27 Febbraio 2021

Come cambia la fede nella metropoli

Giovanna Parravicini

È ancora valida l’idea che gli ortodossi in Russia sono conservatori e tradizionalisti, restii ad accettare le sfide, sulla difensiva di fronte al diverso? Un libro e un canale youtube ci mostrano una nuova realtà, fanno il ritratto dei «nuovi credenti metropolitani».

Sono ancora valide le idee che circolano a proposito dei fedeli ortodossi in Russia? Nell’immaginario collettivo li vediamo conservatori e tradizionalisti, vestiti (almeno in chiesa) quasi come personaggi ottocenteschi, timorosi di accettare le sfide della modernità, sulla difensiva di fronte alla diversità in quanto tale, comunque si presenti.

Recentemente è nato un progetto che vuole «fotografare» un diverso tipo di fedele, che non si lascia guidare semplicemente da una certa religiosità ma che approda molto concretamente alla Chiesa, portandovi dentro tutta la propria storia, i propri travagli, la propria creatività e il proprio impegno umano, culturale, sociale, addirittura politico. Il progetto finora ha trovato espressione nel libro La fede nella grande città e nell’omonimo canale youtube.

Nelle conversazioni con i protagonisti (i «nuovi» credenti, appunto) di cui è composto il progetto, il primo obiettivo è mettere a tema un’esperienza, con tutti i problemi, gli interrogativi, le scelte dolorose e a volte discutibili che essa comporta. Ad ascoltare, condividere, riflettere su questi temi insieme ai protagonisti sono due giornaliste, conduttrici televisive e registe, Tutta Larsen e Valerija Germanika, che non hanno propriamente quel che si dice un «pedigree ortodosso» ma nel tempo sono diventate credenti e praticanti.

Larsen Germanika

Da sin., Tutta Larsen e Valerija Germanika. (facebook)

Il libro che ne nasce è un’ulteriore testimonianza – in questo sta, innanzitutto, mi sembra, il suo valore – di una faccia della società e della Chiesa russa che fino a poco tempo fa sembrava inesistente o quantomeno non era nell’orizzonte dei media. Oggi, come dice uno degli intervistati, padre Pavel Velikanov,

«per una certa percentuale di credenti, tra cui semplici laici e parte della gerarchia, la Chiesa è un fragilissimo, trasparente tempio di porcellana, da spolverare con cura senza toccarlo troppo per paura di romperlo. Perché, Dio non voglia, se tocchi qualcosa, se sposti anche solo una cupoletta, si infrangerà andando in mille pezzi. Ma la Chiesa è il Corpo di Cristo, è un organismo vivente!

Provate a pensare che cosa succederebbe al nostro corpo se ci immobilizzassimo nel torpore e dicessimo che questa è l’unica nostra condizione possibile. Sarebbe la fine, il coma. Ebbene, la Chiesa non è in coma, è viva!».

Il libro, edito da Nikeja.

Il cambiamento è sempre possibile, «anche con una leadership come la nostra», afferma padre Pavel di contro all’obiezione di molti, esplicitata da Valerija Germanika: «oggi, con la nostra gerarchia un cambiamento è impossibile, impensabile». Ribatte, infatti, Velikanov: «È vero, ci sono persone che vogliono vedere il Corpo della Chiesa… morto. Sono le persone che vivono di paura. È facile inserirsi in un sistema stabile, prefissato. Molto più difficile è inserirsi in un organismo vivo: devi essere adeguato, rispondente. E questo richiede continui cambiamenti, sforzi, risorse, energie, cervello, cuore. C’è una grande parte della Chiesa in cui esiste una vita autentica. Forse è la periferia, ma forse, al contrario, è il cuore pulsante. E chiunque giunge alla Chiesa, prima o poi deve rispondere per sé alla domanda: dove sto, e con chi?».

Dalla sanità ai servizi sociali, passando per il rap

Nel volume incontriamo quindici storie ed esperienze diverse. Alcune si sviluppano nel campo della sanità e dell’assistenza: è il caso di Njuta Federmesser, che dirige la Fondazione Vera, una rete di hospices (il primo esperimento in Russia) nata dall’iniziativa di sua madre, l’oncologa Vera Millionščikova; oppure la storia di Viktorija Valikova, un medico che coordina una vasta attività di volontariato in America Latina; di Frederika de Graaf, olandese naturalizzata russa che da anni si dedica all’assistenza dei malati terminali. Altre vicende, come quella di Anna Semak, madre di sette figli e moglie di Sergej, allenatore dello Zenit (da cui ha divorziato, per poi risposarlo nuovamente dopo qualche tempo, in seguito a un percorso di fede fatto insieme), si svolgono invece nel mondo dei social e della comunicazione.

Uno dei personaggi più improbabili in questo dossier sulla fede in una metropoli è il noto rapper Basta (Vasilij Vakulenko). Lo dice lui stesso di sé, senza mezzi termini:

«Sono un tipo poco raccomandabile, pieno di contraddizioni e di cattiveria. È per questo che prego spesso Dio perché mi tocchi il cuore… A volte mi opprime la disperazione, ma proprio di qui nasce anche la speranza in Dio, che è ciò che manca agli atei. Se non fossi credente, probabilmente mi sarei sparato da un pezzo. Non sarei stato in grado di vivere, è troppo terribile…».

Basta, Come cambia la fede nella metropoli

Il rapper Basta. (wiki)

Il tema della morte, del suicidio, dell’«inferno, di cui ho toccato il fondo», l’esperienza degli aspetti più tremendi della propria personalità, la sensazione di essere arrivato al capolinea ritornano spesso nei suoi discorsi, insieme alla certezza che «sulla terra è impossibile fare qualcosa che Dio non possa perdonare». Da questa commossa gratitudine nasce la fiducia di poter educare i propri figli e di fare del proprio lavoro, della propria arte, un campo di missione. «Che cosa prova, che cosa desidera, pensando ai milioni di persone che la ascoltano?», gli chiede la sua interlocutrice. «Non so se riesco, ma quello che vorrei è interessare con le mie storture la gente – risponde Vasilij. – La miglior “predica” è quando guardi uno e pensi: “Perché prima si drogava e poi ha smesso? Perché beveva e poi ha smesso? O faceva delle porcherie e poi ha smesso? Che cosa gli è successo?”. Io vorrei che la gente, guardandomi, si chiedesse in chi credo».

Giornalisti e scrittori

Tra gli intervistati incontriamo anche Boris Korčevnikov, un noto giornalista che nel 2017 ha fatto una scelta di campo, passando dal primo canale della tv di Stato al canale ortodosso Spas (Salvatore), attratto soprattutto dalla libertà che ha visto come l’elemento fondante del cristianesimo. È un paradosso, ma è anche un fatto: niente e nessuno ti può togliere l’esperienza di libertà donata dal cristianesimo, neppure i problemi e le debolezze che si incontrano in tante strutture ecclesiastiche.

Come cambia la fede nella metropoli

Lo scrittore E. Vodolazkin. (wiki)

Evgenij Vodolazkin, forse il più noto tra gli scrittori russi viventi, intreccia strettamente il proprio percorso di fede alla domanda sul senso della «creatività, che è parte della natura umana». Il bisogno dell’uomo di affermare la propria esistenza (ich bin – il grido disperato che racconta di aver visto reiterato in una mostra d’arte contemporanea a Berlino), da cui scaturisce la prima scintilla della creatività, si incontra nella realtà con un dono, una risposta che è sempre eccedente la domanda stessa. La creatività, in ultima analisi, nasce dal dialogo tra due libertà, quella di Dio e – non da meno – quella dell’uomo, nella consapevolezza che ogni arte, e in particolare la letteratura, indipendentemente dal credo dell’artista «è un tentativo di esprimere l’inesprimibile. Esistono cose che è impossibile descrivere, e tu all’improvviso trovi la parola giusta… La letteratura dà i nomi alle cose, come Adamo ha dato i nomi agli animali nel paradiso terrestre. Le faccio il mio esempio preferito: Nabokov, un uomo ben lontano da Dio, descrive il terrore della morte vissuto da un suo personaggio, il quale non crede che lo attenda qualcosa nell’oltretomba. Ebbene, l’autore usa l’espressione “il rombo della conchiglia del perpetuo non-essere”. Ha presente, il rombo che sentiamo accostando una conchiglia all’orecchio…».

L’arte, la letteratura è una vita vissuta sulla soglia del mistero, in ascolto e in dialogo con l’inesprimibile. In definitiva: scrivere è un po’ come pregare, sintetizza Vodolazkin:

«I libri non sono forse un dialogo? Io ne sono convinto: quello che scrivo, in fondo sono come dei bigliettini indirizzati a Dio. Sono domande… E spero che Dio li guardi proprio così».

Il miglior premio? «Restare nella memoria di qualcuno», risponde Vodolazkin. Infatti, «a pensarci bene, nei momenti difficili l’uomo è sempre da solo, a tu per tu con Dio. Dagli altri lo separa una specie di parete di vetro… Anche se ci sono tante persone che gli vogliono bene, non sono in grado di arrivare fino a lui, di proteggerlo. In questi momenti capisci che solo la preghiera può arrivargli. Bisogna partire da qui». Dalla preghiera, dall’eco della bellezza dell’arte.

Monaci per la gioia

C’è infine una galleria di personaggi che dopo aver incontrato la fede hanno varcato una soglia importante, passando dal «mondo» a una vita interamente dedicata a Dio; ma, anche in questo caso, senza dimenticare di portare con sé il mondo per ricomprenderlo e santificarlo.

Come cambia la fede nella metropoli

Marija Senčukova. (facebook)

È il caso della giornalista Marija Senčukova, una ragazza che sprizza energia da tutti i pori. Giovane giornalista, il portale per cui lavora la invia in Jakutija per un reportage, e lei ne torna con la decisione di farsi monaca, per la gioia e il ribollire di vita che ha incontrato in quelle gelide terre della Siberia Orientale. Oggi, con il nome di Elizaveta spende là, in missione, le proprie energie, e mostra con orgoglio il velo monastico spiegando che si chiama apostolik: è cioè che la sua vita è stata presa dall’annuncio e consacrata all’annuncio, proprio come avvenne ai primi apostoli..

Incontriamo, ad esempio, il giovane monaco Andronik Pantak, che ha 27000 followers su Instagram; ha deciso di non aspettare che adolescenti e giovani arrivino in chiesa per riceverne «insegnamenti ed edificazione»: li raggiunge lui stesso, dove sono, sulla strada, nei loro ritrovi, per parlare loro di Cristo, della fede, del senso della vita. Ricordando il suo incontro con Dio, avvenuto in un ginnasio ortodosso, riconosce di non aver mai fatto altro, poi, che proporre a tutti lo stesso criterio che a suo tempo l’aveva riempito di stupore. «E qual è il criterio? Ho cominciato a fidarmi di Dio, a entrare in rapporto con lui. Vengono tanti a confessarsi e mi dicono: “Ho un mucchio di problemi…”. E io chiedo: “Ma con Dio lei ne parla?”. E in risposta sento di solito: “Beh… recito le lodi e i vespri, ripeto la preghiera di Gesù…”. “Benissimo! Ma con Dio discorre anche, qualche volta?”. E a questo punto subentra spesso il silenzio, e poi la domanda: “Ma come si fa?”. E tu capisci che questa persona, che magari conosco e frequenta la chiesa da anni, una persona sincera e onesta, non si è mai neppure immaginata che con Dio si possa essere amici, avere un rapporto personale!».
Ma come avviene in ogni rapporto personale, l’amicizia con Dio non è mai una cosa facile, indolore, perché quando Dio entra nella vita sconvolge i nostri castelli di carta, il piccolo mondo caldo e ovattato che ci siamo costruiti:

«Spesso, quando in risposta alla nostra preghiera tutto vola in pezzi, cominciamo a lamentarci per quello che abbiamo perso, invece di essere contenti che adesso il Signore costruirà per noi una dimora autentica».

Come cambia la fede nella metropoli

Padre Zinkovskij.

Padre Mefodij Zinkovskij, che insieme a suo fratello gemello – padre Kirill, anche lui monaco – ha fondato nei dintorni di Pietroburgo una casa di accoglienza per bambini orfani o abbandonati, prevalentemente con problemi psico-fisici, ha una laurea in fisica, oltre che in teologia. Non ha mai avvertito alcuna dicotomia tra fede e ragione, tra fede e scienza: questo perché la fede è un fatto – spiega – un’esperienza incontrovertibile, ancorché misteriosa e inspiegabile, allo stesso modo del mistero celato nella struttura dell’encefalo umano, paragonabile per la sua complessità alla struttura dell’universo. Nella fede è fondamentale l’incontro, l’esperienza personale di un mistero che non si lascia definire, ma la cui presenza è incontrovertibile. «Tu preghi Dio, e sembra che non ti risponda.

Ma poi incontri qualcuno, e si apre una porta che ti conduce a Lui. Nel cristianesimo è importantissimo il fatto che noi incontriamo Dio attraverso l’umanità di Cristo. Lui del resto si è manifestato a noi come uomo, per questo molto spesso ci attira a sé attraverso l’altro uomo».

Fede e umanità, infine, sono aspetti inscindibili. Oltre che ad amare il prossimo, anzi, proprio per poter amare il prossimo, ai suoi ragazzini padre Mefodij insegna che è importante «amare se stessi», una cosa che, sottolinea, «noi non sappiamo più fare». Parrebbe una contraddizione rispetto a tanti richiami al sacrificio di sé, alla mortificazione di cui certo cristianesimo è intriso. Padre Mefodij invece insiste: «Ai bambini è utile a volte ricordare: “Sai, tu sei nato cinque anni fa, ma Dio ti aveva già in mente quando ancora non esistevi”. E il bambino comincia a riflettere: “Allora, valgo qualcosa! Forse i miei genitori non sono contenti di me, forse non sono capace di fare certe cose, ma Dio mi pensava, mi aveva in mente”». E si aprono alla vita.

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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