27 Maggio 2019

Vogliono un cristianesimo senza «scorta armata». Il conflitto di Ekaterinburg

Giovanna Parravicini

In varie città russe ci sono state proteste di massa contro la costruzione di nuove chiese. Non si tratta di puro anticlericalismo. Sta maturando l’esigenza di un cristianesimo non di facciata ma autentico, impegnato con la vita e non insediato ai vertici.

Sembra essersi concluso pacificamente il conflitto che nei giorni scorsi a Ekaterinburg – il maggior centro urbano nella regione degli Urali, oltre che città-simbolo dove furono deportati e uccisi nel 1918 i membri della famiglia imperiale – ha visto la popolazione scontrarsi con le autorità per impedire la costruzione della nuova chiesa ortodossa di Santa Caterina nel parco cittadino. Nel corso delle manifestazioni, a cui hanno preso parte migliaia di persone, vi sono stati un centinaio di fermi e anche alcuni feriti, tra cui uno grave. La protesta ha raggiunto in breve ampia notorietà in Russia e all’estero, e lo stesso presidente Putin ha proposto un sondaggio tra i cittadini per chiarirne la volontà, asserendo che la religione «ha il compito di unire, e non di dividere le persone».
Il sondaggio ha evidenziato il netto rifiuto degli abitanti – 74% – alla presenza di una chiesa nel loro parco, senza tuttavia un’ostilità di principio al progetto della costruzione (solo il 18% si è schierato contro); di qui la decisione delle autorità civili e religiose di trasferire altrove il nuovo luogo di culto. Un forum aperto il 24 maggio dall’amministrazione cittadina sul portale del comune ospiterà una pubblica discussione volta a individuare possibili ubicazioni alternative della nuova chiesa.

Fin qui la cronaca. Ma come intendere questo fenomeno, tanto più che – come si è chiarito in questi giorni – non si tratta di un caso isolato, ma di una tendenza ricorrente, che sembra cozzare contro il progetto varato nel 2015 dal Patriarcato di Mosca di costruire 200 nuove chiese nella capitale e altrettante nei quartieri periferici delle principali città, tuttora prive di «luoghi del sacro»? Il quotidiano «Vedomosti» (22 maggio) parla di almeno 28 città della Russia, in 25 diverse regioni, in cui negli ultimi cinque anni avrebbero avuto luogo azioni di protesta contro la costruzione di nuove chiese: oltre a Mosca e Pietroburgo figurano importanti centri sia della parte europea che di quella asiatica del paese, come Nižnij Novgorod, Togliatti, Krasnojarsk, Blagoveščensk.

Nessuno, in generale, neppure negli ambienti laici, ha interpretato il fenomeno nei termini di una pura contrapposizione tra «atei militanti e retrivi oscurantisti»: come ha osservato l’analista Andrej Desnickij, nei reportage, nelle interviste diffuse sui media è risultato evidente che entrambi gli schieramenti riconoscono i valori sia del cristianesimo che del verde pubblico.

Il dibattito messo in rilevo dal conflitto non è tanto tra Chiesa e società, intese come due corpi estranei e contrapposti l’uno all’altro, ma tra due immagini di cristianesimo e di Chiesa.


L’area verde dov’era prevista la costruzione della chiesa.

I fatti successi mostrano che i credenti non formano una massa monolitica, ma si diversificano per coscienza e orientamenti; molti non disconoscono l’importanza degli edifici di culto, ma sottolineano priorità nuove e sovente inattese per l’istituzione ecclesiastica, non temono di porre domande scomode facendo intravedere nuove linee di sviluppo della coscienza ortodossa.
A rilevarlo sono gli stessi credenti. In particolare, padre Aleksej Uminskij, sacerdote ortodosso moscovita, che oltre ad avere una grossa parrocchia svolge da anni un vasto lavoro nell’ambito dell’eduzione giovanile e della comunicazione sociale, ha colto nell’episodio «importanti sintomi della coscienza sociale odierna e, in particolare, della percezione della fede e della religiosità». «Il problema – ha ribadito fin dall’inizio – non è quello del luogo dove costruire. Perché non costruire una chiesa in un parco? Io, ad esempio non ci vedo niente di male… Il problema è un altro».

«Il vero problema sta nel fatto che un certo tipo di fede esteriore, istituzionale, intesa come fenomeno di massa, come ritualismo esteriore, non è semplicemente in crisi ma sta subendo un vero e proprio crollo», ha osservato Uminskij.

Si continua a voler perpetuare una certa immagine pomposa, esteriore di Chiesa e di religiosità – di cui l’edificio di culto che sarebbe andato a soppiantare il parco a Ekaterinburg è diventato in certo modo simbolo – che in realtà è ormai un’idea morta da tempo, mentre, al contrario, «la fede sta diventando sempre più l’ambito di una scelta e di una responsabilità personale».

In altri termini, sembra ripresentarsi oggi il medesimo conflitto tra un’ortodossia formale, riverita e potente ma interiormente svuotata, e la faticosa ma autentica riscoperta della verità e profondità del cristianesimo ad opera di alcuni strati della società russa, che si concluse drammaticamente con la rivoluzione del 1917. La Chiesa ufficiale non prese allora in seria considerazione le domande religiose poste dalla società, l’aspirazione a scoprire nella fede un’esperienza in grado di trasfigurare la vita. E quella che era stata un’osservanza religiosa di massa crollò all’affacciarsi della rivoluzione, quello che era stato un paese cristianissimo insorse contro il proprio clero e prese a picconate le sue stesse chiese…

«Anche oggi, come un secolo fa – ha concluso padre Uminskij, – sia pure dietro spinte di altro genere, molte persone qui e in Occidente stanno approdando alla fede. È una fede personale, che implica libertà, scelta e responsabilità, e che costituisce un cammino faticoso, tortuoso, rischioso. E questo processo si scontra con il permanere di forme di fede ormai invecchiate, arcaiche, che non sanno come inserirsi nella realtà e non si sforzano neppure di comprenderla, anzi le si oppongono, accusando il nuovo mondo che non rientra nei loro schemi, che restano perennemente rivolte al passato, aggrappate a forme da riprodurre meccanicamente, a formule esteriori, massificate». Comprendere e superare questo contrasto è la chiave per comprendere quanto è successo a Ekaterinburg.


Le tensioni fra manifestanti e forze dell’ordine.

Si assiste a un processo vitale di maturazione della coscienza cristiana, ma questo fenomeno pone drammatici interrogativi, esige radicali cambiamenti, come rileva Andrej Desnickij: «Se la nostra cultura, indipendentemente dalla religiosità personale dei singoli, possiede un enorme rispetto per l’eredità cristiana – senza il Vangelo non si capirebbe nulla della prosa di Tolstoj e Dostoevskij, dei film di Tarkovskij, della poesia di Pasternak – nella nostra società sta aumentando la diffidenza nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, troppo spesso veicolo dell’ideologia al potere, sia sotto gli zar che ai tempi di Stalin e anche oggi». E ancora:

«Nella società sta maturando l’esigenza di un cristianesimo diverso», che fa tranquillamente a meno dei «favori del governatore, delle offerte milionarie, della difesa della polizia e della procura… Esattamente come ne facevano a meno Cristo e gli apostoli».

Negli ultimi trent’anni la tradizione ortodossa si è sviluppata e diversificata, al suo interno sono nati fenomeni molto diversi, si sviluppano processi di maturazione e altri di decadenza – sono in molti a notarlo: da un lato, ad esempio, in alcune parrocchie la vita liturgica e comunitaria si attiva, si incrementano esperienze di volontariato, ci si interroga sul compito dei cristiani nella società, e dall’altro la religiosità «tradizionale» va in crisi, si diffondono delusione e stanchezza perché sembra che il cristianesimo non abbia nulla da dire al mondo contemporaneo, sia rivolto unicamente al passato. In realtà, come sottolinea Desnickij, «dobbiamo fare la fatica di ritornare alle radici del cristianesimo, e forse scopriremo che proprio esse sono alla base delle concezioni, in nome delle quali ci si batte contro il clericalismo: ad esempio, sono profondamente convinto che la stessa idea dei diritti umani si fondi sulla tradizione biblica, che definisce l’uomo “immagine e somiglianza di Dio”. Sono certo che l’esigenza di questo cristianesimo “senza scorta armata” esista nella nostra società, e che in futuro continuerà a crescere. E, soprattutto, senza tener conto di questa esigenza non si riuscirà a instaurare un dialogo tanto necessario con quanti continuano a essere separati dalla recinzione costruita intorno al cantiere».

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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