, di rievangelizzare i propri fedeli; nell’Enciclica poi si aggiunge una sottolineatura (punto 6) sul fatto che la missione deve essere svolta senza aggressività, lasciando la libertà, con amore e rispetto per l’originalità culturale di ogni persona e popolo.
Ancora il Messaggio:

«2. Nel partecipare alla Divina liturgia e pregando per tutto il mondo noi dobbiamo proseguire la liturgia dopo la Divina Liturgia e portare la testimonianza della fede ai vicini e ai lontani, secondo il chiaro precetto del Signore prima dell’ascensione: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). La rievangelizzazione del popolo di Dio nelle società secolarizzate attuali, e l’evangelizzazione di quanti ancora non conoscono Cristo sono un dovere perenne della Chiesa.
3. nel rispondere al dovere di testimoniare la verità e la fede apostolica, la nostra Chiesa attribuisce grande valore al dialogo, soprattutto con i cristiani non ortodossi [questo risponde ai fondamentalisti che ritengono inaccettabile qualsiasi contatto con i protestanti o i cattolici – ndr]. In questo modo gli altri cristiani conosceranno meglio l’autentica tradizione ortodossa, il valore dell’insegnamento patristico, l’esperienza liturgica e la fede degli ortodossi. I dialoghi che la Chiesa ortodossa conduce non prevedono mai compromessi in materia di fede».

Il documento finale tratta poi di secolarizzazione, matrimonio, astinenza, rapporto con la scienza, ecologia, rispetto delle diversità, politica, giovani, in tutto aprendo prospettive nuove; ma un punto essenziale che riguarda l’essere stesso del Concilio e le sue prospettive future è quello del fondamentalismo, trattato in modi un po’ diversi nei due documenti: più attento all’islam il Messaggio, più rivolta al fondamentalismo interno, cristiano l’Enciclica.
Scrive il Messaggio:

«4. L’esplosione del fondamentalismo che si osserva in diverse religioni manifesta una religiosità malata. Un lucido dialogo interreligioso contribuisce in modo sensibile ad accrescere la fiducia reciproca, la pace e la riconciliazione. Il balsamo dell’esperienza religiosa dev’essere usato per guarire le ferite, non per riaccendere il fuoco dei conflitti militari. La Chiesa ortodossa condanna senza condizioni l’espandersi della violenza militare, le persecuzioni, l’esilio e la strage delle minoranze religiose, la costrizione a cambiare fede, il commercio di profughi, i rapimenti, le torture e le orribili esecuzioni. Condanna la distruzione delle chiese, dei simboli religiosi e dei monumenti storici. La Chiesa è particolarmente preoccupata per la situazione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose perseguitate in Medio Oriente e in altre regioni».

Nell’Enciclica si legge al punto 17:

«Oggi vediamo la recrudescenza del fenomeno morboso della violenza in nome di Dio. Le esplosioni di fondamentalismo in seno alle religioni rischiano di far trionfare l’idea che il fondamentalismo costituisca il cuore del fenomeno religioso. La verità, tuttavia, è che il fondamentalismo come “zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza” (Rm 10,2) è frutto di una religiosità malata. Il cristiano autentico, seguendo l’esempio del Signore crocifisso, non pretende sacrifici ma sacrifica se stesso, e per questa ragione è il giudice più severo del fondamentalismo religioso di qualsiasi origine».

Infine, la conclusione del Messaggio ripete la constatazione gioiosa che, evidentemente, è stata di tutti i partecipanti:

«12. Il Santo e Grande Concilio ha aperto nuovi orizzonti nel mondo contemporaneo diversificato e multiforme. Ha sottolineato la nostra responsabilità nello spazio e nel tempo, nella prospettiva dell’eterno».

Il videomessaggio di padre John Chryssavgis, portavoce del patriarca di Costantinopoli:

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI