25 Settembre 2019

«Smettiamo di avere paura»

Giovanna Parravicini

Lettera collettiva di sacerdoti ortodossi a proposito dei recenti casi di malagiustizia in Russia. Un intervento del genere non ha precedenti e pone nuovamente la Chiesa nel vivo della storia. La società civile si riscuote, e la Chiesa c’è…

Forse proprio così si potrebbe descrivere il fenomeno che da alcuni mesi sta avvenendo a Mosca e, rintracciabile in singoli episodi – come quello di Ekaterinburg – anche nel resto del paese, e che sembra vivere una svolta significativa proprio in questi giorni. Smettiamo di avere paura di assumerci le nostre responsabilità; smettiamo di preferire un silenzio connivente al rischio di esporsi nel denunciare ingiustizie e falsità; smettiamo di avere paura di pagare di persona per aver affermato la verità. Un ritorno dell’appello a «vivere senza menzogna» di Solženicyn, che in epoca sovietica aveva caratterizzato la rivoluzione dei «senza potere», per usare l’espressione di un altro protagonista del ritrovamento della coscienza personale, Václav Havel?

«Smettiamo di avere paura»: significa innanzitutto scrollarsi di dosso una soggezione umiliante all’andamento delle cose e riaffermare la propria dignità di persone, ha scritto sulla sua pagina facebook padre Savva Mažuko, monaco bielorusso autore di libri sul cristianesimo che vanno a ruba tra i giovani. Padre Savva, come numerosi altri sacerdoti ortodossi del patriarcato di Mosca, il 17 settembre ha sottoscritto una lettera aperta in difesa delle persone condannate per aver partecipato alle dimostrazioni di massa in luglio e in agosto, svoltesi all’insegna della rivendicazione di «elezioni democratiche». Inizialmente i firmatari erano 30, ma sono diventati in breve oltre 180 (e la sottoscrizione continua).

Scrive padre Savva:

«Amici, come sapete, ho firmato una lettera in difesa di persone innocenti che sono sotto processo… Ne è nato un baccano indescrivibile, mi contattano giornalisti per chiedermi di commentare questo fatto. Ebbene, innanzitutto non sono affatto un dissidente, sono solo un sacerdote, e ai sacerdoti è chiesto di spendersi in difesa dei vilipesi, “in semplicità di cuore parlare di Dio e dire sorridendo la verità ai re”. Per questo è naturale che se si vede un’ingiustizia o anche solo un cenno ad essa, bisogna parlare, punto e basta. È il nostro lavoro.

Ma in tutta questa storia mi colpisce un’altra cosa… La domanda che sento più spesso, negli ultimi tempi, è: “Ma non ha paura che…”. Ma perché dovrei avere paura? Sto forse facendo qualcosa di male? Amici, in tutta questa storia è qui la cosa più importante: “Ma non ha paura che…”. Non vi rendete conto di quanto sia umiliante questa domanda? Per chi chiede e per chi risponde! Ma allora, vuol dire che tutto si regge sulla paura?».

(V. Dokšin, Novaja Gazeta).

Alla lettera aperta dei sacerdoti ortodossi hanno fatto seguito iniziative pubbliche, picchetti e lettere aperte di varie categorie di cittadini russi: medici, insegnanti di scuola e docenti universitari, attori, imprenditori, impiegati dell’editoria… Forse per la prima volta, da anni, la Chiesa ha assunto una propria posizione autonoma di fronte agli avvenimenti, anziché muoversi seguendo la bacchetta di qualcun altro: e il seguito inaspettato che il gesto ha avuto, nella società civile, testimonia quanta attesa e quanta stima vi sia nei suoi confronti. I firmatari sono intervenuti coraggiosamente in merito alla «politica», sebbene nel testo non vi sia affatto un’ottica politica – com’era già stato per padre Giovanni Guaita, che aveva accolto nella sua parrocchia dimostranti e uomini della polizia nel corso della manifestazione di protesta del 27 luglio scorso – bensì la convinzione di dover intervenire per essere fedeli alla propria identità cristiana.

È scritto chiaramente nella lettera aperta, che si apre con una citazione della Scrittura («O uomo, Egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio?», Mi 6,8), e subito dopo afferma: «Esercitando il nostro dovere pastorale di intercedere per i prigionieri, noi, sacerdoti della Chiesa ortodossa russa, ciascuno sotto la propria responsabilità, riteniamo nostro dovere esprimere il convincimento che sia necessario rivedere le delibere del tribunale sulle pene detentive inflitte a una serie di persone implicate nel “processo moscovita”».

La lettera fa sì riferimento a casi specifici, come quello dell’ortodosso Aleksej Minjajlo, o di Konstantin Kotov, condannato a quattro anni di lager pur «non avendo commesso alcun atto di violenza»: la sua colpa consiste unicamente nell’essersi «adoperato per gli altri arrestati», portando un cartello con le parole di padre Aleksandr Men: «La misericordia è ciò a cui richiamiamo», e l’invito a liberare tutti i prigionieri del conflitto russo-ucraino”. Ma va molto più in là, al cuore di molti problemi che affliggono oggi la società russa.

Vi si ribadisce, infatti, che nel sistema giudiziario vigente sono insiti vizi che vanno risanati affinché «i cittadini russi possano ritrovare la fiducia nel sistema giudiziario». Risuona con chiarezza la denuncia di un sistema repressivo e violento: «Il tribunale dev’essere in grado di difendere il cittadino dall’arbitrio del potere esecutivo e delle forze dell’ordine, in caso contrario si trasforma in un palcoscenico puramente formale. Ci rivolgiamo a quanti detengono il potere giudiziario e lavorano nelle strutture delle forze dell’ordine del nostro paese. Molti di voi sono battezzati nella Chiesa ortodossa e si considerano credenti. Le disposizioni giudiziarie non possono avere un carattere repressivo, i tribunali non possono essere usati come strumenti per schiacciare i dissenzienti, non si può usare la forza con ingiustificata durezza. Esprimiamo la nostra preoccupazione per il fatto che le condanne inflitte sembrano più tese a intimidare i cittadini della Russia che non a giudicare equamente gli imputati». «Sull’intimidazione – concludono i firmatari, citando la libertà e l’amore a cui richiamano san Paolo e san Giovanni – non si può costruire una società di persone libere, che si amino a vicenda».

Ljubov’ Sobol’, membro del Consiglio di coordinamento dell’opposizione, in sostegno di A. Minjajlo. (Novaja Gazeta)

Un altro elemento interessante, inedito, è l’identità dei firmatari della lettera. Certamente, come ha fatto notare più di un commentatore, tra essi vi sono gli esponenti del clero «illuminato» della capitale, i parroci delle chiese in cui converge l’intelligencija, gli eredi della memoria di padre Aleksandr Men’. Tra i firmatari non si trova per ora nessun funzionario dell’amministrazione patriarcale e dei vari dicasteri, nessun docente degli istituti teologici e delle università ortodosse; tuttavia, curiosando sui social, si nota come in tutti questi ambienti la lettera aperta venga vivacemente discussa e ampiamente pubblicata. Ma quello che stupisce è l’ampia dislocazione geografica dei firmatari: ci sono sacerdoti che svolgono il ministero all’estero – in Bielorussia e Ucraina, addirittura in Belgio, in Italia e in Spagna (Leonid Griliches, Vladimir Zelinskij, Andrej Kordočkin), ma soprattutto in molte diocesi periferiche e parrocchie sperdute, a testimoniare una vasta rete sotterranea di contatti, di amicizie, oltre che di attenzione e responsabilità per quanto sta avvenendo nel paese.

Il fenomeno è tanto più sorprendente pensando alla fragilità della posizione dei sacerdoti di provincia, non solo nei confronti delle autorità civili ma anche dell’autorità ecclesiastica, che finora non ha mai tollerato un gesto tanto «indipendente» tra le sue fila. Se un sacerdote moscovita «firmatario» mi manifestava solo ieri la sua preoccupazione di doversi presentare a breve per altre faccende al suo vescovo, è facile immaginarsi i timori di un parroco di provincia, isolato e senza alcuna difesa da parte dell’opinione pubblica.

In ogni caso, finora il patriarcato di Mosca si è espresso sull’argomento in maniera abbastanza blanda, attraverso due brevi dichiarazioni, rispettivamente del portavoce Vachtang Kipšidze e del dicastero per le relazioni tra la Chiesa e la società. In entrambi si ribadisce in linea di principio la liceità di «intercedere per i condannati» di cui parla la lettera aperta, ma si pone in dubbio la competenza dei firmatari a intervenire nel concreto della problematica in esame. Kipšidze li invita a «raccogliere i fondi per dei buoni avvocati, più che sprecare parole al vento». Il dicastero per le relazioni tra la Chiesa e la società propone di demandare all’Assemblea popolare russa – un organismo consultivo laicale del patriarcato di Mosca – la disamina del problema. Per quanto vaga sia questa indicazione, più di un commentatore l’ha giudicata favorevolmente, come un’ulteriore possibilità di ampliare il dibattito all’interno della Chiesa.


L’arresto e pestaggio dell’attore Pavel Ustinov.

Com’è nato questo gesto, che forse per la prima volta da anni ha «riabilitato» la Chiesa agli occhi di molta parte dell’opinione pubblica, o se non altro ha sollevato domande che la gente non era più abituata a farsi? Padre Aleksej Uminskij, uno dei firmatari oltre che popolare conduttore di programmi televisivi e autore di libri di formazione cristiana, è molto netto: «Con questa lettera, in cui ciascuno risponde delle sue parole, della sua firma, contiamo solo sul fatto che la nostra voce di sacerdoti della Chiesa ortodossa russa possa ridestare davvero qualche coscienza, indurre qualcuno a guardare dentro di sé».

E continua, molto pacatamente ma anche molto decisamente, come uno che abbia fatto un passo irrevocabile e veda davanti a sé una strada ormai tracciata: «La Chiesa ortodossa russa è formata da persone diverse, che hanno concezioni e preferenze diverse. Tra noi, sacerdoti e anche laici, ve ne sono molti che hanno sposato una posizione attiva, anche in ambito politico e civico. Altri, invece, restano freddi, hanno tutt’altri interessi. Ma tuttavia, se vogliamo incarnare nella vita la pace, il bene, la carità, la misericordia, la compassione, dobbiamo cercare non solo di annunciare questi ideali, ma di affermarli anche esistenzialmente».

 

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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