14 Gennaio 2020

Dopo l’autocefalia ucraina e le rotture: la storia continua

Marta Dell'Asta

A un anno dalla concessione dell’autocefalia alla Chiesa di Ucraina un bilancio sarebbe ancora prematuro, però tentiamo un aggiornamento sull’evolversi della situazione nella comunione ortodossa.

Sta avvenendo come quando si getta un sasso nello stagno: i cerchi concentrici delle reazioni si moltiplicano e si allargano, coinvolgendo ambiti ecclesiali sempre più lontani, come ha osservato l’arcivescovo Anastas di Tirana, primate della Chiesa ortodossa d’Albania:

«Gli eventi ecclesiali dell’anno passato hanno prodotto una nuova realtà che mostra l’evidente commistione di fattori geopolitici e motivi d’interesse… La concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa d’Ucraina non ha portato l’unità ortodossa che si auspicava né la pace, com’è successo in tutti i casi di autocefalia precedenti… Le discordie si sono diffuse in altre regioni e in tutto il mondo ortodosso nel suo complesso».

In Ucraina

In Ucraina si conferma la tendenza vista all’inizio, di un passaggio dei fedeli e delle parrocchie dalla giurisdizione di Mosca a quella della nuova Chiesa che avviene con un ritmo ben diverso da quanto in molti si attendevano nel 2018. Fra l’altro è simbolico che nel linguaggio corrente la distinzione nominale fra le due Chiese viaggi sul filo di una sola lettera: la Chiesa ortodossa fedele a Mosca è UPC (Chiesa ortodossa ucraina) mentre quella legata a Costantinopoli è PCU (Chiesa ortodossa di Ucraina). Ad oggi, secondo le valutazioni più ottimistiche, si parla del passaggio alla Chiesa ortodossa di Ucraina di un migliaio di parrocchie, delle 12092 esistenti nel paese; ma il Patriarcato di Mosca contesta anche questa cifra – di per sé molto bassa – parlando di passaggi forzati, occupazioni di chiese, pressioni amministrative.

Comunque sia, nessuno – né le Chiese in questione, né l’amministrazione dello Stato – ha in mano dati ufficiali verificati, per cui ci si affida più che altro a stime approssimative e a «linee di tendenza». L’unica fonte attendibile di aggiornamento è il portale ucraino d’informazione religiosa RISU che ha creato una carta interattiva dei passaggi, la quale dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) registrare i cambiamenti in tempo reale. In generale si parla di un minimo dell’1% fino a un massimo del 3%.

Una risposta così bassa richiede una riflessione profonda che vada al di là delle considerazioni politiche e delle rivalità ecclesiastiche, al cuore stesso dell’appartenenza alla Chiesa e alle sue motivazioni, che tra il popolo dei credenti si rivela assai meno determinato dalle questioni politico-giurisdizionali di quanto affermavano gerarchi e politici; intanto il metropolita Epifanij, primate della «nuova» Chiesa autocefala d’Ucraina,  non si stanca di sopire le gelosie reciproche ripetendo che la sua Chiesa non cerca la contrapposizione ma solo la pace e le adesioni volontarie.

(Nell’articolo, immagini della Chiesa ortodossa di Ucraina – © pomisma.info).

Reiterate divisioni

Purtroppo, però, il bacillo della divisione continua fatalmente a riprodursi, e la giovane Chiesa, dopo pochi mesi di vita, ha dovuto affrontare una nuova divisione interna promossa dal metropolita Filaret (Denisenko), figura centrale dell’autocefalia ma abbastanza oscura: scomunicato e ridotto allo stato laicale dal Sinodo di Mosca già nel 1992 per vari scandali, ha creato poco dopo la Chiesa scismatica del Patriarcato di Kiev autoproclamandosi patriarca; al momento dell’autocefalia il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli ha annullato l’anatema che pesava su di lui reintegrandolo nello stato canonico, ma ha posto come condizione che non fosse lui il primate della Chiesa d’Ucraina, e Filaret ha firmato un documento in cui rinunciava alle funzioni di patriarca e accettava di far confluire la sua Chiesa in quella istituita da Costantinopoli.

Tuttavia col passare dei mesi il fatto di essere stato retrocesso al ruolo di metropolita col puro titolo onorifico di «patriarca emerito», nonché di non poter gestire in prima persona la Chiesa d’Ucraina lo ha spinto il 20 giugno di quest’anno, all’età di 90 anni, ad imbarcarsi in un nuovo scisma, rimettendo in piedi il suo Patriarcato di Kiev con conseguente battaglia legale sui beni immobili (che sono cospicui, e comprendono alcune delle chiese e monasteri più importanti di Kiev).

La retorica cui fa appello Filaret è quella di un «patriottismo religioso» ancora più spinto di quello che aveva animato molti sostenitori dell’autocefalia: non bastano l’indipendenza da Mosca e lo status di metropolia, bisogna «restaurare» il Patriarcato di Kiev – entità mai esistita anticamente che è nata solo nel XX secolo, – e questo a prescindere dal parere del consesso ortodosso. In ogni caso, gli esperti sono certi che Filaret non abbia alcuna chance, dato che solo due vescovi (entrambi di diocesi fuori del territorio nazionale, in Crimea e in Russia) hanno aderito al suo appello, e che Costantinopoli è totalmente dalla parte di Epifanij. E tuttavia questo scontro interno sta assorbendo molte energie alla Chiesa d’Ucraina, soprattutto riguardo al possesso delle chiese dell’ex-Patriarcato di Kiev che non è stato ancora ben definito: dapprincipio il Ministero della giustizia ucraino ha tolto la registrazione ufficiale e la persona giuridica al Patriarcato di Kiev, ma dopo il ricorso di Filaret e il suo appello al presidente Zelenskij, il 4 settembre il Tribunale amministrativo di Kiev ha interrotto il processo per «ulteriori accertamenti».

Le rotture collaterali

Un altro punto delicato che consegue dall’autocefalia ucraina è quello dei rapporti inter-ortodossi; dopo le vibrate proteste del Patriarcato di Mosca, c’è stata una fase di generale presa di distanza dalla Chiesa ortodossa di Ucraina e da Costantinopoli: per dieci mesi nessuna delle altre 12 Chiese autocefale ha riconosciuto la nuova Chiesa, pur senza associarsi al Patriarcato di Mosca nel rompere la comunione eucaristica con loro. Poi gradualmente è subentrato un atteggiamento più possibilista, o più realistico: la prima a rompere il fronte è stata la Chiesa greca, che il 12 ottobre di quest’anno ha riconosciuto il diritto del Patriarcato ecumenico di concedere l’autocefalia; è seguita la Chiesa d’Alessandria, che l’8 novembre per la bocca del suo primate ha dichiarato «dopo matura riflessione e molte preghiere… e avendo a cuore l’unità della Chiesa ortodossa, siamo giunti alla decisione di riconoscere l’autocefalia della Chiesa ortodossa di Ucraina e del suo primate sua eccellenza Epifanij, poiché è giunto il momento». La Chiesa russa ha immediatamente risposto come con Costantinopoli interrompendo la comunione eucaristica sia con Atene che con Alessandria. Ancora più recentemente, alla fine di novembre, il metropolita Nikolaj di Plovdiv della Chiesa bulgara ha commemorato Epifanij durante la liturgia, gesto che rappresenta un passo deciso verso il riconoscimento della nuova Chiesa.

Queste prese di posizione sono molto indicative del malessere diffuso tra le Chiese ortodosse poiché non esprimono la decisione unanime delle rispettive Chiese ma decisioni parziali, ora del primate (come per la Chiesa di Alessandria), ora della maggioranza del sinodo con significative eccezioni di vescovi che si dissociano (come nel caso della Chiesa di Grecia), ora di un singolo metropolita (come nel caso della Chiesa di Bulgaria). Si può dire che la crisi attuale non divide solo le Chiese tra loro, ma anche le stesse Chiese al loro interno.

Oleg Glagolev ha così riassunto le difficoltà di rapporto tra le Chiese ortodosse: «L’impotenza della diplomazia ecclesiastica, l’intransigenza, l’assoluta incapacità di svolgere negoziati pacati e costruttivi che ci mostrano i maggiori patriarcati (Costantinopoli e Mosca) dimostrano che la crisi non è una faccenda temporanea. Gli sconvolgimenti nell’ortodossia mondiale derivano dal non voler riconoscere che l’epoca costantiniana è finita. Nell’epoca costantiniana – una sorta di medioevo ecclesiale prolungatosi fino al XX secolo – le Chiese si legavano strettamente alle idee e alle strutture politiche e nazionali, contando fortemente sull’appoggio dello Stato, spesso copiandone i metodi e la struttura amministrativo-territoriale. In millecinquecento anni la Chiesa si è abituata ad avere il sostegno economico, politico e armato dello Stato, offrendogli in cambio una sanzione sacrale». Oggi, conclude Glagolev, gli Stati laici post-cristiani cercano altrove la propria legittimazione ed è tempo che le Chiese se ne rendano conto.

Le conseguenze in Europa

Quanto al fronte europeo, che riguarda l’ex-Esarcato della Chiesa russa in Europa occidentale abolito da Costantinopoli il 28 novembre 2018 – con un gesto per molti inspiegabile e autolesivo da parte di Bartolomeo –  ricordiamo che la comunità aveva votato quasi all’unanimità di non sciogliersi e non confluire nelle metropolie greche in Europa, ma al tempo stesso, l’assemblea generale del 7 settembre 2019 non ha saputo esprimere una chiara maggioranza (di almeno i 2/3) in favore del ricongiungimento col patriarcato di Mosca sostenuto dal capo dell’Esarcato arcivescovo Jean Renneteau; la situazione incerta è stata risolta de facto se non de iure dallo stesso arcivescovo Jean che, pur non essendo più a capo della diocesi poiché era stato sospeso da Costantinopoli, ha chiesto di essere accolto da Mosca e si è portato dietro una metà circa delle parrocchie dell’ex-esarcato.

lo stato attuale della comunità vede così una divisione tra fedeli e vescovi che hanno seguito nella giurisdizione di Mosca l’ex-arcivescovo, ora diventato metropolita, e gli altri che sono rimasti sotto Costantinopoli e che – secondo le ultime informazioni – saranno istituiti in «vicariato di tradizione russa in Francia». La cattedrale di Sant’Alessandro Nevskij a Parigi simboleggia fisicamente questa situazione: nella chiesa principale celebrano i «moscoviti», nella cripta celebrano i fedeli a Costantinopoli. E non c’è più comunione eucaristica tra i due gruppi che sino a pochi mesi fa erano una comunità sola.

Andrej Strocev, un giovane ortodosso bielorusso che studia a Parigi e ha vissuto in prima persona tutti i travagli di questo divorzio, ha delineato graficamente la complessa situazione dei rapporti inter ortodossi allo stadio attuale (che pure è in continua evoluzione). Lo schema colpisce per la sua incredibile e dolorosa complessità:

Alcuni osservatori pronosticavano che la frattura nell’ortodossia si sarebbe prodotta secondo la linea delle Chiese greche contro quelle slave, ma la realtà ci mostra qualcosa di diverso: sembrano contrapporsi quanti riconoscono come primaria la necessità di salvaguardare la testimonianza di fede e permettere la comunione tra le Chiese, e quanti sono irriducibili nel difendere lo statu quo e il principio dell’inviolabilità dei territori canonici. C’è da credere che anche lasciando trascorrere del tempo i due gruppi non torneranno insieme: le Chiese che, magari criticamente, finiranno per accettare le scelte di Costantinopoli sono quelle di Grecia, di Alessandria, di Bulgaria, e forse in seguito anche quelle di Georgia e di Gerusalemme; mentre lo zoccolo duro schierato con Mosca è costituito dalle Chiese di Serbia, d’America, di Cechia e Slovacchia, di Polonia. «Non è detto che il tempo curi e guarisca gli scismi tra le Chiese – ha osservato il primate di Albania, – anzi li approfondisce e li perpetua». Proprio per questo timore molte Chiese ortodosse insistono sull’urgenza di indire un’assemblea panortodossa che sciolga conciliarmente il nodo ucraino, ma soprattutto che imposti in modo nuovo i rapporti tra le Chiese. Ma finora sembra che Costantinopoli non voglia accogliere l’invito, ancora le brucia il boicottaggio del Concilio panortodosso di Creta nel 2016.

La testimonianza di Andrej Strocev fa toccare con mano la meschinità delle divisioni dovute a gelosie e calcoli umani, ma al tempo stesso rivela dei cammini di superamento delle contrapposizioni, che si delineano a lato degli eventi principali: «Oggi a Parigi, nella parrocchia della Madre di Dio del Segno, per la prima volta nei 90 anni della sua esistenza è stata celebrata la liturgia in lingua francese. L’hanno celebrata padre Alexis Struve e il parroco padre Vladimir Jagello. Entrambe le parrocchie parigine dell’Arcivescovato sono passate alla giurisdizione di Mosca, ma molti parrocchiani hanno deciso di rimanere con Costantinopoli, e oggi sono stati accolti in questa chiesa della Madre di Dio. Liturgie come questa verranno celebrate regolarmente, e in futuro è possibile che nasca una parrocchia ortodossa russa di lingua francese a Parigi… A un anno dal momento in cui il Sinodo di Costantinopoli ha sciolto l’Arcivescovato sono accaduti molti fatti nuovi, in particolare negli ultimi giorni Costantinopoli ha canonizzato un sacerdote dell’Arcivescovato, padre Sofronij Sacharov (1896-1993); poi è stata ufficialmente confermata la nascita del vicariato di tradizione russa in Francia e infine, nella chiesa della Madre di Dio del Segno si sono ritrovati coloro che vogliono fondare una comunità francofona di Costantinopoli a Parigi…».

Si tratta di un piccolo inizio: una nuova parrocchia di transfughi è poca cosa, ma è molto importante la decisione di celebrare in francese, perché vuol dire che alla conservazione gelosa della tradizione russa, che privilegia il momento etnico-culturale, si è preferito il rischio di un cambiamento per rendere più efficace l’annuncio e più partecipata la celebrazione del Mistero eucaristico, nella consapevolezza che le radici a cui bisogna rimanere fedeli sono innanzitutto le ragioni dell’annuncio di Cristo, e che la ricerca dell’identità ecclesiale passa per la disponibilità a favorire un rapporto personale con Lui da parte dei credenti.  Non un tradimento ma un passo verso la realtà, è prendere atto che gli ortodossi di tradizione russa a Parigi sono ormai, o sono destinati a diventare, cittadini francesi.

Certo c’è una grande sproporzione tra i Patriarcati, con le loro politiche, e lo sparuto gruppetto di ortodossi parigini, ma non è con questa unità di misura esteriore che bisogna misurare, lo Spirito Santo agisce come l’acqua, che se trova un ostacolo che fa diga devia in piccoli rivoli laterali, e alla fine passa lo stesso.

Oggi molti ortodossi condividono un sentimento di costernazione e al tempo stesso di un’apparentemente illogica speranza di fronte allo spettacolo desolante delle disunioni. Un’amica ucraina, docente universitaria, ci ha rivelato tutta la tristezza e la ribellione interiore che le provoca il fatto che, entrando in una chiesa, le venga chiesto «Di che Patriarcato sei?», e ci confida la sua decisione di rispondere indefettibilmente: «Sono cristiana ortodossa», rivendicando un’appartenenza ben più sostanziale e veritiera di quanto gli stessi pastori, purtroppo, spesso sembrano in grado di riconoscere ed affermare. Il biblista Andrej Desnickij, dal canto suo, mentre da un lato ricorda il «mito della rinascita spirituale» infrantosi contro la dura realtà, contro la smania di ricostruire, il formalismo e un clima addirittura poliziesco, conclude «tutto quello che si poteva fare è stato fatto: abbiamo ricostruito i muri, pubblicato libri, celebrato liturgie… La Chiesa ortodossa russa non va da nessuna parte e non cambierà niente, almeno in questo secolo. È un Sistema che va bene a troppi… Però, un conto è che tutte le nostre speranze sono andate in mille pezzi e non le rimetteremo insieme. Un altro è che il cristianesimo di tradizione orientale non si riduce a questo Sistema. Esso cercherà e già trova nuove forme di vita, e vedremo molte cose interessanti. Che non saranno contro il Sistema, ma a prescindere».

Un dono e un messaggio

Nuove forme di vita, appunto. La fecondità di certe scelte, di certi gesti anche piccoli dipende dal fatto che affermano il fondamento di una verità eterna e non rinunciano a testimoniarla, non solo come rivendicazione per sé, bensì piuttosto come valore necessario per tutti.
Quest’estate, per la festa dei santi Pietro e Paolo, proprio nel momento in cui la figura del patriarca Bartolomeo era bersagliata dalle critiche per le sue discusse iniziative sull’Ucraina e sull’Esarcato, con un gesto sorprendente papa Francesco gli ha fatto dono di alcuni preziosissimi frammenti delle reliquie di san Pietro. L’episodio ha avuto poca risonanza (quasi fosse stato un puro gesto istintivo del papa) ma riveste invece un valore profetico immenso. E lo si capisce meglio leggendo le semplici frasi con cui Francesco ha spiegato la sua decisione:

«Nella pace che nasce dalla preghiera, ho sentito che avrebbe avuto un significato importante che alcuni frammenti delle reliquie dell’apostolo Pietro fossero posti accanto alle reliquie dell’apostolo Andrea»

«Ho creduto – continua il papa – che questo pensiero mi sia venuto dallo Spirito Santo che in così tanti modi sollecita i cristiani a ritrovare la piena comunione… Continuare questo cammino richiede soprattutto una conversione spirituale e una rinnovata fedeltà al Signore, che vuole da parte nostra un maggiore impegno e passi nuovi e coraggiosi».
Quel dono è stato per l’appunto un «passo nuovo e coraggioso», con cui il pontefice ha ribadito concretamente che ciò che sta al cuore della fede della Chiesa di Roma – le reliquie di san Pietro – non è un bene esclusivo della Chiesa occidentale ma viene condiviso con la Chiesa d’Oriente, a prescindere dagli equilibri ecclesiastici. È l’unicità di Cristo declinata in un gesto che tocca la tradizione e la devozione del popolo cristiano.

La stessa posizione Francesco l’ha confermata anche attraverso i tradizionali messaggi che manda ogni anno al patriarca ecumenico per la festa di sant’Andrea, il 30 novembre. L’anno scorso papa Francesco aveva ricordato le difficoltà ma anche l’inevitabilità del riavvicinamento:

«Mentre potrebbe sembrare che secoli di reciproci fraintendimenti, differenze e silenzio abbiano compromesso questo rapporto, lo Spirito Santo, Spirito di unità, ci ha permesso di ricominciare un dialogo fraterno… In un mondo ferito dal conflitto, l’unità dei cristiani è un segno di speranza che deve irradiarsi in modo sempre più visibile».

A un anno di distanza, un anno in cui l’unità dei cristiani non si è «irradiata» ma ulteriormente frantumata come abbiamo visto sopra, questi auspici sono andati delusi? La cronaca religiosa sembra abbattere la speranza, se non fosse per l’azione dello Spirito Santo. Il realismo del papa è lungimirante proprio perché tiene conto di questo elemento che sfugge agli osservatori: non bastano passi falsi, silenzi, fraintendimenti e nemmeno sconfitte a impedirgli di trovare sempre nuove strade allo Spirito. Come si vede dal messaggio al patriarca Bartolomeo del 30 novembre dell’anno scorso.

Francesco ricorda il 40° anniversario di fondazione della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa: è giudizio diffuso che la Commissione sia finita da tempo in un vicolo cieco da cui non sa come uscire, ma invece di catalogarla come un insuccesso, il papa rivaluta l’importanza del tentativo, cercando di cogliere e preservare tutto ciò che di buono è accaduto come dono di Dio e frutto di buona volontà; ma poi va oltre, cercando strade nuove là dove quelle vecchie non bastano. La sfida attuale per lui è rinnovare «l’atteggiamento e la condotta» e questo riguarda tutti, non solo i teologi che lavorano nella Commissione; è la stessa sfida lanciata da Giovanni Paolo II quando, nel 1979, aveva detto: «la domanda che dobbiamo porci non è se possiamo ristabilire la piena comunione, ma se abbiamo il diritto di rimanere separati».

Il papa incalza tutti perché, senza soffermarci sulla lentezza del dialogo teologico, incrementiamo tutti gli altri «canali di vita ecclesiale». Così, ci ricorda che ogni volta che «preghiamo gli uni per gli altri e preghiamo insieme come fratelli», memori dell’unico battesimo, dell’unica fede e dell’unico Spirito Santo, le nostre reciproche relazioni crescono e si rafforzano; come si rafforzano quando le alimentiamo con «gesti autentici di mutuo rispetto e stima». Anche operare insieme nell’annunciare la Buona Novella e servire i bisognosi è una cosa non solo utile ma posta nella traiettoria dell’unità. Il richiamo è che sempre più questo impegno penetri «nei contesti locali», ossia nella vita di tutti.
Con un incredibile parallelismo, anche l’arcivescovo Anastas di Tirana ha citato nel suo messaggio la stima reciproca come primo elemento per ricostruire la sobornost’ (conciliarità) tra le Chiese ortodosse, e dopo aver invitato a fare in fretta perché «gli innumerevoli scismi del mondo ortodosso si fanno sempre più pericolosi», il primate albanese ha affermato la responsabilità comune dei fedeli:

«L’iniziativa di sanare la nuova realtà appartiene sicuramente al patriarca ecumenico. Ma tutte le Chiese autocefale, tutti gli ortodossi senza esclusione portano la responsabilità di cooperare alla riconciliazione».

In questa posizione vediamo germogliare una nuova forma di sinodalità, capace di mirare non unicamente alla difesa di equilibri instabili perché basati su contesti sociali e politici ormai anacronistici, bensì al riconoscimento di ciò che oggi lo Spirito dice alle Chiese, in una sequela più in grado di lasciarsi guidare da criteri evangelici. E, in questa linea, non è affatto un caso che una delle voci più significative sia quella del metropolita d’Albania, ovvero del pastore di una comunità piccola e minoritaria, eppure così intenta a mostrare una reale sollecitudine per tutte le Chiese e per tutta la Chiesa.

Anche il papa parla di un «viaggio promettente» intrapreso dalle Chiese, e lui per primo, da semplice cristiano, si è avviato senza aspettare inviti ulteriori rispetto alla volontà di seguire Cristo. Come Abramo, partendo per fede «senza sapere dove andava» (Eb 11,8), ma certo di Chi lo chiamava a camminare.

Anche per noi, dopo questo ampio tentativo di comprendere la situazione, almeno nei tratti più essenziali, resta una consegna: lasciarci toccare in profondità dalla difficoltà dolorosa in cui vivono molti nostri fratelli, per riconoscere innanzitutto l’unità possibile, ovvero quella nell’implorazione accorata del riaccadere della presenza di Colui che più di ogni altra cosa abbiamo caro nel cristianesimo, e che è il vero principio di quella sequela che identifica l’essenza stessa della fede cristiana.

 

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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