2 Marzo 2017

La battaglia di Sant’Isacco

DI Redazione

Un nuovo casus belli, uno dei tanti che popolano le nostre cronache. E che serve come specchio anche di tanta indignazione nostrana. La Chiesa ortodossa russa ha ottenuto in uso […]

Un nuovo casus belli, uno dei tanti che popolano le nostre cronache. E che serve come specchio anche di tanta indignazione nostrana. La Chiesa ortodossa russa ha ottenuto in uso gratuito ed esclusivo la più grande cattedrale di San Pietroburgo, Sant’Isacco, grandioso monumento neoclassico di August de Montferrand, attualmente museo e meta turistica frequentatissima. Dopo alcuni rifiuti e titubanze, il comune di Pietroburgo ha accolto la richiesta della Chiesa ortodossa allorché il patriarca, venuto in visita pastorale a dicembre, ha avuto un colloquio privato con il governatore.
Si parla di «restituzione», ma in realtà non si tratterebbe neppure di questo, perché storicamente la cattedrale non è mai appartenuta alla Chiesa, facendo parte dei beni della corona. Comunque sia, il 10 gennaio 2017 il governatore Georgij Poltavčenko ha annunciato che la questione della cattedrale di Sant’Isacco è ormai risolta, e che la chiesa sarà ceduta in uso gratuito per 49 anni alla Chiesa ortodossa. Da qui è scoppiato un conflitto civile quale non si vedeva da anni a Pietroburgo; uno scontro che ha assunto i toni della crociata, dove laici e credenti si contrappongono a muso duro, e dove vince la retorica dell’indignazione.

Da una parte sono scesi più volte in piazza deputati dell’opposizione, Nikolaj Burov, direttore del Museo di Sant’Isacco con i suoi 500 dipendenti che temono di perdere il posto, l’Unione dei Musei russi, l’Unione degli scienziati di Pietroburgo, sino al direttore dell’Ermitage Michail Piotrovskij. In più sono saltati sul carro della protesta tutti i soggetti antigovernativi, compresa l’Organizzazione degli atei russi e i vari gruppi Lgbt, che hanno aggiunto un accento radicale allo schieramento. Dall’altra parte i sostenitori della Chiesa e della pubblica amministrazione, legata al partito di governo, hanno organizzato due processioni in risposta.
Il problema di fondo, a quanto dice il «partito laico», sarebbe di carattere artistico ed economico: Sant’Isacco è uno dei musei più redditizi in Russia, incassa ogni anno 783 milioni di rubli (poco meno di 13 milioni di euro), cosa che lo rende finanziariamente autonomo e in grado di provvedere ai propri restauri; ora pare che la Chiesa ortodossa intenda abolire il museo. Cosa accadrebbe in questo caso al prezioso edificio storico? E che ne sarebbe dei suoi quasi 500 impiegati?

Il patriarca dal canto suo ha tentato di chiarire le intenzioni della Chiesa, esortando tutti a ricordare che sono stati gli ortodossi a creare il patrimonio culturale del paese, e che «ottenere il diritto di preservare autonomamente i propri santuari non può essere una minaccia, anzi infonderà vera vita ai monumenti». Ha anche aggiunto che «la restituzione della cattedrale nel centenario degli eventi rivoluzionari è chiamata ad essere simbolo di riconciliazione del nostro popolo. …In linea di principio la restituzione della cattedrale alla Chiesa non dovrebbe dare adito ad attacchi politici».
Ambedue gli schieramenti forniscono argomenti plausibili, ma di fatto gli auspici del patriarca sono rimasti lettera morta, e anzi gli eventi si sono evoluti proprio nel senso di una maggiore divisione. Gioca ormai la radicalizzazione delle posizioni, dove ciascuna parte coglie l’occasione per «fare i conti» con l’altra, oltretutto dipingendola secondo stereotipi di battaglia: gli atei assatanati e i gay odiosi da una parte, gli ortodossi oscurantisti e avidi dall’altra. In realtà nelle due compagini c’è un ampio ventaglio di posizioni, e anche tra i «laici» non mancano gli ortodossi convinti; ma la logica della polemica non consente di fare tante distinzioni e si va avanti col muro contro muro, che fa salire spropositatamente la tensione e i toni. Volano frasi sarcastiche che scavano nuovi solchi.
Al direttore dell’Ermitage che ha pregato il patriarca di soprassedere alla richiesta, il portavoce della diocesi padre Aleksandr Pelin ha risposto che il signor direttore farebbe meglio a preoccuparsi delle mostre scandalose che organizza nel suo museo, che ne offendono le storiche tradizioni. Dal canto suo il direttore del Museo di Sant’Isacco, Nikolaj Burov durante un’udienza ha detto in faccia al metropolita: «Questa città è sopravvissuta all’assedio, sopravvivrà anche a questo».

È in corso una strumentalizzazione politica; si percepisce che ciascuna parte ha motivi inconfessati per volere ciò che vuole: la Chiesa cerca un risarcimento storico, visibilità, autorevolezza e forse anche potere; tra gli oppositori alcuni vogliono eliminare dallo spazio pubblico la presenza cristiana in quanto tale, altri rifiutano semplicemente la presenza della Chiesa come centro di potere. Per molti, in più, osteggiare la Chiesa è un modo indiretto per colpire il governo, che della Chiesa ortodossa è il paladino.
Nel complesso, fin qui nessuno è sembrato interessato veramente a una ricomposizione; è più semplice denunciare, indignarsi, additare il nemico che non aprire un dialogo e rischiare creativamente.
Ma in piena escalation, la necessità del dialogo alla fine ha convinto almeno qualcuno, ad esempio il direttore dell’Ermitage Piotrovskij, che ci ha provato, sia pure senza rinunciare a qualche frecciatina polemica: «I musei e la Chiesa lavorano insieme senza urla e isterismi. Pensavamo che su Sant’Isacco avessimo raggiunto un compromesso, sia pure perfettibile. …Siamo sorpresi che il dialogo sia saltato. Sono stati offesi i sentimenti, ma non solo quelli dei credenti. …Qui si tratta di buona volontà. …Piano piano la giusta soluzione per Sant’Isacco si troverà… Quello che mi preoccupa è l’isteria che si è sollevata attorno. Vuol dire che la società è malata… La cosa più importante è non dare libero sfogo alle emozioni ma continuare il dialogo…».

Poi è venuto il 19 febbraio, giorno di una nuova processione di fedeli ortodossi «contro» le manifestazioni laiche, e l’arcivescovo Amvrosij, rettore dell’Accademia teologica, chiamato a benedire la folla ha disarmato tutti dicendo poche e semplici cose: che una processione non è un meeting, che la si fa davanti a Dio e non va politicizzata; che lui condivide le preoccupazioni sia dei favorevoli che dei contrari: «Questo non è il posto per la politica e le azioni dimostrative. È un gesto rivolto a Dio, e davanti a Dio siamo tutti uguali. Sarebbe sciocco e ridicolo, in questo momento, mettere in primo piano l’appartenenza politica». Ma soprattutto, l’arcivescovo ha ringraziato il direttore del Museo e i suoi collaboratori per tutto il lavoro che fanno, e ha chiesto perdono sia a loro che ai credenti: «La discussione è sempre un fenomeno normale. L’importante è che la controversia non degeneri in ostilità. La chiesa non è un’arena. Dio non ha nemici».
È bastato questo per sottrarre la «guerra di Sant’Isacco» alle faide politiche? Intanto, quel giorno la processione non è stata guidata dal deputato di «Russia unita» Vitalij Milonov come in precedenza, ma è stata solo una processione. Un gesto non politico, quello dell’arcivescovo, ma il panorama è improvvisamente cambiato; alcune cose sono ritornate al loro giusto posto e si intravvede una strada…

Abbonati per accedere a tutti i contenuti del sito.

ABBONATI