5 Settembre 2019

Ortodossia: tre voci sui travagli della Chiesa

Redazione

L’onda lunga della crisi dell’ortodossia ucraina arriva in Europa, aprendo contenziosi tra le varie comunità ortodosse. Cosa possiamo imparare da una vicenda che unisce molte criticità comuni a tutte le confessioni, e le società.

È in pieno sviluppo la questione dell’ex Esarcato russo ortodosso in Europa occidentale, nato per accogliere la realtà ecclesiale dei profughi russi che dopo la rivoluzione e la guerra civile non ritennero di poter più aderire al Patriarcato di Mosca, troppo vincolato dal nuovo potere sovietico, e che il 27 novembre 2018 è stato abolito dal patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, che l’ha retrocesso a semplice Arcivescovato. Ora la comunità non appartiene più ad alcuna giurisdizione. Tanto più che il Santo Sinodo di Costantinopoli il 30 agosto ha mandato in congedo canonico monsignor Jean arcivescovo di Charioupolis, togliendogli la cura delle parrocchie di tradizione russa in Europa occidentale. Questo ha inasprito le posizioni e l’arcivescovo Jean ha dichiarato ufficialmente che ora rimane una sola scelta, il Patriarcato di Mosca. In queste condizioni, l’ex Esarcato si appresta ad affrontare l’Assemblea generale dei delegati delle parrocchie che dovrà decidere il proprio destino.
L’Arcivescovato possiede a tutt’oggi 65 parrocchie, due monasteri e sette eremi dispersi tra Francia, Belgio, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Norvegia, Svezia, Danimarca, Italia e Spagna; i sacerdoti sono oltre un centinaio, e i diaconi 30.

Le discussioni interne sono intense, accorate, e i pareri quanto mai discordi, tanto che l’unità della comunità sembra compromessa; alla fine dei conti le vie percorribili sembrano ridursi a due: restare con Costantinopoli, oppure (come vorrebbe lo stesso arcivescovo) tornare con Mosca, la patria d’origine con cui non si può rompere.

Fra i tanti che si sono espressi in merito, abbiamo scelto tre voci che dicono con sincerità timori e posizioni personali; ognuno difende in qualche modo la propria realtà concreta ma allo stesso tempo cerca quasi a tentoni quella visione alta e universale della Chiesa senza la quale il particolare naufraga nei flutti della storia. Per questo la cronaca di questa specifica vicenda della Chiesa universale è uno specchio in cui ci riflettiamo tutti, immersi come siamo nelle stesse critiche, divisioni e ansie legate al cambio d’epoca e alla perdita di punti di riferimento assoluti, non legati a ideali, scelte, appartenenze, tradizioni o virtù umane.

Padre Vladimir Zelinskij, intellettuale dissidente, teologo, consacrato sacerdote nella giurisdizione di Costantinopoli perché non accetto al Patriarcato di Mosca, emigrato in Occidente nel 1991, attualmente parroco a Brescia; padre Aleksej Struve, erede di una grande famiglia di pensatori cristiani emigrati a Parigi subito dopo la rivoluzione, rettore della cattedrale di Sant’Aleksandr Nevskij a Parigi. E padre Georges Ashkov, parroco delle parrocchie di Biarritz, Saint-Sébastien, Pamplona e Lourdes, decano della regione del Sud-Ovest francese. Tutti e tre sacerdoti, tutti e tre con una storia di attaccamento alla Chiesa e alla libertà di coscienza, eppure hanno posizioni molto diverse. Ma la loro è una ricerca sincera. Per questo le loro ragioni e preoccupazioni illuminano i tanti risvolti della questione, nella ricerca di un criterio di giudizio ecclesiale e non politico. Nonostante ciascuno di loro abbia fatto la propria scelta, per certi versi «politica», nelle loro considerazioni ritorna l’idea comune che nella Chiesa non ha senso «scegliere il meglio», una giurisdizione piuttosto che l’altra, perché questo contraddice la natura stessa della comunione.
Riportiamo ampi stralci delle loro lettere.

Vladimir Zelinskij
Nessuno voleva scegliere…

…Ma ci hanno costretti. Noi dell’Esarcato ce ne stavamo tranquilli, amici e in comunione con tutti, non eravamo ricchi, vivevamo del ricavato delle celebrazioni ma liberi e indipendenti. Tuttavia il Signore ci stana dai nostri comodi rifugi. E ci mette davanti a decisioni che non vorremmo prendere.

Il 27 novembre il Patriarca Bartolomeo ha chiamato a Istanbul il nostro arcivescovo Jean di Charioupolis e gli ha comunicato senza troppi giri di parole: «Ho una brutta notizia per lei. L’Esarcato russo è stato sciolto. Lei diventerà vicario del metropolita greco in Francia Emmanuil. Le sue parrocchie entreranno a far parte delle metropoli greche dei vari paesi europei. Non c’è più uno spazio speciale per loro nella nostra Chiesa». E in ogni paese i greci, chi con un cortese invito, chi con un secco ordine, si sono affrettati a farci presente che ora siamo roba loro.

Ma qui si è messo in luce un dettaglio essenziale che loro non hanno colto o non hanno tenuto in considerazione. Il Patriarca Ecumenico aveva la facoltà di sciogliere l’Esarcato che Costantinopoli aveva istituito, ma non poteva sciogliere l’Arcivescovato, che non è stato creato da loro e può sussistere senza di loro. L’Arcivescovato è un gruppo di parrocchie che condividono una comune tradizione, e si attengono alle decisioni del Concilio di Mosca del 1917-18 (l’elezione dell’arcivescovo da parte dell’assemblea generale di chierici e laici, il ruolo particolare dei consigli diocesani e parrocchiali, ecc.). Adesso queste parrocchie devono decidere se «disperdersi tra i greci» oppure restare un organismo ecclesiale unitario. All’Assemblea generale del 23 febbraio 2019, 193 hanno votato per l’unità, contro 16.
Restare uniti, dunque, ma come? In che forma? A questo proposito non c’è unanimità…

L’unica soluzione praticabile è quella del Patriarcato di Mosca. Ed è anche quella che incute più timore. Ma offre all’Arcivescovato un’autonomia dignitosa, che accolga tutte le nostre «bizzarre» tradizioni introdotte dal Concilio di Mosca, in pratica senza chiedere nulla in cambio, per ora. Una simile scelta ha molti sostenitori, ma è anche quella che suscita la maggiore opposizione. Su questo punto si discute vivacemente. In una lettera dell’11 maggio 2019 che ho indirizzato all’Assemblea di Parigi ho sostenuto che per noi, Chiesa russa in Europa, è impossibile perseverare nella rottura col Patriarcato di Mosca.

La realtà, come la vedo io, sta in questa termini. Noi tutti siamo abituati all’indipendenza, e nessuno la vuole perdere. E fin qui siamo tutti d’accordo. Ma sul piano umano e sociale le nostre situazioni ecclesiali sono molto diverse. In tutti i paesi, e in particolare nelle capitali, esistono delle comunità già consolidate, i cui membri hanno già scelto da tempo il proprio cammino ecclesiale. In genere sono emigrati della terza o quarta generazione, oppure europei che non hanno alcun legame di sangue con la Russia.

Liturgia della Trasfigurazione, cattedrale di S. Aleksandr Nevskij, Parigi.

In Italia la situazione è molto diversa. Qui non c’è stata la prima emigrazione, né ci sono i suoi discendenti. Fatta esclusione per i bambini (che sono già numerosi) e gli italiani convertiti (alcuni dei quali già sacerdoti), non conosco nessun ortodosso che sia nato in questo paese. Nella stragrande maggioranza sono arrivati come migranti economici, sono riusciti faticosamente a regolarizzarsi e sono rimasti, se non per sempre perlomeno a lungo… ed ecco che hanno trovato una parrocchia ortodossa. Quasi tutti costoro, come i genitori e i nonni, appartenevano al Patriarcato di Mosca. Nessuno di loro ha mai saputo niente dell’Arcivescovato delle Chiese ortodosse russe in Europa occidentale. Per loro una chiesa vale l’altra, se celebra nella loro maniera, se la Chiesa di Mosca li riconosce è tutto normale. Ed è stato tutto normale fino a che non è stato inferto un colpo d’ascia sulla nostra casa, che l’ha spaccata in due. E [nel mio caso] una quarantina di persone, circa la metà della parrocchia, è scomparsa nel nulla senza proferire parola. Sono rimasti i fedelissimi, o quelli cui le tempeste ecclesiali non importano un fico secco.
Coloro che, all’Assemblea, non erano d’accordo sulla scelta per Mosca in genere non hanno saputo proporre niente di proprio. Dicevano che esiste un’altra via d’uscita, ma chissà perché non l’hanno verbalizzata, è restata nel non detto…
In pratica, l’Arcivescovato deve scegliere tra due vie: andare o non andare con Mosca…

Molti russi mi hanno duramente accusato per la scelta a favore di Mosca. E subito hanno cercato di aprirmi gli occhi. Ma i miei occhi sono già da tempo desolatamente aperti. Non sono riuscito a trovare nella storia della Chiesa ortodossa russa – anche se tutto il periodo antecedente a Sergio viene sempre contrapposto al sergianesimo [così è definito il periodo seguito alla cosiddetta proclamazione di fedeltà al potere sovietico, pronunciata nel 1927 dall’allora metropolita Sergio. Ndr] – un periodo abbastanza lungo in cui le cose siano andate diversamente. Prendo un episodio del passato:
«Il sacerdote era considerato dalle autorità come un pubblico ufficiale che doveva servire per prima cosa lo Stato e soltanto poi Dio, e al pari degli altri impiegati doveva raccogliere le denunce e scrivere delazioni. Nella prassi della Cancelleria segreta di Pietro il Grande era in uso un termine nuovo e mai sentito: “interrogatorio confessionale”. Veniva usato con i prigionieri che morivano sotto tortura: mentre il sacerdote li confessava lì accanto c’era un segretario munito di carta e penna. L’“interrogatorio confessionale” era considerato una fonte informativa assolutamente veridica, perché in punto di morte un uomo non può mentire» (E. Anisimov, La missione della Chiesa ortodossa russa al tempo di Pietro, in «Cerkov’ i vremja» n. 4, 2006).

Immaginiamoci il carnefice che tortura, il prete che confessa, il segretario che lavora solerte di penna. Non riesco a pensare un oltraggio peggiore al sacramento della confessione, ma tant’è, anche questo è stato ascritto all’ordine delle cose secondo la volontà di Dio.
Anche questo è stata la nostra Chiesa. E tuttavia in questa stessa Chiesa sono sempre esistiti, esistono ed esisteranno uomini di Dio, noti e ignoti, santi e martiri. Il corpo divinoumano della Chiesa è fatto di grano buono e zizzania, e non si possono separare prima della mietitura. Per questo io non riesco a considerare il periodo sovietico della nostra Chiesa come un tempo particolare, imperdonabilmente peccaminoso, separandolo dal resto della sua storia.

La storia è unitaria, o la prendiamo per quello che è, o ci perdiamo nella ricerca della Chiesa ideale. Chiesa ideale che, nella realtà dei fatti, si trova dalla parte opposta del mio ideale.

Inoltre tutti questi discorsi giusti (anche giustissimi) sul sergianesimo vengono espressi con una tale superbia, con una tale sicurezza di essere dalla parte giusta della storia, con tale certezza di andare a braccetto con la verità che non riesco più a recepirne il senso, e sento soltanto la natura umana che vi sta dietro.

Nella mia lettera non nascondevo il fatto che vorrei salvare la mia comunità, che non può restare all’infinito a vagare nel vuoto. Gli amici che mi hanno rimproverato di essere «filomoscovita» sono e restano parrocchiani di chiese appartenenti a Mosca, e mai mi salterebbe in mente di accusarli di incoerenza. Un sano senso di realismo cristiano, senza fanatismo, li trattiene dal cercare un’utopistica Chiesa «pura», immaginata da loro.

In tutti questi anni, mentre a Brescia mi trasferivo da una chiesa cattolica all’altra, di quelle gentilmente messemi a disposizione, non sono mai passato a un’altra giurisdizione. Nemmeno ora voglio fare questo passaggio, resto nell’Arcivescovato, che è la mia Chiesa russa.
Ma è venuto il momento di fare una scelta.
E la mia scelta è semplice: la comunità, in cui praticamente tutti i parrocchiani ancor oggi si sentono figli del Patriarcato di Mosca, non può e non deve essere in «conflitto eucaristico» con esso. Ma non deve nemmeno sacrificare la libertà e la tradizione che si è acquistata.

Alexis Struve
Perché scelgo Costantinopoli

Dopo la decisione del Santo Sinodo del Patriarcato ecumenico del 27 novembre scorso, la nostra diocesi sta vivendo un periodo di incertezza e di indecisione. Credo siamo tutti d’accordo che questo periodo deleterio debba finire. Ma il processo decisionale dev’essere costruito sulla trasparenza dell’informazione, su una concertazione leale, sulla fiducia reciproca, senza cedere alle passioni. Ho purtroppo l’impressione che queste condizioni siano tutt’altro che rispettate, e questo è esiziale.
Il problema sorpassa ampiamente le nostre persone, le nostre origini nazionali, le nostre inclinazioni tradizionaliste o moderniste; il problema è la Chiesa di Cristo e la sua testimonianza nel mondo; il problema è l’eredità di quello straordinario spazio di libertà che ci hanno lasciato i nostri padri, fondatori dell’Arcivescovato.

È chiaro che dovremo prendere, nei prossimi mesi, una decisione cruciale per il nostro futuro. È chiaro altresì che la nostra diocesi di domani non somiglierà a quella di oggi, né a quella che abbiamo conosciuto nel passato. Forse è venuta l’ora di un salutare chiarimento. Questo non ha niente di drammatico in sé, ma richiede che ci sia un’esigenza personale sia da parte dei nostri dirigenti che di ciascuno di noi. Cosa sappiamo al momento presente?

• Sappiamo che monsignor Jean, con un gruppo di persone, ha svolto a Vienna dei negoziati con alcuni alti rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Ci sono pervenute informazioni quanto mai contraddittorie su questo incontro; alcune addirittura sorprendenti, senza che vi siano state smentite ufficiali.
• Sappiamo che il patriarca Bartolomeo, durante l’incontro con una delegazione del nostro Arcivescovato, ha riconosciuto che la decisione del Sinodo non era stata coordinata e che la comunicazione a monsignor Jean non è stata fatta nel migliore dei modi. Ha aggiunto che è disposto a considerare delle modifiche per poter garantire che sia mantenuta la tradizione della nostra diocesi nel quadro di un vicariato, come pure la sua autonomia. Ha inoltre espresso il desiderio di incontrare nuovamente monsignor Jean per uno scambio di idee, ma quest’ultimo ha declinato l’invito con la scusa che in quel caso sarebbe obbligato a obbedire…
• Sappiamo infine che l’Assemblea generale del 7 settembre è stata convocata senza consultare i membri del Consiglio dell’Arcivescovato e che il dialogo tra molti suoi membri e monsignore è praticamente chiuso.

Dopo che il 23 febbraio 2019 l’Assemblea generale ha votato al 93% a favore dell’unità dell’Arcivescovato, abbiamo già perduto una buona dozzina di parrocchie. Senza parlare di quanti hanno già dichiarato «Costantinopoli mai» o «Mosca mai»… In pratica, il voto è stato un colpo di spada nell’acqua, ma ha anche indotto in errore, dando l’impressione che tutto possa tornare «come prima» senza vedere realmente lo stato in cui si trova la nostra diocesi. Non si tratta di essere né miserabilisti né disfattisti, ma semplicemente realisti. Mi sembra che noi viviamo sempre nell’illusione della grandezza di ciò che il nostro Arcivescovato è stato. Nei sussulti della storia, l’Arcivescovato continua a dare l’impressione di non sapere come posizionarsi tra le proprie origini e la propria missione hic et nunc. Dalla fine degli anni ’90 abbiamo sprecato le nostre energie nelle tensioni interne, alimentate da forze esterne, e siamo incapaci di avere una visione chiara e unitaria del nostro futuro. Profondamente indeboliti e divisi, non riusciamo ad ordinare sacerdoti che escano dai nostri ranghi, per non parlare dei vescovi.

…Nella storia del nostro Arcivescovato ci sono sempre state dispute e dibattiti, il che non è necessariamente negativo. Ma oggi le divisioni sono profonde e in certo qual modo distruttive. Ci impediscono di costruire qualcosa di nuovo.

E tuttavia la nostra diocesi è depositaria di un’eredità inestimabile, di cui a volte non abbiamo coscienza. In questo abbiamo una responsabilità collettiva. La decisione del Santo Sinodo di Costantinopoli del 27 novembre è certamente brutale, ma ci pone a un bivio e ci obbliga a riconsiderare radicalmente la nostra situazione. È doloroso ma, ne sono convinto, salutare.

Per essere franco, sono molto a disagio davanti all’idea di scegliere una giurisdizione. La Chiesa non è un supermercato dove si sceglie una giurisdizione dal mazzo, in funzione delle proprie origini, del carattere simpatico o antipatico del vescovo, o anche del risentimento che nutriamo nei confronti di una certa Chiesa.

Interno della chiesa di S. Maria della Fonte, Costantinopoli.

Per parte mia, sono nato nel Patriarcato di Costantinopoli, i miei genitori vi hanno lavorato per tutta la vita. La nostra diocesi è sotto la protezione di questo Patriarcato da quasi cent’anni. Nonostante le maniere usate dal Patriarcato, mi è difficile non essergli più fedele. Del resto, l’opzione Costantinopoli resta ecclesialmente la più giusta.

Molti teologi hanno affermato che il Patriarcato ecumenico resta il primo ed è il garante dell’unità e cattolicità della Chiesa ortodossa nella sua dimensione sia locale che universale. La soluzione russa sarebbe, nonostante le qualità di questa Chiesa, un grave errore poiché viviamo in mondi troppo differenti. Alcuni dicono che sarebbe un ritorno alle fonti. Ma a parte il fatto che ci sono molti che non hanno origine russe nelle nostre parrocchie, io direi che le fonti dell’Arcivescovato sono altrove. Ad ogni buon conto, non sono in una struttura ereditata dal XIX secolo dalla Russia imperiale, dove la Chiesa era connivente se non sottomessa all’autorità civile.

Sì, le nostre origini e le nostre tradizioni sono russe, e questa è sicuramente una ricchezza, ma le nostre fonti non sono la Russia. Le nostre fonti sono il rinnovamento creato dalla «Scuola di Parigi», dai teologi creativi dell’Istituto san Sergio in dialogo permanente con il mondo.

Le nostre fonti sono la Chiesa dell’emigrazione, libera dalla tentazione del denaro perché viveva in povertà, e libera dalla tentazione del potere perché aveva una posizione insignificante sul piano politico. Insegnando la Chiesa come spazio di libertà, dove la grandezza dell’uomo è chiamata a manifestarsi nell’amore di Cristo…
Seguire o no il nostro vescovo?

Monsignor Jean ha indicato chiaramente che la sua scelta personale è stata fatta. Si tratta di unirci al Patriarcato di Mosca che solo, a suo avviso, offre la possibilità di assicurare esistenza perenne al nostro Arcivescovato. Molti che sostengono oggi il ricongiungimento con il Patriarcato di Mosca usano come argomento la fedeltà e l’obbedienza al vescovo. Io amo e rispetto molto monsignor Jean, che è un pastore attento a ognuno, che ha saputo ristabilire la pace nella nostra diocesi dopo anni di dissidi… Ma non per questo sono obbligato a seguirlo se non sono d’accordo con lui. La pratica dell’obbedienza è una questione complessa nella Chiesa. Al momento del battesimo il cristiano non fa la promessa di obbedienza, ma di seguire Cristo in piena libertà. È proprio questa libertà offerta da Cristo che costituisce la grandezza dell’uomo. L’obbedienza dev’essere illuminata: è un’obbedienza filiale, fondata sulla fiducia e il rispetto. L’obbedienza del sacerdote al vescovo non dev’essere passiva ma realmente arricchita dalla fede. Non essere d’accordo con il proprio vescovo non è un segno di scetticismo, ma al contrario un segno di fedeltà a ciò che si ritiene essere, in spirito conciliare, il giusto cammino. L’obbedienza al vescovo non va mantenuta al prezzo inaccettabile di perdere lo spirito unico del nostro Arcivescovato.

Tenendo conto delle nostre divisioni interne, è chiaro che la nostra diocesi non sarà domani quella che è oggi. Siamo chiamati a fare una necessaria chiarezza, probabilmente a separarci. Non dobbiamo mentire a noi stessi, ma riconoscerlo semplicemente. D’altronde, penso che abbiamo l’obbligo, davanti a Dio e agli uomini, di farlo con l’intelligenza del cuore, e per quanto possibile in buon accordo. Troppe persone, soprattutto giovani, hanno lasciato le nostre parrocchie a causa delle nostre continue dispute. Certo, vista la decisione di Mosca di rompere la comunione eucaristica con Costantinopoli, domani probabilmente non potremo più celebrare e comunicarci insieme. D’altra parte, se non avessi che una sola ragione a sostegno della mia reticenza di fronte alla scelta per Mosca, questa sarebbe proprio il fatto che trovo scandaloso usare l’eucarestia come uno strumento al servizio della propria politica; usarla come strumento di pressione in una disputa tra vescovi, a detrimento dei fedeli.

Cerchiamo, tutti, di non diventare estremisti nel sostenere le nostre rispettive cause. Siamo anche attenti, comprensivi e responsabili davanti alle nostre comunità, che sono smarrite anch’esse davanti alle fragilità delle nostre Chiese, e alle fragilità di noi preti.

S. Irene, una delle prime chiese di Costantinopoli, oggi sala da concerto.

Georges Ashkov

Né Mosca né Costantinopoli

Non è un segreto che i membri del Consiglio sono divisi: un partito preferisce negoziare con il Patriarcato di Costantinopoli, l’altro col Patriarcato di Mosca. È preoccupante. La nostra Chiesa è minacciata da uno scisma. È terribile!

Noi della parrocchia di Biarritz non diamo indicazioni sulla Chiesa autocefala che preferiamo, poiché ci sono opinioni diverse tra noi, ma io cerco di mantenere l’unità e di guidare i miei fedeli perché pensino innanzitutto alla loro Chiesa. Noi abbiamo fatto la cosa essenziale facendo appello al principio fondamentale della sobornost’ (conciliarità), che è un fondamento del nostro Arcivescovato. Sono certo che in una situazione di crisi dobbiamo cercare una soluzione fuori dell’ordinario.

Noi siamo rimasti coinvolti nel conflitto tra i Patriarcati di Mosca e di Costantinopoli, legato alla crisi della Chiesa ucraina.

Ma questa crisi è il riflesso della crisi generale della Chiesa ortodossa. Una crisi che non è cominciata l’anno scorso. È importante capire che i Padri dei Concili ecumenici hanno definito le caratteristiche fondamentali della Chiesa, ma noi non abbiamo un dogma sulla Chiesa in quanto tale. Per questo, studiando la storia della Chiesa, ci accorgiamo di non avere un modello ecclesiologico inequivocabile.

Se esaminiamo la questione in termini generali, troviamo nella storia della Chiesa ortodossa tre tipi principali di ecclesiologia:

• L’ecclesiologia eucaristica (sacramentale) della Chiesa primitiva (I-III secolo);
• La versione bizantina dell’ecclesiologia universale del Medioevo (soprattutto dopo il Grande scisma [del 1054. Ndr]);
• La situazione ecclesiologica moderna, iniziata nel XIX secolo. Epoca che corrisponde alla parata delle giurisdizioni nazionali autocefale. Questa situazione non corrisponde all’ecclesiologia antica né a quella medievale.

Oggi, nella vita della Chiesa, osserviamo queste tendenze: il Patriarcato di Costantinopoli tenta d’imporre a tutti l’universalismo bizantino, ma i canoni medievali non funzionano più. Il Patriarcato di Mosca ed altri agiscono nello spirito di un nuovo modello di federazione di Chiese autocefale, che non è contemplato dai canoni.

Nel XX secolo sono nate inoltre delle Chiese che tentano oggi di riprendere i principi dell’antica ecclesiologia sacramentale, gli esempi più cospicui sono la Chiesa ortodossa d’America e il nostro Arcivescovato.

In questi vari modelli la correlazione fra il principio gerarchico e il principio conciliare (sobornost’) nella struttura della Chiesa (a tutti i livelli della vita ecclesiale) è diversa, talvolta contraddittoria. Ed è per questo che oggi ci troviamo di fronte a un conflitto tra le nuove circostanze storiche e i canoni della Chiesa; a un conflitto tra la dottrina ecclesiologica e la prassi ecclesiastica. Vediamo tutti i segni di una crisi ecclesiologica in pieno sviluppo!

I segni di tale crisi sono apparsi nel XIX secolo in Russia, ed hanno spinto alcuni teologi russi a fare delle ricerche. Le opere principali sull’ecclesiologia appartengono ad Aleksej Chomjakov (in particolare il suo richiamo al principio della sobornost’ nella vita della Chiesa), e a padre Evgenij Akvilonov, che fu all’origine del rinnovamento dell’ecclesiologia sacramentale (la dottrina evangelica della Chiesa come Corpo di Cristo). Poi ci fu un ampio dibattito in seno alla Chiesa e alla società russa, durante la preparazione del Concilio locale, che fu seguito dalle decisioni prese dal Concilio di Mosca del 1917-1918. L’ecclesiologia e le riforme della Chiesa furono la preoccupazione principale dei partecipanti. Per ragioni tragiche che tutti conosciamo queste riforme non sono state realizzate all’interno della Chiesa russa, ma hanno trovato spazio nella struttura e nella vita delle Chiese dell’emigrazione: negli Stati Uniti, nel nostro Arcivescovato in Europa occidentale, nelle diocesi del Patriarcato di Mosca in Inghilterra, e in parte anche nella Chiesa ortodossa russa all’Estero.

I teologi dell’Istituto San Sergio di Parigi hanno proseguito l’opera di Chomjakov, Akvilonov e dei padri Conciliari di Mosca nel 1917-1918. L’ecclesiologia era il tema principale dei loro scritti, in particolare per padre N. Afanassieff, padre A. Šmeman e padre J. Meyendorff.

Tuttavia, non è per caso che ho citato il secondo principio della vita della Chiesa, quello gerarchico. Devo dire purtroppo che questo principio non si esprime quasi nella nostra diocesi.

Secondo l’ecclesiologia, il tratto fondamentale della Chiesa è l’assemblea (comunità) eucaristica del popolo di Dio, presieduta dal vescovo che viene eletto dal popolo e consacrato dai successori degli apostoli. A prima vista sembra che questo basti a fondare una Chiesa locale, e che nella nostra Chiesa noi abbiamo tutto il necessario per farlo. A lungo ho creduto che il metropolita Evlogij avesse scelto bene quando, nel caos della vita ecclesiale dell’epoca [gli anni ’30. Ndr] pose la sua Chiesa sotto l’alto patronato canonico del Patriarcato di Costantinopoli. Mentre le altre Chiese, la metropoli americana e la Chiesa russa all’Estero decisero di restare indipendenti. Ora ho cambiato opinione.

In quella situazione il metropolita Antonij Chrapovickij [della Chiesa russa all’Estero. Ndr] e i suoi collaboratori compresero intuitivamente che in un momento difficile di scismi ecclesiali, la Chiesa ha bisogno dell’organizzazione gerarchica. Pertanto formarono un sinodo e convocarono un Consiglio episcopale. Come sappiamo, la situazione temporanea delle Chiese dell’emigrazione è durata molto a lungo, sino a diventare permanente. Ma i fondamenti gerarchici hanno permesso a queste Chiese di percorrere un cammino spinoso e di preservare la Chiesa.

S. Maria delle Blacherne, Costantinopoli.

Cosa vediamo invece nella storia del nostro Arcivescovato? Inizialmente il metropolita Evlogij aveva dei vescovi in vari paesi: Francia, Inghilterra, Germania, Repubblica ceca. Ma poi lui e i suoi fedeli hanno deciso che il Patriarcato di Costantinopoli sarebbe stato il miglior garante per la vita della Chiesa. Il nostro Arcivescovato ha conservato un solo vescovo e alcuni vescovi ausiliari senza potere gestionale in Francia.

Di solito i partigiani della conciliarità amano contrapporre clericalismo e collegialità. Ma non è giusto. Padre Aleksandr Šmeman insisteva sul fatto che il principio gerarchico e quello della sobornost’ sono strettamente legati nella vita della Chiesa: la gerarchia esiste nella Chiesa perché la sobornost’ esiste.

Il modello che vede un solo vescovo in una Chiesa non può funzionare nel quadro di sviluppo di una Chiesa locale nelle condizioni moderne. La prima volta che il nostro «cappello canonico» ha creato dei problemi è stato nel 1965 [quando il patriarca ecumenico Atenagora tolse la sua protezione all’Esarcato russo, salvo poi tornare sulla sua decisione sei anni dopo. Ndr], ma allora nessuno ne aveva tratto le dovute conclusioni. E oggi il nostro Arcivescovato è precipitato nella crisi.

Nel nostro Arcivescovato osserviamo alcune norme della Chiesa antica, ma non possiamo dimenticare che non è possibile mettere sullo stesso piano le condizioni della Chiesa primitiva e le nostre. Da parecchi secoli l’ecclesiologia universale domina in seno alla Chiesa, dove i vescovi hanno il ruolo di rappresentanti della suprema autorità ecclesiastica. E da un paio di secoli esiste il sistema delle giurisdizioni nazionali autocefale. A tutto questo vanno aggiunte le vicende drammatiche della nostra civiltà e della Chiesa stessa.

Ne concludo che nelle condizioni moderne è impossibile formare una Chiesa locale sui principi del Concilio di Mosca e dell’ecclesiologia eucaristica nell’ambito di una sola diocesi isolata! Un esempio preclaro è la scomparsa della diocesi del metropolita di Surož in Inghilterra.

Un altro problema che vedo nella nostra crisi sono il pessimismo e il minimalismo.
Se ci fate caso, tutti i nostri pensieri e propositi sono volti alla ricerca di una recezione esterna. Noi cerchiamo qualcuno che ci salvi, una Chiesa autocefala qualsivoglia che ci autorizzi a vivere secondo i nostri statuti, ad essere liberi come prima. Qui le parole chiave sono «liberi» e «come prima» che celano la voglia di vivere tranquilli. Viceversa la condizione morale del singolo cristiano dev’essere il coraggio davanti alle minacce del mondo.
Il dono della libertà è una grande responsabilità.
Noi abbiamo perso la fiducia nella nostra Chiesa, nelle nostre forze. Ci piace organizzare dibattiti sulle questioni ma non vogliamo prendere delle decisioni ed esserne responsabili. Vogliamo che qualcun altro decida per noi, per il nostro destino. La diocesi non si è più evoluta negli ultimi dieci anni perché siamo troppo passivi, chiudiamo gli occhi davanti ai problemi che esistevano già prima. Per questo, durante le nostre riunioni, sentiamo parlare delle nostre preferenze politiche, nazionali e personali, ma non troviamo argomenti ecclesiologici chiari.

Non possiamo più vivere come prima. E tanto meglio così! Non dobbiamo più vivere in modo passivo e tranquillo. La crisi è una malattia. Ma è anche un’occasione per l’organismo di rinnovarsi nella lotta con la malattia.

 

 

 

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