17 Ottobre 2019

Il «nuovo inizio» di padre Aleksandr Men’

Giovanna Parravicini

Ogni settembre, da ormai 29 anni, in Russia si fa memoria di padre Aleksandr Men’ nella ricorrenza della sua tragica scomparsa. Ma non è una celebrazione devota né accademica, è lo zampillare della vita che lo nutriva e che ne ha fatto un grande testimone.

Ogni settembre, da ormai 29 anni, in Russia si fa memoria della tragica scomparsa di padre Aleksandr, ucciso con un colpo di vanga la mattina del 9 settembre 1990 mentre stava recandosi a celebrare nella sua parrocchia. Il passar del tempo lo ringiovanisce, si direbbe, e quest’anno le numerose iniziative – liturgie, convegni, una mostra fotografica – si sono svolte addirittura all’insegna del titolo «Missionario del XXI secolo». Lui, che non ha mai varcato questa soglia, continua a precederci e a guidarci. Non è un caso che il suo biografo, Yves Hamant, in questi giorni abbia postato questa preghiera di padre Men’ riportando che, poco prima di morire, aveva detto che «il cristianesimo è sempre un nuovo inizio». Un inizio di cui continua a farci partecipi:

Gesù Cristo, Figlio di Dio, tu che ci hai mostrato il Padre dei cieli, rendici tuoi discepoli.
Hai promesso di dare la pace alle nostre anime, ma non vuoi servi negligenti.
Dacci la forza di restare vigilanti, di vegliare.
Concedici di esserti fedeli, di una fedeltà unica.
Insegnaci ad agire sempre stando al cospetto del tuo volto, rendici tuoi figli.
Donaci la forza di compiere la tua volontà, i tuoi precetti.
Insegnaci a fare il bene. Guardaci dal lievito dei farisei.
Insegnaci a discernere l’essenziale nella nostra vita, l’unico necessario.
Aiutaci a liberarci dal peccato, dall’ozio, dalla pigrizia spirituale.
Che tutto ciò che esiste di bello e di buono nel mondo ci faccia ricordare di te.
Che tutto ciò che esiste di male nel mondo possa servirci da ammonimento.
Dacci la capacità di vedere nei peccatori lo specchio dei nostri peccati.
Insegnaci a considerare come fratelli chi la pensa diversamente da noi, chi non condivide la nostra fede, chi non crede.
Aiutaci a ricordare la brevità della vita così che il ricordo della morte sia una forza di perseveranza e servizio.
Donaci la forza di perdonare, amare, dare tutto.
Insegnaci a vivere nella preghiera. Rendici membri del tuo regno.
Insegnaci a odiare il peccato e non il peccatore.
Dacci la forza di renderti testimonianza.
Non permetterci di essere vanitosi, meschini, vuoti.
Sii per noi l’Alfa e l’Omega in questa vita e per l’eternità.
E saremo tuoi discepoli.

«Missionario del XXI secolo»: dopo la sorpresa iniziale, tutti l’hanno sentita una definizione attuale, calzante: a partire dal metropolita Juvenalij che, come ogni anno, ha presieduto le celebrazioni liturgiche e il convegno svoltosi a Novaja Derevnja, dove padre Men’ ha svolto per molti anni il suo ministero ed è stato sepolto; l’alto prelato, infatti, ha sottolineato più volte che «padre Aleksandr ha lavorato per il futuro della Chiesa», come conferma l’eredità di testi e di comunità da lui lasciata. Ma le testimonianze di questa contemporaneità sono tante. Scrive da New York una sua figlia spirituale, Ol’ga Meerson-Aksenov: «Ho appena letto in alcune memorie su padre Aleksandr Men’ come acquisire un’autentica, costante gioia pasquale interiore. Il padre faceva un’importante raccomandazione pratica: non aver mai fretta di rimbrottare o criticare niente. E nessuno. Come lo sento attuale per me!… Tanti rimproveravano padre Aleksandr di essere di bocca buona, ingenuo nel trattare con la gente, in realtà il suo era un modo di agire deliberato, consapevole, era l’opera della sua vita».


Se si legge la sua sterminata corrispondenza con figli spirituali, amici, conoscenti, sconosciuti che gli si rivolgevano da tutto il paese e sovente anche dall’estero, è ben chiaro che la chiave per tanti problemi che si sarebbero posti in seguito, nei primi decenni del XXI secolo, lui la conosceva già, e la indicava sia a quanti vivevano in URSS sia a quanti si erano trasferiti a vivere nel mondo «secolarizzato» occidentale, di cui lui non aveva alcuna esperienza. La chiarezza nel leggere situazioni e contesti tanto complessi e in gran parte ignoti, gli derivava dalla sua centratura in Cristo, che consentiva di andare incontro all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini. Senza questo, al contrario, come scriveva abbastanza audacemente ad Aleksandra Orlova-Model’ nel 1981, perfino le tradizioni, i «valori» possono diventare pietre d’inciampo:

Le “radici” di per sé sono una bella cosa, ma possono essere anche pericolose. Infatti, furono proprio le “radici” a impedire ai farisei di accogliere Cristo. Il passato va tenuto in considerazione, ma non fino al punto da impedirci il movimento. È un problema vecchio come il mondo. Il cristiano è sempre al confine tra l’avere radici e l’essere uno sradicato. La nostra radice autentica è il Vangelo. “Non abbiamo qui una patria stabile”.

Oppure, si prenda la sua visione dell’ecumenismo, radicato in «un’autentica ampia e profonda spiritualità, che non ha paura dell’alterità», e il suo approccio positivo nei confronti di ogni interlocutore, tutt’altro che privo di discernimento ma, al contrario, valorizzatore del buono che può trovare in ciascuno: «Il mio consiglio… Prendi il meglio dalla gente. Come, ad esempio, leggendo Tolstoj e Dostoevskij prendiamo quel che vale, pur magari non essendo affatto d’accordo con le loro concezioni sociali ecc. Conserva la magnanimità d’animo… Debolezze e peccati non sono prerogative delle confessioni, bensì degli uomini. Vi sono migliaia di ortodossi superficiali e molti fedeli di altre confessioni che hanno una fede profonda. E proprio su questo, cioè sulla “verità” di ciascuno verterà il “giudizio di Dio”. I santi ci sono maestri su questo cammino. Ecco in due parole quello che volevo dirti. Non lasciarti turbare. Verità e salvezza non sono negli uomini. Come ha detto san Paolo, ci salviamo soltanto nella fede in Cristo Gesù».

 

La serata su p. Men’ alla Biblioteca dello Spirito, a Mosca.

E, ancora, la limpidezza del vedere attraverso crisi e difficoltà la via attraverso cui il cristianesimo si dispiega, tra il «presentimento del Regno dello Spirito che verrà e l’eredità dei grandi focolai di fede che furono accesi dai nostri padri», riconoscendo la sua bellezza inarrestabile: «La Chiesa siamo noi, noi stessi. Non dobbiamo star lì ad aspettarci qualcosa, dobbiamo metterci in moto noi. Non pensare che io non creda a quanto mi racconti. Sono ben informato, e mi sono fatto un’idea abbastanza chiara della crisi seguita al Concilio. Svolte di questo genere non possono non lasciar traccia. Ma non è affar tuo. Non sta a te preoccuparti della “politica del Vaticano”. Sono questioni umane, non è qui che si gioca la verità della Chiesa. Le riforme del rito sono sempre un esperimento e un esperimento doloroso. La nuova generazione le maturerà. Si calmerà con il tempo anche l’onda di “sinistrismo”. Sono tutte mode, come ce ne sono state tante nella storia… Anche da noi le riforme della Chiesa hanno suscitato delle crisi (a partire dai vecchi credenti fino agli innovatori).

La vita è una cosa complessa, e i cristiani vi sono immersi fino in fondo… La cosa più importante resta il livello della vita spirituale. Non lo si risolleva con decreti e riforme. Si ridesta nel profondo. E quando lo vediamo decadere, dobbiamo moltiplicare la nostra responsabilità. I cardinali vanno e vengono, la Chiesa resta… La verità ti riporta sempre al cuore».

Proprio la consapevolezza della contemporaneità di padre Aleksandr, della profondità del suo contributo di teologo, padre spirituale e missionario (i suoi libri sono stati finora diffusi in circa 8 milioni di copie, e tradotti in 43 lingue), urge a un nuovo passo: uscire dai generici apprezzamenti (grande umanista ortodosso, straordinario pastore, profondo teologo, personalità paragonabile a Maritain, Clément, Mounier, Bonhoeffer, Claudel, Antonij di Surož e via di questo passo), per decifrarne, scandagliarne realmente il messaggio e metterlo a disposizione dell’uomo del XXI secolo.

La croce sul luogo del martirio a Semchoz.

Questo lavoro è già stato iniziato, in parte, grazie a singoli contributi, spesso realizzati in periferia e poco noti al grande pubblico: è il caso di padre Dmitrij Predein e della sua monografia uscita a Odessa nel 2015, Padre Aleksandr Men’ come insigne catecheta e missionario ortodosso della seconda metà del XX secolo. E sta continuando in mille rivoli, non solo nell’ambito ecclesiastico (il patriarcato di Mosca sta ora pubblicando sistematicamente la sua Opera Omnia), ma anche laico, ad esempio attraverso tesi di laurea e di dottorato: per citare un solo caso, alla Biblioteca dello spirito di Mosca, durante la presentazione della mostra fotografica su padre Men’ curata dalla parrocchia di San Sergio (Semchoz, luogo dell’abitazione e dell’uccisione del sacerdote), abbiamo conosciuto Ksenija, una studentessa siberiana di Tomsk venuta appositamente nella capitale per raccogliere materiali per la tesi che sta scrivendo all’università statale della sua città.
Padre Viktor Grigorenko, che a Semchoz ha una particolare responsabilità in questo lavoro comune di custodia della memoria di padre Aleksandr, è all’opera per coordinare tante ricerche e interessi, consapevole che non è affatto un compito accademico, come ha detto nel corso della serata alla Biblioteca dello Spirito: «Tutto quello che è riuscito a dire padre Aleksandr, la sua gigantesca eredità, ogni parola dei suoi libri, lezioni e interventi è – per usare una sua stessa espressione – “una freccia lanciata nell’eternità”, che continua ancor oggi a colpire i cuori e le anime di migliaia di persone, aiutandole a incontrare la fede in Cristo».

 

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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