29 Luglio 2020

Il sogno di Santa Sofia

Giovanna Parravicini

«Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato»: queste parole, pronunciate da papa Francesco all’Angelus del 12 luglio, hanno fatto il giro del mondo, ma forse dobbiamo ancora comprenderne la reale portata.

Delle sorti della basilica di Santa Sofia a Istanbul si è parlato ampiamente, e di fronte alla decisione del Consiglio di Stato turco del 10 luglio scorso, che ne ha decretato la trasformazione in moschea, c’è stata una levata di scudi dell’opinione pubblica internazionale. Ma scorrendo le dichiarazioni apparse sui media c’è qualcosa che non torna: le argomentazioni sottese alle proteste contro il provvedimento sono principalmente riconducibili alla preoccupazione che le straordinarie opere d’arte cristiana racchiuse nell’ex cattedrale non siano adeguatamente tutelate e non possano essere visibili, come in precedenza, ai visitatori; o, al massimo, all’indignazione per l’«usurpazione» musulmana di un edificio costruito nel 537 da Giustiniano come chiesa-madre della cristianità (in realtà, Santa Sofia venne convertita in moschea dopo la caduta di Costantinopoli per mano dei turchi ottomani nel 1453, e solo nel 1935 trasformata in museo per decreto del «padre della patria» Mustafa Kemal Ataturk).

Esiste, certamente, una forte, componente di politica interna ed estera nella presa di posizione di Erdogan. E c’è chi, come Kamel Abderrahmani, corrispondente dell’agenzia «AsiaNews», la legge come una vera e propria provocazione: «Simbolicamente, l’affare della basilica di Santa Sofia è un nuovo chiaro messaggio dell’islam politico all’Occidente: dominare e sottomettere, sempre e comunque! In altri termini: Erdogan vuole sondare fino a che punto può arrivare nella provocazione e segnare dei confini! Tacere davanti a queste manovre è una forma di abdicazione, è “dire di fronte a tutti che egli è libero di fare quello che gli pare e piace”. Il mondo occidentale non sembra afferrare i fondamenti di questa decisione. Il giornale “Le Monde”, commenta ingenuamente: “… una riconversione di Santa Sofia in moschea non impedirà ai turisti di tutte le religioni di visitarla – sono numerosi quelli che visitano tutti i giorni anche la vicina Moschea Blu!”. Come se Santa Sofia fosse nella storia solo un semplice museo, e come se il fondamentalismo di Erdogan si fermasse lì!».

Sogno Santa Sofia

Nella stessa scia si collocano le dichiarazioni del movimento radicale palestinese Hamas, ad esempio, che ha parlato di «momento di orgoglio» per tutti i musulmani e ha attaccato i leader arabi «piagnucoloni» che criticano la sentenza. Infatti, anche nel mondo musulmano non sono mancate voci fuori dal coro, come l’articolo (riportato il 22 luglio da «AsiaNews») di un gruppo di intellettuali turchi musulmani, Nazif Ay, Mehmet Ali Öz e Yusuf Dülger, che criticano la decisione presa dal loro governo sottolineando che «Santa Sofia non può essere utilizzata come strumento politico» e aprirla al culto di una sola religione «è un grave e irreparabile errore… Trasformare Santa Sofia in una moschea ignorando i suoi valori universali è una decisione che distrugge il messaggio di riconciliazione e di giustizia dell’islam, il cui significato nel dizionario è “pace”». Secondo i tre autori, «questo tempio è stato costruito da persone religiose cristiane ortodosse. Il tentativo di renderlo proprietà dell’islam con un ordine e un fatto compiuto offenderà i non musulmani e manterrà vivi l’islamofobia e l’odio verso l’islam».

Anche la ministra per la Cultura e le politiche giovanili degli Emirati Arabi Uniti Noura Al Kaabi ha criticato apertamente la decisione di trasformare in moschea la basilica, perché si tratta di «un ponte che ha collegato persone diverse e cementato i legami», di un «esempio importante di interazione e dialogo fra Asia ed Europa, che dovrebbe restare una testimonianza di storia umana armoniosa».

La componente politica è evidente anche nelle reazioni dei vertici mondiali. Il Cremlino, dopo una telefonata di Putin a Erdogan, in cui il presidente russo ha fatto presente al suo omologo la «notevole risonanza pubblica» suscitata in Russia dalla decisione di cambiare lo status di Santa Sofia, si è dichiarato soddisfatto dalle «spiegazioni ricevute, secondo cui l’accesso a questo straordinario monumento della civiltà mondiale sarà garantito a tutti coloro che lo desiderano, compresi i cittadini stranieri, e sarà assicurata la conservazione dei tesori spirituali cristiani». In altri termini, un implicito riconoscimento del fatto che la destinazione di Santa Sofia è una questione interna della Turchia, in linea con l’alleanza tra Federazione Russa e Turchia, di contro alle dure dichiarazioni del segretario di Stato USA Mike Pompeo, altrettanto duramente rintuzzate dal presidente turco. La politica non è estranea neppure alla comunità ortodossa, che fin dall’inizio ha lanciato l’allarme appellandosi, tra l’altro, all’Unesco perché intervenga a tutela di un luogo riconosciuto dal 1985 come Patrimonio dell’umanità. Ad esempio, nella dichiarazione del Sinodo della Chiesa ortodossa russa del 17 luglio non si perde l’occasione di lasciar intendere che in fondo il Patriarcato di Costantinopoli se l’è cercata, e che «il mondo ortodosso oggi vive un evento così triste per la Santa Chiesa Ortodossa nella divisione, come diretta conseguenza della legalizzazione anticanonica dello scisma in Ucraina, cosa che ha indebolito le nostre possibilità di contrapporci unitamente alle nuove minacce spirituali e sfide di civiltà».

Mentre all’interno della basilica, procedevano i preparativi per la preghiera del 24 luglio, a cui sono state invitate circa 500 persone, per tranquillizzare gli animi è stato spiegato che le icone cristiane presenti nell’edificio saranno nascoste da un paravento o oscurate con un sistema di luci «durante i tempi di preghiera», che i mosaici della Madre di Dio e dell’arcangelo Gabriele, che sono posizionati in direzione della Mecca (verso cui si guarda durante la preghiera), saranno coperti da paraventi, azionati immediatamente prima della preghiera islamica. È in fase di preparazione un documento da presentarsi all’Unesco, a garanzia del fatto che la trasformazione di Santa Sofia in moschea non rovinerà l’edificio. E con questo, si ritiene di aver chiuso una parte del problema.

Santa Sofia

Resta quello, ben più pericoloso, del «riaprirsi di una ferita nelle relazioni fra cristiani e musulmani», come ha osservato l’amministratore apostolico del Patriarcato latino monsignor Pierbattista Pizzaballa, dal momento che Santa Sofia è un simbolo per tutti, non solo per gli ortodossi. È pericoloso sottostare a una logica rivendicativa, ridurre il problema della destinazione di Santa Sofia a un punto d’onore per cristiani e musulmani, che reclamano entrambi a questo edificio un’identità-simbolo per la propria religione. Rivendicazioni di questo genere erano già apparse tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo scorso, quando nel corso della guerra russo-turca l’impero russo aveva sognato di poter rimettere le croci sulle cupole di Santa Sofia ricostituendo in tal modo la «Seconda Roma»: un sogno che si sarebbe clamorosamente infranto di lì a breve tempo, nel sangue di una tremenda rivoluzione che andò a colpire proprio i fondamenti cristiani – o pretesi tali – dello stesso impero russo.

Nel frangente storico odierno il pericolo non è minore. Non è un caso che, negli stessi giorni in cui ha espresso il suo dolore per le vicende di Santa Sofia, papa Francesco abbia esortato più volte a cessare il fuoco in tutto il mondo per convogliare tutte le risorse al superamento della pandemia che affligge l’umanità. L’ideale non può essere una «neutralità museale», ma il richiamo alla concezione di universalità da cui Santa Sofia è nata. In questi stessi termini si è espresso il patriarca caldeo, cardinale Louis Raphael Sako: «In questi tempi di coronavirus il mondo ha bisogno di solidarietà umana per affrontare la pandemia, non di ulteriori conflitti e tensioni in una regione dove ogni giorno muoiono tante persone».

Santa Sofia

Il patriarca armeno di Costantinopoli, Sahak Mashalian, si è spinto oltre, sognando che Santa Sofia possa essere aperta al culto per i musulmani, ma anche per i cristiani. Ricordando che nei secoli Santa Sofia è stata fondata e mantenuta in vita, alternativamente, dagli sforzi di entrambe le comunità religiose, e «tutto è stato fatto per proteggere questo tempio come luogo di culto, e non certo come museo», ha aggiunto:

«Penso che credenti inginocchiati, che si prostrano con rispetto e ammirazione, meglio si adattino alla natura del luogo rispetto a turisti che vagano qua e là per scattare foto».

Per questo, il patriarca Mashalian ha proposto che «Santa Sofia sia aperta al culto. Il sito è abbastanza grande. E che una zona sia riservata ai cristiani». Una decisione, ha aggiunto, che finirebbe per essere «applaudita» da tutto il mondo in un’ottica «di pace» e di «maturità religiosa». Chiedendosi: «Che Santa Sofia diventi il simbolo della pace dell’umanità e del secolo attuale è, forse, un’utopia?», ha concluso: «dato che celebriamo tutti il nostro culto sotto lo stesso cielo, possiamo condividere allo stesso modo la cupola di Hagia Sophia».

Nella sua perorazione, il patriarca armeno ha messo in risalto come fatto fondamentale la fede «in un unico Dio/Allah» anche se «il credo può essere diverso», per questo un luogo che «assorbe mille anni di preghiera cristiana e 500 di preghiera musulmana fra le sue mura, ciò che ne è sintesi dell’esistenza misteriosa, non avrà obiezioni a questa pratica». Per questo non è utopico invitare tutti i fedeli a entrare, respirare il silenzio e imparare da esso. Hagia Sophia «è luogo di sapienza» e potrà insegnare che «non vi è nulla di più prezioso nella storia dell’umanità attraverso i suoi 1500 anni che la pace». «Non possiamo permetterci il lusso – ha concluso Mashalian – di un nuovo conflitto fra la croce e la mezzaluna crescente, la salvezza del pianeta è insita proprio nell’alleanza fra croce e mezzaluna crescente. E l’onore di presentare una pace simile al mondo sarebbe motivo di orgoglio per la Repubblica di Turchia».

Era lo stesso sogno di un esule russo, uno dei più grandi teologi ortodossi – padre Sergij Bulgakov – che nel gennaio 1923 entrò in Santa Sofia, allora ancora moschea, e contemplò le volte auree, luminose di questo «Tempio universale», portando ancora nella memoria il trionfalismo di un impero pronto a fare dell’ortodossia uno strumento del proprio ordinamento, e avendo negli occhi gli eccidi dei credenti, le icone e le croci infrante dalla rivoluzione e dalla guerra civile. Un uomo che, per usare l’espressione di Chesterton, «avendo fatto naufragio sul serio, trovava sul serio quanto gli occorreva».

Giustiniano aveva eretto questa chiesa – che oltre che un simbolo sarebbe divenuta il modello di migliaia di chiese in tutta la cristianità – dedicandola alla Sofia, cioè alla Provvidenza, alla Presenza divina che anima la storia, le dona un significato e le imprime il moto verso il proprio compimento. E padre Sergij, entrando con umiltà in questo luogo di culto ormai a lui estraneo, che non aveva più nulla dell’antico splendore («Che cosa doveva essere qui, quando l’imperatore e il patriarca con tutto il clero in paramenti dorati, nell’oro della Gerusalemme celeste, celebravano, e il Tempio era colmo di oranti, e l’altare ardeva di fiamme, e fumava di incenso: quando ferveva la pienezza di vita, e non era un corpo morto! Che cosa doveva essere l’ideazione del cerimoniale sacro, della liturgia che si celebrava in questo Tempio, non c’era sulla terra un’ideazione tanto eccelsa, come non esisteva celebrazione liturgica di pari bellezza…»), intuì una verità ancor più profonda:

questo «vuoto» è popolato dal richiamo, dalla nostalgia acuta della pienezza della rivelazione, di una pienezza che ricapitoli in sé e in qualche modo abbracci e inveri tutte le culture, le fedi, le culture. Una pienezza che invece i figli di Dio hanno barattato con i loro meschini giochi di potere, a cui Bulgakov, in quegli anni, dava il nome di «bizantinismo» ortodosso, da un lato e di «arroganza romana» dall’altro.

«E adesso? – proseguiva padre Sergij. – Adesso qui si prega Allah, il santuario è stato sottratto a Cristo e dato al falso profeta. E i figli d’uomo ne sono scandalizzati. Tuttavia, anche ora qui si prega Dio, e si prega degnamente, forse più degnamente di quanto pregherebbero coloro cui dovrebbe appartenere ora il Tempio… Dio ha rimosso il candelabro (cfr. Ap 2,1-5: «All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi: … Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto»), e ha dato il Tempio a un popolo straniero, come un tempo aveva lasciato i tesori del suo primo Tempio in mano ai conquistatori».

Istanbul

Santa Sofia, 1897.

In quei tragici anni, padre Bulgakov ravvisava in questa divisione tra i cristiani, esito del tradimento della propria vocazione e del proprio mandato, il nucleo della catastrofe che stava abbattendosi sull’Europa e sul mondo. Per questo, non pensava assolutamente a invocare per Santa Sofia lo status museale «neutro» di cui oggi si accontenterebbe tranquillamente la maggior parte degli europei di tradizione cristiana, e a maggior ragione stigmatizzava un’azione militare che «marciasse con stivali militari» per «piantare la croce in Santa Sofia». No, la sua era la consapevolezza assoluta e matura che «Sofia è il Tempio universale e assoluto, essa appartiene alla Chiesa universale e all’umanità universale, e appartiene al futuro universale della Chiesa. E ora, finché non apparirà la Chiesa universale nella sua forza e gloria, nell’epoca dello scisma ecclesiastico esteriore e interiore, essa è stata tolta ai cristiani e data a vicari».

Per Bulgakov l’alternativa era chiara: «O Sofia è solo archeologia, un monumento architettonico già contrassegnato dai segni dell’inevitabile distruzione – e allora tutto questo progetto di piantarvi la croce [oppure la mezzaluna, potremmo dire oggi], è solo un’ambizione sciovinista», oppure – aggiungeva – «Sofia è realmente quello che è, un simbolo divino, un segno, una profezia» dell’unità di Dio tutto in tutto, di Cristo tutto in tutti.

Bulgakov era categorico: «Sofia era stata edificata prima del grande scisma tra le Chiese e potrà essere restituita al mondo cristiano solo quando quest’ultimo sarà guarito da tale piaga».

È passato un secolo da allora, ma noi continuiamo a ignorare questa piaga o a usarla strumentalmente. Non credo di sbagliare pensando che il dolore di papa Francesco per Santa Sofia è il dolore per un mondo che continua a restare sordo agli appelli sempre più incalzanti della drammatica realtà, che in nome di miopi ambizioni politiche e giochi di potere rinuncia al sogno di un’umanità radicata nell’unica Sofia-Sapienza, cioè nell’unica Presenza che può far sentire amica, fraterna, desiderabile la realtà – circostanze, persone, culture – in tutti i suoi aspetti.

Giovanna Parravicini

Ricercatrice della Fondazione Russia Cristiana. Specialista di storia della Chiesa in Russia nel XX secolo e di storia dell’arte bizantina e russa. A Mosca ha collaborato per anni con la Nunziatura Apostolica; attualmente è Consigliere dell’Ordine di Malta e lavora presso il Centro Culturale Pokrovskie Vorota. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

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