29 Dicembre 2021

Un paese che cerca il suicidio

Marta Dell'Asta

Altri 15 anni di lager per Dmitriev, liquidata l’Associazione Memorial. Due colpi durissimi che si sperava non arrivassero. Dove va la Russia privata della sua memoria?

In due giorni due colpi mortali sferrati alla Russia come paese, come civiltà cara a tutto il mondo, due colpi che si è inferta da sé, mentre nel mondo si finiva di celebrare la grandezza ineguagliabile di Dostoevskij.

Il primo colpo è la condanna a 15 anni di lager duro a Jurij Dmitriev, lo storico che ha scoperto le fosse comuni staliniane di Sandarmoch, in Carelia, e ha lavorato 17 anni per dare un nome alle vittime lì sepolte.

Il secondo colpo è la sentenza della Corte Suprema russa che, in base alla legge che colpisce i cosiddetti agenti stranieri, ha liquidato l’Associazione internazionale Memorial, vera depositaria dell’immane vissuto del totalitarismo sovietico, e della grandezza umana che le sue vittime hanno testimoniato in lunghi decenni di violenze subite. Liquidare: va notato che sono stati il procuratore e il giudice a usare questo orribile verbo che sa di stalinismo. A evitare questo insulto alla memoria non è bastata neppure la misurata saggezza di Natal’ja Solženicyna, la vedova del grande scrittore, che già a novembre aveva ammonito circa l’uso di certe parole e il pericolo di rimettere in moto con esse determinati meccanismi, fatti di minaccia e di paura.

Con Memorial, e con Dmitriev, viene dunque liquidata e dispersa un’immensa, tragica memoria storica raccolta per anni, briciola dopo briciola, con uno sforzo corale di migliaia di persone (sopravvissuti, parenti, studiosi, semplici volontari), che avevano portato, nel caso di Memorial, alla creazione di un’enorme banca dati e di un impressionante archivio, unico al mondo per la sua ricchezza. Tutto ciò era stato raccolto e poi conservato per essere trasmesso con un condiviso senso di responsabilità verso i milioni di vittime mute, che nella documentazione raccolta potevano almeno sperare di restare nella storia, dopo essere state strappate dalla vita.

Un paese che cerca il suicidio

(Memorial, facebook).

Un colpo che si sperava non arrivasse

L’opinione pubblica indipendente è rimasta fulminata: «Non mi sono mai vergognata tanto del mio paese» scrive una ragazza su facebook; molti sono costernati da quella che ritengono una svolta «le cui conseguenze per il presente e il futuro del nostro paese saranno catastrofiche», come ha scritto OVD-Info, dopo di che «non c’è che la caduta libera verso il totalitarismo».

Il politico Grigorij Javlinskij ha detto apertamente quello che molti pensano, e cioè che la liquidazione di Memorial è stata una decisione presa in sede politica, che in realtà non aveva niente a che fare col diritto, la legge o la Costituzione.

In effetti, negli iter legali di Dmitriev e Memorial sono state calpestate tutte le possibili leggi e norme procedurali; Dmitriev è stato processato tre volte per lo stesso delitto (produzione di materiale pedopornografico) e due volte dichiarato innocente, ma per l’intervento diretto delle superiori istanze giudiziarie ne è uscito ogni volta con pene maggiorate (prima 3 anni e mezzo, poi 13, infine gli attuali 15). Quanto a Memorial, pur essendo legalmente riconosciuta come associazione «internazionale» in base ad atti giuridici sottoscritti dalla Russia che hanno valore prevalente rispetto a quelli federali, è accusata di essere un agente straniero – in pratica una spia al soldo del nemico – e quindi viene trattata come un colpevole di alto tradimento in un paese in guerra. E la dimostrazione inoppugnabile del fatto di essere prezzolata starebbe nel fatto (la formulazione è del procuratore) che Memorial «ha creato una falsa immagine dell’URSS come Stato terroristico e ha infangato la memoria della Grande guerra patriottica». E questo solo per aver documentato quello che tutti sanno e quello che ogni famiglia ha sperimentato sulla propria pelle: l’immane tragedia dello stalinismo.

A parte il revisionismo storico e l’enorme complesso d’inferiorità contenuti in questa formulazione (messa agli atti come una prova ultimativa), c’è però un altro elemento che molti commentatori russi hanno sottolineato e non meno pericoloso per il futuro del loro paese: quella che si vuol far passare e accreditare come un fatto è la percezione di un paese in guerra; è così che si vuole far sentire la Russia oggi. E stando così le cose, persino il fatto inaudito che sia un tribunale a intervenire in merito alla verità storica diventa praticamente accettabile.

In questo furore di riscrittura del passato è naturalmente coinvolto anche il presente, per cui se Ivan il Terribile si è trasformato in un degno statista e l’aggettivo «Terribile» diventa un’invenzione di storici occidentali, anche ogni altro problema che il paese deve affrontare è frutto dei nemici esterni e dei loro presunti alleati interni. E intanto il paese, con persone come Dmitriev e come i collaboratori di Memorial, perde ogni punto di riferimento reale; resta privo di qualsiasi autorità spirituale o morale che gli impedisca di scivolare in un caos irrazionale.

Come si potrà ancora onorare la memoria di Sacharov, che fu tra i fondatori di Memorial? Come potranno ancora leggere i cittadini russi autori come Solženicyn, Grossman e Šalamov, che sullo stalinismo hanno detto le stesse verità denunciate da Memorial?

Un anno fa Memorial era già un «agente straniero» ma ancora non si parlava di chiuderla; e ancora funzionavano OVD-Info, e il gruppo Komanda 29; ancora si potevano leggere VTimes, Proekt, Meduza, Republic; ancora non era stato sospeso il rettore della Scuola superiore di scienze sociali ed economiche Zuev. Oggi tutto questo non esiste più o ha dovuto radicalmente cambiare volto. Siamo su un piano inclinato. L’avvocato di Dmitriev ha commentato che nelle recenti condanne «non c’è niente di nuovo» ed è vero, perché il corso attuale è iniziato anni fa, ma è anche vero che il moto è sempre più accelerato e rischia seriamente di portare il paese alla catastrofe non solo politica ma culturale, psicologica, morale.

È questo che temono in molti, una crisi umana globale che si aggiunge alle ferite ancora aperte del passato sovietico, che invece di essere compreso e giudicato ora viene negato e imbellettato.

Uno degli avvocati di Memorial in aula ha cercato di liberare il discorso dalle distorsioni della propaganda politica, richiamando l’attenzione sui meriti civili dell’Associazione, come ad esempio l’iniziativa diventata famosa con il nome di Ritorno dei nomi, annuale commemorazione delle vittime del terrore staliniano, che oltretutto corrisponde appieno allo spirito di un documento approvato nel 2015 dall’ufficio della presidenza, la «Concezione statale della politica di memoria delle vittime delle repressioni politiche». Ma davanti a questa ondata revisionistica la legge ormai non fa più testo; il processo contro Memorial – ha detto – è stato di fatto un test sullo stato del diritto nel paese.

Ma il mito di un passato inattaccabile ha avuto la meglio, ed è una tragedia perché in nome della politica oggi ancora una volta, come durante il totalitarismo, il paese sta scialacquando le sue risorse migliori, gli uomini più intelligenti, vivi, creativi e responsabili. E lo fa non solo punendo chi si distingue per la sua attività, ma scoraggiando tutti gli altri, spingendo molti ad andarsene.

Un paese che si butta via, alimentando i complessi peggiori e i sentimenti più negativi, non ultima la disperazione; come ha sottolineato il direttore del quotidiano Republic (altro «agente straniero»): «È stata una decisione molto infelice, dannosa ed erronea, che ingigantisce il pessimismo sulle prospettive del nostro paese».

Nessuno nutre illusioni sul processo che è in atto, ci si aspettano tante altre «liquidazioni», e non solo della memoria; e tutte, paradossalmente, a discapito della Russia.

Salvo il fatto che, osservano alcuni, liquidare del tutto una grandezza autentica non è facile come sembra. «Memorial è stata fondata dall’accademico Sacharov. È una delle iniziative più nobili del nostro paese. Memorial vuol dire memoria, e la memoria non si può liquidare… Quest’anno resterà memorabile per molte cose, però i nostri figli non lo ricorderanno per il covid bensì per Dmitriev e Memorial. Li ricorderanno, appunto, di sicuro…», ha detto Njuta Federmesser, la creatrice degli hospice in Russia, in passato accusata di avere un atteggiamento troppo tenero nei confronti del potere.

Ma soprattutto, più fondamentale di ogni questione politica, c’è un punto irriducibilmente personale che costituisce la chiave di volta delle speranze che restano: «Memorial non si può liquidare perché Memorial sono le persone che portano in sé la legge, la coscienza e la dignità», ha commentato il giornalista Sergej Parchomenko.

E lo ha ribadito, come sempre con grande sensibilità, anche Svetlana Panič: «Certo, in tutto questo non c’è “niente di personale”. E proprio là dove non c’è “niente di personale” comincia il male. Ma Memorial è una questione personale, centinaia di migliaia di volti personali, di “milioni bruciati vivi”. E resta, là dove c’è vita. Non ce la faranno a distruggerla. Perché Memorial siamo noi e non è possibile cancellare la memoria con una sentenza di tribunale. La memoria è una scala che unisce i vivi e i morti, che lega la terra al cielo».

 

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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